quanto costa il fallimento politico sul cambiamento climatico
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Una nuova sintesi mostra cosa significa un decennio sprecato nella lotta al cambiamento climatico siglata con l’Accordo di Parigi. Il fallimento politico in ambito ambientale ha ridotto i tempi di azione di due terzi, e l’azione a favore della giustizia climatica proposta da tutti i Paesi è molto lontana dal soddisfare i requisiti richiesti. Per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro il limiti di 1,5 C° avremmo bisogno di azioni ben più repentine.

Carestie, siccità, scioglimento dei ghiacciai, distruzione delle barriere coralline, depauperamento delle specie vegetali e animali, migrazioni forzate a causa di inondazioni e catastrofi naturali. Sono gli effetti più drammatici del riscaldamento globale nel caso in cui non riuscissimo a limitare l’aumento delle temperature a 1,5 gradi centigradi entro i 2050, e comunque potrebbe non bastare. Sono queste le conclusioni del rapportoGlobal Warming of 1,5°C” dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) pubblicato nell’ottobre del 2018.

«Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai 2°C ridurrebbe molti impatti gravi sugli ecosistemi, sulla salute umana e sul benessere, rendendo più facile il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sdg) delle Nazioni Unite», ha dichiarato Priyardarshi Shukla, co-presidente del gruppo di lavoro dell’IPCC. Mantenere l’aumento delle temperature entro gli 1,5°C implicherebbe minori carestie, minori migrazioni di massa, minori rischi per la salute umana.

Nel 2015 gli Stati hanno sottoscritto il famoso Accordo di Parigi impegnandosi a fare il necessario per contenere l’aumento delle temperature  al di sotto dei 2°C. Secondo il rapporto un aumento di soli 0,5 gradi potrebbe esporre decine di milioni di persone in tutto il mondo a pericolose ondate di calore, alla siccità o alle inondazioni costiere, potrebbero portare al danneggiamento delle barriere coralline o alla loro distruzione. Mezzo grado in più significherebbe una probabilità dieci volte maggiore dello scioglimento dei ghiacciai d’estate. Potrebbe portare anche alla perdita dell’habitat che consente la vita agli orsi polari, alle balene, foche e uccelli marini.

Quanto ci costa il fallimento politico sul cambiamento climatico
Credit: ansa.it

Con un aumento della temperatura di 1,5°C il 14% della popolazione mondiale sarà esposta a forti ondate di calore almeno una volta ogni cinque mentre con un incremento delle temperature di 2°C tale percentuale arriverà al 37%. La popolazione che vivrà in condizioni di siccità aumenterà di 350 milioni o di 411 milioni, a seconda del livello di innalzamento del riscaldamento globale. La riduzione delle specie vegetali e animali potrebbe oscillare tra il 6% e il 18% per quanto riguarda gli insetti, l’8% e il 16% per le piante, il 4% e l’8% per i vertebrati.

Secondo uno studio recentemente rilanciato dal Guardian e pubblicato nel 2017 da Nature, entro la fine del secolo potrebbero essere 13 milioni i cittadini statunitensi costretti a spostarsi a causa del cambiamento climatico. La migrazione annunciata dalla ricerca, che ha preso in considerazione l’effetto dell’innalzamento dei mari e della temperatura sulle popolazioni che abitano le coste del Paese, sarebbe paragonabile alla cosiddetta Great Migration, che tra il 1910 e il 1970 vide 6 milioni di afroamericani spostarsi dagli Stati del sud verso le città industrializzate del nord. In questo caso, però, il fenomeno riguarderà probabilmente tutta la nazione, con gli abitanti delle coste che cercheranno rifugio all’interno e nelle regioni più in alto.

È chiaro quindi come gli Accordi di Parigi siano stati un fallimento politico. Le azioni congiunte dei Paesi non sono state e non sono sufficienti. Invece di dimezzare le emissioni entro il 2030, le proposte climatiche delle nazioni porteranno a un leggero aumento poiché, come si apprendere da un articolo pubblicato su Nature, i singoli Paesi non sono sulla buona strada per raggiungere impegni sottoscritti.

