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A Lesbo le parole conclusive del romanzo Le città invisibili di Italo Calvino, che chiamano in causa “l’inferno dei viventi”, appaiono disarmanti per la loro tremenda attualità.

Un’attualità che riguarda migranti in cerca di accoglienza e che purtroppo appare segnata e spaccata in due: da un lato vi sono sempre più persone, miopi nel cercare vie alternative alla rassegnazione e all’adattamento, che decidono di abitare nel loro inferno quotidiano “fino al punto di non vederlo più”. E dall’altro vi sono tanti altri che all’inferno non hanno mai desiderato andarci, ma sono costretti a viverlo, toccarlo e sperimentarlo ogni giorno sulla loro stessa pelle.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Italo Calvino, Le città invisibili

Queste persone non sono più in grado di “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. A Lesbo l’esistenza di una voce di speranza, in mezzo al caos infernale della vita, non sembra essere possibile.

Vivere il campo di Moria sull’isola di Lesbo

Nel campo di Moria situato nell’isola greca di Lesbo uomini, donne e soprattutto bambini vedono e toccano l’inferno quotidianamente. Da più di due anni a questa parte Lesbo, considerata un punto snodale, un ponte tra la vicina Turchia e l’Europa, si fa carico di ospitare ondate di profughi diretti verso l’Europa, in cerca di una vita e di un futuro migliore.

La situazione odierna è critica e instabile: le strutture dell’isola non riescono a supportare il crescente numero di migranti costantemente in arrivo.

Il campo di Moria a Lesbo, pensato e attrezzato per accogliere al massimo 3100 persone, si trova oggi in uno stato d’emergenza, con circa 9000 persone da gestire, 5900 in più rispetto a quelle realmente supportabili. Le condizioni non sono quindi ottimali per poter garantire un’assistenza, medica e psicologica, adeguata ai bisogni di tutti.

Chi ne risente maggiormente sono i più piccoli, impossibilitati a vivere una vita che ogni bambino dovrebbe condurre, fatta di scuola, compiti, giochi, amici e spensieratezza. Invece a Lesbo ciò non avviene. I bambini sono spettatori obbligati di violenze quotidiane, vittime di ingiustizie, totalmente abbondonati e spogliati di tutto il loro naturale entusiasmo.

Medici Senza Frontiere in prima linea

Medici Senza Frontiere agisce in prima linea per garantire l’assistenza e le cure mediche in quelle aree del mondo dove questo non viene garantito. In particolare, nell’isola greca di Lesbo, MSF dal 2017 si occupa di prestare assistenza medica e psicologica ai minori, sperimentano l’inferno ogni giorno, lavorando soprattutto fuori dal campo di Moria.

Alessandro Barberio, psichiatra di MSF a Lesbo, esperto e professionista nel campo, riconosce di non aver mai assistito a una situazione così precaria: «Dopo tanti anni di professione medica, posso dire di non aver mai assistito un numero così grande di persone bisognose di assistenza psicologica come a Lesbo». A Lesbo, la stragrande maggioranza delle persone non riesce più a compiere le attività di vita quotidiana come dormire, mangiare e comunicare.

La situazione non migliora, anzi peggiora sempre di più, a causa dei lenti e complicati trasferimenti verso la terraferma.

La precarietà alimenta ed esaspera i problemi psicologici. MSF riscontra di come bambini e adolescenti rimangano provati da sintomi come mutismo selettivo, attacchi di panico, ansia, scatti d’ira e incubi costanti, oltre che da tentativi di suicidio e autolesionismo.

Il dottore Declan Berry, coordinatore medico di MSF in Grecia, afferma: «Questi bambini arrivano da paesi in guerra, dove hanno vissuto violenze e traumi estremi. Invece di ricevere cure e protezione in Europa, vivono nella paura, nell’angoscia e sono vittime di episodi di violenza, compresa quella sessuale». La preoccupazione aumenta ogni giorno per la salute psico-fisica dei minori, nei quali si teme che la violenza possa essere percepita come doppia: il ricordo di quella fisica subita nel Paese di origine è viva e presente, mentre quella psicologica viene sperimentata ogni giorno nel campo.

Fallimento dell’accordo UE-Turchia

Il 18 marzo 2016, UE e Turchia stipulano un accordo con lo scopo di arginare e bloccare i flussi migratori irregolari diretti verso l’Europa. I punti su cui si basa l’accordo sono nove e concordano tutti sulla necessità di garantire i diritti umanitari e di ristabilire l’ordine pubblico. Turchia e Grecia si impegnano a garantire una collaborazione costante, mentre l’UE si fa carico dei costi delle operazioni di rimpatrio dei migranti irregolari.

Ma a due anni dall’accordo il netto fallimento in campo umanitario è evidente. Lesbo ne è il chiaro esempio: i profughi continuano ad arrivare senza sosta, senza ricevere il giusto e umano trattamento concordato.

Louise Roland-Gosselin, capomissione di MSF in Grecia, dichiara che siamo di fronte a una vera e propria crisi sanitaria ed umanitaria: «Sono tre anni che MSF chiede alle autorità greche e all’Unione Europea di assumersi la responsabilità dei loro fallimenti e di attuare soluzioni sostenibili per mettere fine a questa situazione catastrofica. È tempo di evacuare immediatamente le persone più vulnerabili in sistemazioni sicure in altri paesi europei e fermare questo ciclo infinito di decongestionamenti di emergenza oltre alle orrende condizioni di vita nel campo di Moria. È tempo di mettere fine all’accordo UE-Turchia».

Cosa si chiede all’Europa

All’Europa si chiede una risposta immediata e significativa. Nel campo di Moria le condizioni inumane e instabili portano a considerare il suicidio come una soluzione. Soprattutto tra i minori si assiste a sempre più tentativi di suicidio e casi di autolesionismo. Ciò dovrebbe far riflettere e smuovere anche le coscienze meno sensibili.

Afshan Khan, direttrice regionale UNICEF per l’Europa e Coordinatrice speciale per la crisi dei minori rifugiati e migranti nel continente, lo scorso anno, in relazione alle condizioni vissute da bambini rifugiati e migranti, sottolineava: «È un circolo vizioso: i bambini fuggono dalle sofferenze, ma finiscono per dover fuggire di nuovo o per affrontare quella che è di fatto una detenzione, o un totale abbandono».

Bambini che fuggono «per dovere fuggire di nuovo» in una corsa tutt’altro che semplice che ha una sola meta, con la speranza che sia diversa dall’inferno al quale sono abituati: l’Europa.

Marta Barbera

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