«Midsommar» di Ari Aster: un folk horror alla luce del sole di mezzanotte
Midsommar - Ari Aster, 2019 (Evereye Cinema)

Midsommar – Il villaggio dei dannati è il secondo lungometraggio del regista americano Ari Aster, succedaneo al suo film d’esordio: Hereditary – Le radici del male del 2018. Il film è stato presentato in anteprima a New York il 28 giugno 2019 e il budget è ammontato a circa nove milioni di dollari per una durata complessiva di due ore e cinquantuno minuti. Dunque, Midsommar è un visionario, allegorico e straniante film del terrore mediante cui Ari Aster è magistralmente riuscito ad adoperare gli stilemi dell’horror con l’intento di trascenderne le demarcazioni di genere.

Ari Aster con tempi di montaggio dilatati, con inquadrature ipnotiche, zoom-in e zoom-out lentissimi, e giocando con i cromatismi e la dovizia di dettagli esalta la bellezza delle immagini e la loro composizione fotografica rievocando così un’estetica impeccabile e suggestiva, caratterizzata da colori splendenti e vivaci in netto contrasto con le tipiche atmosfere cupe dell’horror. Si ha, difatti, un’ambientazione capace di sedimentarsi con forza prorompente nell’immaginario cinematografico.

Al netto di ciò, la pellicola affronta il tema della dilaniante angoscia e desolazione derivanti da relazioni familiari e amorose disfunzionali e dall’insostenibilità del lutto mostrato già nell’oscuro Hereditary, però in Midsommar diviene il principio-motore della narrazione: l’impossibilità di razionalizzare il perturbante, l’orrore viscerale. Difatti, la scrittura del film ha avuto per il regista americano una funzione d’esorcizzazione d’un proprio malessere scaturito da una brusca rottura relazionale. A ciò Aster ha unito accurate e lunghe ricerche di storia del folklore e di antropologia culturale per il proprio materiale narrativo. Si è, quindi, documentato sulla mitologia norrena, l’alfabeto runico, il folklore e le tradizioni svedesi al fine d’evidenziare un altro tema nevralgico nella pellicola, ovvero il contrasto tra un modus vivendi razionalista e tecnologizzato e un elemento radicalmente difforme: neo-pagano e primigenio.

Pertanto, Aster nell’indagare l’alterità d’un microcosmo capovolgente, sottolinea in maniera disturbante le ipocrisie che concernono i sistemi valoriali e i rapporti sociali nella società occidentale. Tali antitesi risaltano sin dapprincipio poiché in Midsommar è progressivo il passaggio dalla drammaticità asfissiante delle scene iniziali in notturna, giocate sulle ombre e il buio alle restanti scene della pellicola dove regna la natura selvaggia e splende unicamente il sole di mezzanotte che crea una luce abbacinante e innaturale. Si passa così dai moderni e cristiani Stati Uniti al remoto nord della Svezia, precisamente nella comune neo-pagana dell’Hårga nell’Hälsingland durante un rito tradizionale di mezza estate che si svolge una volta ogni novant’anni e dalla durata di nove giorni.

A tal proposito, nella cosmologia norrena il numero nove si riferisce sia ai nove mondi in cui è diviso l’universo, sia ai nove giorni in cui Óðinn è rimasto appeso all’Yggdrasill per apprendere la conoscenza delle rune. In sintesi, il rituale stesso del Midsommar equivale a nove giorni nei quali si dovrebbe acquisire coscienza di sé. Pertanto, questo percorso iniziatico e psicopatologico è disorientante e si dipana in una sorta di locus amoenus dall’atmosfera fiabesca e onirica che cela però fanatismo e follia omicida. Palesandosi, quindi, in quanto teatro di efferatezze, di culti misterici e di ritualità ataviche. Si è costretti perciò a esperire la medesima allucinazione dei personaggi perennemente sotto effetto di sostanze psicotrope, in sospeso tra il grottesco e il surreale, tra il razionale e l’irrazionale, tra l’irenico e il barbarico, tra la commedia e il dramma.

Dunque, il folk horror di Ari Aster è una storia di lutto, di solitudine, di dipendenza affettiva, d’incontro con l’altro su un piano umano, socio-culturale ed esoterico ma è anche un’esperienza sensoriale al fine di scandagliare gli abissi del proprio incomunicabile disagio e di sperimentare una liberazione catartica e incerta.

