Taglio dei parlamentari: perché è imperativo votare No
Il Senato della Repubblica. Fonte: luciomalan.it

La data del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari si avvicina: dopo mesi di rinvii causa lockdown, la data del voto è fissata a domenica 20 e lunedì 21 settembre 2020. Il quesito referendario posto agli elettori chiede di confermare o respingere la legge che ha predisposto un taglio di 345 poltrone in Parlamento, così distribuito: 115 in meno al Senato e 230 in meno alla Camera. Ecco perché ci esprimiamo categoricamente per il “No”.

Il trionfo del Movimento 5 Stelle e l’assalto al ruolo del Parlamento

Nel lontano 2013 Beppe Grillo tuonava: «Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno». A quanto pare, lo stanno per fare davvero. D’altronde il Movimento Cinque Stelle ha, fin dalla nascita, fondato la sua identità politica proprio su quest’inerzia populista, la quale vede da una parte i propri parlamentari paladini intonsi, sempre dalla parte dalla ragione, e dall’altra parte, invece, la casta, formata da parlamentari inadeguati, corrotti e delinquenti. Se ciò è profondamente fuorviante, è anche vero che alcune forze politiche non si distinguono particolarmente per l’alto senso di “politica platonica”, che ha come fine primario la felicità dell’individuo che è intesa a rappresentare. Eppure, il ruolo del Parlamento, inteso nel senso più nobile del termine, va oltre la qualità dei suoi componenti, i quali possono rivelarsi più o meno adeguati. Il nocciolo della questione è che la nostra democrazia, in essere alla Costituzione, non sarebbe più tale se venisse mortificato il suo asse portante di pluralismo e rappresentanza; e questo va al di là degli individui che lo compongono.

ll Movimento Cinque Stelle si rende protagonista di un assalto senza precedenti al Parlamento, sminuendone intrinsecamente il ruolo di centralità, quando quest’ultimo dovrebbe invece essere rilanciato e centralizzato. Lo fa con argomenti pretestuosi e superficiali. Innanzitutto intende inculcare nelle menti dei cittadini l’idea malsana secondo la quale buona parte dei parlamentari siano becera casta. Tuttavia pare dimenticarsi, contraddittoriamente, di essere al Governo con “il partito di Bibbiano” facente parte, almeno prima della nascita del governo giallorosso, della tanto decantata “casta”. Approssimandosi la celebrazione della consultazione, proprio il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, raggiante più che mai col suo nuovo colorito, spinge inopinabilmente verso il sì al taglio dei parlamentari, facendo leva in sostanza su un aspetto: la promessa di risparmio per le casse pubbliche in caso di approvazione. Tuttavia, dati alla mano, tra Camera e Senato il saldo positivo ammonterebbe a circa 81,6 milioni di euro ogni anno, che corrisponderebbero, divisi tra più di 60 milioni di italiani, all’incirca ad un caffè per ogni cittadino.

Tutto questo quando nel frattempo l’Italia vedrà crescere il proprio deficit, considerati anche gli aiuti che arriveranno dall’Unione Europea, di 100 miliardi all’anno. È così di primaria importanza cercare di rientrare nel bilancio con un taglio lineare proprio sulla democrazia? L’Italia presenta altri problemi decisamente più incombenti: la cosiddetta “economia non osservata”, la quale comprende evasione fiscale, lavoro in nero e attività illegali, questa porterebbe via dalle casse dello Stato all’incirca 210 miliardi di euro (Istat, 2017), e il dato è in costante espansione. Contrastare l’economia sommersa, questo sì che costituirebbe un enorme risparmio, e di conseguenza una priorità.

taglio dei parlamentari
Fonte: ALBERTO PIZZOLI / AFP via linkiesta.it

Tagliare il numero dei parlamentari in una situazione di crisi economica che lederà la tenuta del tessuto sociale rappresenta un ulteriore pericolo per la situazione democratica ― già di per sé problematica ― del nostro Paese. Una guerra anti-politica, guidata dal Movimento, che compromette ancor più la fiducia che gli italiani hanno nelle istituzioni. Si sta cercando di sacrificare una parte del Parlamento per eliminare in maniera definitiva quella minima autorevolezza rimasta alle istituzioni.
In pochi forse si sono accorti del silenzio assordante che, in piena pandemia, fuoriusciva dalle porte del Senato e della Camera. Un silenzio che anche una buona parte dell’opinione pubblica non ha percepito, e che dimostra come, ancora oggi, le più alte sedi democratiche dello Stato ― e del popolo ― siano viste come “enti inutili” sui quali non conviene fare affidamento.