Una notizia migliore arriva da quegli Stati e da quelle imprese che stanno attuando trasformazioni profonde e rapide su vasta scala. Questi potrebbero raggiungere gli obiettivi climatici collettivi che le 195 nazioni hanno accordato a Parigi. Luoghi come il Costa Rica, Shenzhen in Cina e Copenaghen hanno fatto importanti passi in avanti grazie all’utilizzo di energia rinnovabile e del trasporto elettrificato. Il Regno Unito e la California hanno fissato obiettivi ambiziosi per diventare “carbon neutral”, inviando segnali positivi all’industria ancor prima che venissero attuate politiche di sostegno. Nel frattempo ventisei banche hanno smesso di finanziare direttamente nuove centrali elettriche a carbone.

Bisogna intensificare queste attività abbastanza velocemente da mantenere il riscaldamento a meno di 1,5 °C al di sopra dei livelli preindustriali. L’articolo di Nature sopracitato presenta una chiara immagine di come le misure adottate dai singoli Paesi siano incompatibili con gli obiettivi collettivi dichiarati, sottolineando come il fallimento politico dei singoli Paesi nonché collettivo abbia influito negativamente sul cambiamento climatico.

Le conclusioni vengono tratte da una sintesi delle dieci edizioni del Rapporto sul divario delle emissioni, prodotto dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), che esamina la differenza tra ciò che i Paesi si sono impegnati a fare individualmente per ridurre le emissioni di gas serra, e ciò che devono fare collettivamente per raggiungere gli obiettivi di temperatura concordati. La sintesi mostra che il divario si è ampliato di ben quattro volte dal 2010. Tre le ragioni principali anzitutto, le emissioni globali annue di gas a effetto serra sono aumentate del 14% tra il 2008 e il 2018, e ciò significa che adesso devono diminuire più rapidamente di quanto precedentemente stimato, poiché sono le emissioni cumulative che determinano l’aumento della temperatura a lungo termine. In secondo luogo, la comunità internazionale concorda sul fatto che si debba garantire un inferiore aumento della temperatura globale rispetto a quanto deciso con l’Accordo di Parigi, perché i rischi dovuti al cambiamento climatico sono molto più prorompenti e vicini. In ultima istanza, i nuovi impegni in ambito climatico ed ambientale dei Paesi sono stati insufficienti.

Quanto ci costa il fallimento politico sul cambiamento climatico
Andamento delle emissioni di CO2 dal 1960 al 2018.
Credit: Greenreport.it

Nella prossima conferenza della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26), che dovrebbe tenersi quest’anno a Glasgow, si analizzeranno i costi del fallimento politico sul cambiamento climatico, per comprendere che le promesse di Parigi non sono più sufficienti. Il fallimento politico ha avuto enorme incidenza in tema ambientale, come sottolineato dall’andamento  del divario analizzato nell’UNEP.

I Paesi devono invertire il senso di marcia per raggiungere gli impegni di Parigi: dal 2015 le emissioni globali previste per il 2030 sono diminuite solo del 3%, a testimonianza di come le singole politiche per arginare i cambiamenti climatici non siano state adeguate. Questo ci dimostra anche l’importanza delle azioni dei Governi sul tema: il fallimento politico va di pari passo con il degrado ambientale. L’ambizione politica invece, ha effetti positivi che possono rallentare i cambiamenti climatici. A dimostrazione di ciò alcuni esempi significativi: molte nazioni si sono impegnati per attivare, nel settore elettrico, il modello “carbon neutral” ad emissioni zero. Azioni positive anche per quel che concerne settori in cui è difficile raggiungere l’obiettivo zero, come l’industria pesante e l’aviazione. Giganti dell’acciaio ThyssenKrupp in Germania, e SSAB a Stoccolma puntano alla produzione di acciaio a emissioni zero. Per il trasporto aereo, Norvegia e Scozia contano di ridurre le emissioni di voli a corto raggio e nazionali entro il 2040.

Anche la diminuzione dei costi delle energie rinnovabili è un importante fattore nella lotta ai cambiamenti climatici. Le rinnovabili infatti, sono attualmente la fonte più importante per la produzione di elettricità a basse emissioni. L’ascesa di tali fonti deve favorire l’accantonamento di combustibili fossili altamente inquinanti. Le economie emergenti che dipendono dal carbone, come la Cina e l’India, hanno iniziato a gestirne i consumi adeguando il prezzo, riducendo i piani per le nuove centrali e sostenendo le energie rinnovabili.

Questi importanti esempi di politiche sostenibili devono essere presi a modello sia dai Governi che dal mondo industriale, per rottamare l’attuale sistema imponendo obiettivi ambiziosi ed azioni precise ed aggressive. Le scelte che verranno prese già nel breve periodo saranno fondamentali. La posta in gioco è alta: il nostro Pianeta.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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