«Vegetando nell’Inesprimibile, roso dalla propria ragion d’essere, l’uomo consuma senza requie la propria caduta segreta, e constata nella somma dei suoi atti come il suo spirito perda l’innocenza». (E. M. Cioran, Finestra sul Nulla).

Midsommar
Ari Aster
Ari Aster (The Guardian)

Midsommar: crisi della presenza, alterità e morte

Il lungometraggio ha inizio con una immane tragedia. Dani – interpretata da una ineccepibile Florence Pugh – tenta in tutti i modi d’aiutare la sorella affetta da disturbo bipolare, ma una sera dopo aver ricevuto un’e-mail ambigua, la protagonista cerca di mettersi ripetutamente in contatto con i propri genitori e la propria sorella, purtroppo invano. Pertanto, assalita da un attacco di panico, decide di chiamare il suo ragazzo di nome Christian pur di ricevere un minimo di sostegno e consolazione. Egli risponde freddamente tacciandola di eccessiva apprensione e chiudendo la conversazione frettolosamente, manifestando così l’intenzione di voler recidere il rapporto. Sfortunatamente il presentimento della protagonista diventa realtà: la sorella ha commesso un suicidio-omicidio, bloccando se stessa e i genitori nell’abitazione con il gas accesso.

Si consuma così una tragedia sensoriale che mescola i miasmi del gas, i lampeggianti dei pompieri nel buio e una serie di violini dissonanti, affliggenti in sottofondo. Pertanto, l’immobilità, l’incomunicabilità del mondo moderno e l’assenza di vita che si condensano in questa sequenza riproducono uno dei momenti horror più laceranti dell’intera pellicola. Poi seguita dal pianto straziante e dalle urla perforanti di Dani che denotano un inconsolabile dolore e uno stato di angoscia totale, ancora più marcato dal volto di Christian che nonostante l’abbraccio di conforto, sembra essere rammaricato per aver perso l’occasione di lasciarla prima. Ora, in quanto obbligato a starle accanto per via del senso di colpa, crede d’essere definitivamente ostaggio d’un amore non più corrisposto.

Midsommar
Ari Aster
Dani e Christian (Spettacolo.eu)

Dunque, la sciagura mette spietatamente a nudo l’inautenticità del rapporto tra i due: l’imbelle ragazzotto della middle class americana, totalmente privo d’empatia, si rifugia nell’ipocrisia; mentre lei in preda alla sua estrema vulnerabilità si rivela sin troppo succube e accondiscendente. Così dalla nevosa e tetra cittadina americana si viene trasportati nella lucente e fiorita Svezia. Sebbene restio, Christian porterà Dani con sé, più per compassione che per amore, con il malcontento degli altri due amici Mark e Josh. Perciò partono in gruppo e capitanati da Pelle originario del villaggio di Hårga che li ospiterà al fine di realizzare una tesi in antropologia: prenderanno parte alla celebrazione folkloristica del Midsommar, cioè la festa di mezza estate.

Nel villaggio svedese, apparentemente edenico, in cui tolleranza, contatto con la natura, serenità e quiete paiono essere imprescindibili, gli universitari d’americani entrano in contatto con una cultura totalmente altra rispetto alla loro: la vita quotidiana degli abitanti è totalmente scandita da rituali sacri, è inoltre imperniata sulla condivisione dei beni, sull’autarchia e sull’endogamia. Infatti, si rifanno a un testo sacro e apparentemente indecifrabile d’un individuo deforme e con un ritardo mentale, frutto deliberato per l’appunto di rapporti incestuosi, e che ha una funzione oracolare per la comunità. Oltretutto, gli abitanti della comune sono vestiti d’un bianco brillante che esalta per contrasto l’estraneità del gruppo di amici ospitati nel villaggio d’Hårga.

