Nico Royale
Fonte: mondoraro.org

Artista raggae italiano, Nico Royale aveva avviato la sua carriera artistica come batterista del gruppo punk Twine Baskets. Un paio di viaggi in Messico, esibizioni sold out, poi la pubblicazione del singolo “Non è facile parlare di me” per raccontare quanto sia difficile comunicare, rivolgendosi in primis ai portatori di autismo, con cui ha avuto la possibilità di lavorare, a Casa Santanna.

Credi che il genere reggae abbia delle caratteristiche intrinseche di inclusività?

«Il reggae è sempre stato la voce della gente, dei poveri e degli sfruttati, quindi, in questo senso sì, penso che possa avere una sensibilità ai problemi di chi è svantaggiato. In tutti i sensi: economico, sociale, disabilità, sfruttamento. Non credo sia però una qualità intrinseca. Dipende sempre da chi scrive e da chi canta. Non vorrei sfatare un mito, ma nel  reggae ci sono tanti testi che parlano di rispetto, tolleranza, fraternità come altrettanti che trattano di violenza, intolleranza, sfida, sesso, vita di strada. Ogni artista fa una scelta. Sempre.»

Nel tuo brano “Non è facile parlare di me” ripeti quanto sia problematica la comunicazione e quanto ci sia bisogno, comunque, di dialogare e di ascoltarsi a vicenda. A chi è destinato questo brano?

«Questo brano mi è stato suggerito da Manuela Fontana che vive con me in Casa Santanna, una casa in cui lavoriamo spesso con i ragazzi autistici tramite l’associazione ANGSA. Si rivolge in primis ai portatori di autismo, una patologia che ancora oggi conosciamo molto poco ma che si sta diffondendo molto soprattutto negli ultimi decenni. E poi alle loro famiglie. Possiamo definirla una delle malattie del nostro tempo. In realtà, nel brano parlo di me stesso. E di chi mi sta attorno.

Nico Royale
Fonte: magazzini-sonori.it

Parlo di tutti in realtà, non solo degli autistici. Tutti abbiamo bisogno di parlarci, di capire ed essere capiti. Di essere anche lasciati in pace. È già difficile per chi parla bene e sa come muoversi nella società. Immagino quanto sia tremendo voler esprimere una qualsiasi cosa ma non essere in grado di farlo con la parola, o con i gesti, nel modo in cui tutti abbiamo stabilito che sia quello giusto per farlo.»

Cosa ti ha lasciato, da un punto di vista artistico, il tuo viaggio a Città del Messico?

«Mi ha lasciato la consapevolezza di poter avere un qualche tipo di successo anche fuori dall’italia, cosa che all’ inizio non era per nulla scontata. Io dopo 3 giorni che ero lì sono salito sul palco del più grosso raduno reggae cittadino, il salon Tararà, nel centro storico, ho chiesto di prendere il microfono e ho fatto ballare un bel po’ di gente, anche se ammetto che nel 2005 le mie doti canore erano parecchio scarse, credo. Ma l’energia era positiva e, in poco tempo, ho creato un mio giro a Città del Messico. Mi ha dato molta sicurezza: non è facile essere l’ unico bianco, o italiano, nella scena reggae di un’altro paese, ma ho superato quella sfida alla grande.»

Pensi di aver importato un modello, al tuo rientro?

«No, non credo. Penso che fossi già abbastanza formato al momento del mio trasferimento. I miei riferimenti erano il movimento reggae italiano e, in particolar modo, salentino – il mondo delle dance hall pirata autorganizzate dai Sud Sound System e il mondo dei centri sociali bolognesi come Tpo, Livello 57, Link. Sicuramente l’esperienza in Messico mi ha dato conoscenza e sicurezza e ho potuto spendere questo bagaglio culturale una volta rientrato in Italia.»

Nico Royale
Fonte: eventiraggae.it

Con chi intraprenderesti una collaborazione tra gli artisti che attualmente alimentano la scena musicale? 

«La domanda è talmente ampia che faccio fatica a rispondere. Posso dirti che questa estate ho ospitato, per 3 giorni, Capleton nel mio paese e mi sarebbe piaciuto fare un brano con lui – che è uno degli artisti che ha avuto più influenze su di me. Non solo per la sua potenza vocale o per lo stile, ma anche perché si è dimostrato una persona umile e interessante da conoscere

Sara C. Santoriello

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