Non solo i 5S e le loro argomentazioni populistiche: non passa inosservata l’inettitudine delle altre forze politiche che si schierano apertamente o timidamente per il sì, lasciando trapelare una sudditanza ideologica e il terrore di venire travolti dal populismo imperante del Movimento. E ciò si evince dall’ultima votazione alla Camera ― riguardante il taglio dei parlamentare ― i sì al taglio sono stati 554, 14 i no, 2 gli astenuti. Praticamente hanno votato sì tutti i partiti, tranne +Europa: Movimento 5 Stelle, Pd, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, LeU. È lo specchio di una politica che, volente o nolente, si inchina dinnanzi alla deriva anti-parlamentare del Movimento. Per quest’ultimo, il Parlamento conserva la dignità solo laddove ad intervenire siano i propri parlamentari, come se questi avessero sul capo una sorta di aureola che conferisca loro la capacità di conoscere la quintessenza della verità assoluta.

Sarebbe stato forse più ragionevole indire un referendum proteso a dimezzare ― o quantomeno ridurre ― lo stipendio dei parlamentari; o abolire inoppugnabilmente i vitalizi retroattivi e non; oppure implementare un gettone di presenza che constati l’effettiva partecipazione di ogni componente del parlamento alle sedute in aula, e che conseguentemente lo stipendio venga corrisposto al netto del numero delle presenze di ogni singolo parlamentare.
Forse il Movimento non ha proposto tutto ciò perché sarebbe stato di più arduo e scomodo ottenimento: allora il capro espiatorio è passato al taglio del numero dei parlamentari.

Il taglio dei parlamentari è un taglio alla rappresentanza

Proviamo, per un momento, a cambiare l’oggetto della discussione sul taglio dei parlamentari: dal “loro” spostiamo la lente di ingrandimento sul “noi” cittadini. Non è desiderabile un Parlamento snello. Sarebbe auspicabile avere dei cittadini consapevoli del fatto di stare eleggendo un proprio rappresentante. Perché alla fine, direttamente e non, siamo noi a decidere chi ci rappresenterà. Se al taglio non verranno adoperate altre modifiche costituzionali ― che chissà quando arriveranno, considerato il complesso iter di revisione e approvazione ―, e si passasse da un sistema elettorale maggioritario ad uno proporzionale con soglia di sbarramento al 5 per cento, sarà pressoché impossibile mantenere la proporzionalità in almeno nove Regioni. Tanti partiti non saranno più rappresentati e non potranno a loro volta rappresentare i cittadini e le cittadine che, come giusto e sacrosanto che sia, promuovono idee diverse.

Tagliare le poltrone non conferirà la certezza di non ritrovarci dei delinquenti e politicanti di bassa lega: se non cambierà il ruolo del cittadino, e la qualità delle sue scelte, sarà comunque probabile essere guidati da una politica scadente. L’unica riforma di cui l’Italia ha veramente bisogno si può fare nelle scuole, insegnando ai ragazzi il valore e il ruolo centrale delle istituzioni.

Un tempo il Parlamento era il tempio sacro delle parole: le discussioni e i dibattiti lì germogliavano, per poi sbocciare in decisioni e scelte che, in qualche modo, provenendo dai rappresentanti del popolo, avevano quella sacralità che era a sua volta frutto di diatribe e dispute che talvolta passavano per eleganti invettive (sicuramente più elevate del “vaffa” pentastellato).

L’articolo 54. della Costituzione recita: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». I parlamentari sono a tutti gli effetti servitori dello Stato e, in quanto tali, hanno il compito di rappresentare i cittadini che si affidano a loro, in virtù, va da sé, di orientamenti politici distinti. Un numero minore di poltrone non equivale ad una maggiore efficacia delle camere, piuttosto ne impaccia i processi burocratici. Perciò è essenziale dare ai cittadini un Parlamento centrale e consacrato. Per riavvicinare i cittadini alla politica non occorre certamente tagliarne la propria massima istituzione democratica. Per ritrovare un senso rousseauiano della politica, travisato e malinteso dai pentastellati, non si può passare certo dalla piattaforma Rousseau. Il futuro che ci aspetta sarà proprio questo: Tagliare il Parlamento e potenziare Rousseau. Per la nostra democrazia ci auguriamo qualcosa di diverso. Proprio per questo, bisogna votare no al referendum sul taglio dei parlamentari.

Antonio Figliolino
Antonio Figliolino, classe 2002, napoletano di nascita. Manifesta sin da piccolo una forte passione per la letteratura, nonché per gli studi umanistici. Inoltre, alla luce di un interesse radicato in famiglia, presenta un' attenzione particolare per i fatti politici. Divoratore di libri, i quali spaziano dalla letteratura sudamericana, italiana e portoghese.

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