Midsommar
Ari Aster
La comune svedese – Midsommar (Classicult)

In particolar modo la pratica dell’ättestupa terrorizza e scandalizza i giovani statunitensi e pone in evidenza le enormi differenze che sorgono tra le convenzioni sociali figlie del razionalismo, dell’individualismo di matrice americana e del manicheistico immaginario cristiano e l’habitus derivante da una concezione circolare e trasformativa della vita caratteristica dei culti pagani. In virtù di ciò, il senicidio dei membri più anziani – ormai nella fase termidoriana dell’inverno dell’esistenza una volta conseguiti i settantadue anni – avviene letteralmente alla luce del sole, da un dirupo e davanti all’intera comunità riunitasi per assistere a un momento cruciale e necessario del festival di Midsommar. Difatti, nella società moderna la morte è vissuta come un limite del corso vitale, come un tabù ragion per cui è costantemente occultata; invece, nella comunità svedese la morte ha un significato di rigenerazione naturale e conservazione collettiva al fine di vivere armoniosamente l’interconnessione e la storicità dell’esistere.

È evidente che il modus vivendi della comune è legato a una weltanschauung arcaica in cui gli dèi sono costantemente presenti in quanto forze primigenie e con cui è necessario interfacciarsi allo scopo di condurre una vita degna. Tali culti pagani sembrerebbero di stampo druidico e, non a caso, nello svolgimento dei riti v’è un ampio utilizzo delle rune e dell’alfabeto magico tipico delle tradizioni celtiche. Difatti, la comunità svedese nel suo complesso foggia, valorizza e ritualizza socialmente e culturalmente l’esistenza collettiva, stabilendo e significando l’orizzonte di sicurezza dell’esserci. La presenza s’inserisce, quindi, nella dialettica fra memoria retrospettiva e slancio prospettico. Ma questa dinamica, che naturalmente coinvolge l’individuo, non è tuttavia individualistica. Sono infatti le strutture e le forme intersoggettive a rendere plausibile la costituzione dell’esistenza e la costruzione e la praticabilità d’un senso per i membri. Ciò afferma sia l’esistenza e la presenza della persona in quanto ente collettivo e interindividuale, sia la natura in quanto orizzonte che segna l’inesauribilità della valorizzazione della vita secondo un progetto comunitario.

«La civiltà occidentale si fonda su una scelta di cui possiamo ritrovare chiara consapevolezza pressappoco all’epoca di Cartesio. Quando Cartesio respinge il mondo del sogno e fonda la certezza del proprio io sulla ragione, sulle idee chiare e distinte, è tutta una società che con lui sceglie questa via. Da questo momento la religione cessa di essere l’orizzonte necessario per reintegrare in ogni istante l’uomo nel mondo, per superare la crisi della sua presenza al mondo. Cessa quindi di avere una funzione operativa come elemento determinante della civiltà. […] Quello che afferma la moderna scienza delle religioni è un’altra cosa: è l’idea che c’è un tipo di civiltà, in sé autonoma e autosufficiente, che è fondata sulla religione come elemento di reintegrazione culturale dell’individuo nella società (tipo di civiltà che continua oggi nelle società primitive), mentre la civiltà occidentale, ha optato per un altro modo di reintegrazione culturale e cioè per il dominio razionale della natura». (E. de Martino).

Quello che in alcune culture è un abominio, in altre è semplicemente la normalità. In ciò si sostanzia il problema della norma e della deviazione dalla norma, il contatto con la realtà o la perdita di questo contatto. Ma ogni cultura porta con sé le regole dell’emarginazione. Tuttavia, nella pellicola di Ari Aster non sussistono ovviamente apologie né per il mito del progresso disumanizzante della società americana, né per la feticizzazione di culture neo-pagane che, seppur assorbendo e valorizzando determinati deliri, vivono sulla base di sclerotiche logiche d’esclusione. Dunque, il rapporto storico-dialettico tra progressus ad futurum e regressus ad originem segna inevitabilmente per i protagonisti l’entrata in un mondo radicalmente diverso dal proprio, d’un ribaltamento di tanti princìpi, di consolidati schemi mentali e abitudinali.

(Awards Today)

Amore, sacrificio e rinascita nel folk horror di Ari Aster

In Midsommar lo svolgimento della narrazione ricrea una dimensione temporale discronica che conduce a uno stato oniroide: ha inizio sommessamente e ineluttabilmente l’incubo. La comunità svedese ha, quindi, piani ben definiti per Dani, Christian, Josh, Mark, Connie e Simon. Infatti, mentre la parte restante del gruppo viene subdolamente e barbaramente sacrificata, il Midsommar continua con una gara di ballo intorno all’albero di maggio, che Dani finisce per vincere. Dopo la competizione, la protagonista viene incoronata Regina di Maggio e portata in giro per il paese per benedire i raccolti. Non a caso, sin da prima le viene fatto indossare un camice bianco con su ricamate le rune ᚱ (raido) e ᛞ (dagaz). La prima runa rimanda al viaggio e alla volontà di scegliere il proprio cammino; la seconda runa riguarda la luce, la spiritualità e, soprattutto, simboleggia il solstizio d’estate. Nel frattempo, Christian è stato portato via e successivamente drogato giacché deve accoppiarsi con la giovane Maja per poter garantire sangue straniero alla comunità. Infatti, all’inizio dei festeggiamenti gli viene affibbiata la runa ᛏ (Tyr) che simboleggia il dio della guerra, custode della mascolinità ma che ottiene le proprie vittorie con l’inganno.

Egli è però vittima d’un incantesimo dell’amore, che lo porta a deteriorare ulteriormente il rapporto già incrinato con Dani. Quest’ultima attirata da strani gemiti, si rende conto ch’è in atto il rituale dell’ingravidamento ed è testimone dell’infedeltà di Christian. S’allontana, singhiozza, ferita, tradita e pervasa dal dolore, ma ora non è più sola: le altre donne della comune la circondano, la seguono nel dormitorio e iniziano a condividere le emozioni negative e financo a imitare le sue grida.

Midsommar
Ari Aster
Midsommar, 2019 (Zerkalo Spettacolo)

Sicché, l’elemento horror in Midsommar di Aster non risiede soltanto nella morsa psico-fisica in cui si è stretti dall’enigmatica e aliena comunità di Hårga, ma anche nel timore di sé e d’una negatività pulsionale che cova una forza distruttiva e magmatica, al di là del bene e del male, che preme per emergere e manifestarsi. Infatti, alla base delle relazioni sia amorose che amicali del gruppo manca l’empatia e la comprensione reciproca, quindi ciò alimenta una spirale perniciosa di solipsismo tossico e morte. Mentre, in conformità alle religioni misteriche, gli abitanti di Hårga adottano pratiche non solo di condivisione emozionale, ma di vera e propria mimesi delle sensazioni d’un membro in funzione fomentatrice e poi purificatrice.

In seno a tale risonanza emotiva, avviene una traslazione dell’emotività soggettiva su un piano collettivo: l’emozione del singolo si fonde in un coro e un organismo collettivo di espressione, generando di conseguenza una catarsi della coscienza comune. È evidente che la dannazione e il delirio hanno origine da una crisi della presenza, da un’idea rinnegata di se stessi, ed è solo trovando espressione nel procedimento d’empatia collettiva, al fine di sacralizzarsi in quanto soggetti umani, ch’è possibile esorcizzare ciò che non empatizza con il proprio sé perché estraneo e disfunzionale. Grazie all’esperienza universale del dolore, il soggetto si sente membro d’una comunità. Hårga rappresenta un opposto collettivista rispetto alla mentalità individualista tipicamente americana.

Dunque, in questo sviluppo traumatico s’evidenzia come la comune sia una famiglia coesa, ma allo stesso tempo ha una sua maniera molto brutale e oculata d’integrare nuovi elementi esterni. Dani, però, è una potenziale integrazione, attratta a sua volta dentro il vortice di Hårga attraverso forze motrici emotive e inconsce. Con ciò diviene gradualmente consapevole di recidere l’unico legame affettivo che ha, affrancandosi da ciò che la tiene legata a Christian, rimarrebbe di conseguenza senza famiglia se non fosse per la surrettizia penetrazione della setta nel suo trauma, nel suo dramma psichico individuale, nella sua desolazione e nella sua vulnerabilità correlata. Si verifica il fatidico, ambiguo e violento passaggio da una famiglia a un’altra e il superamento del lutto viscerale, che lascia in sospeso categorie morali, che lascia decantare un’eco perturbante sino all’ultima inquadratura. Ari Aster mediante Midsommar lancia un messaggio cristallino: non è rilevante se le emozioni da condividere siano positive o negative, diviene di vitale importanza ricercare una dimensione nella quale trovare un senso di comunità, d’immedesimazione e d’appartenenza.

Per cui, in questo processo d’espulsione, l’amore presuppone la dissoluzione dell’ordine simbolico e dell’individualità imprigionata, perciò la negatività della morte è imprescindibile per l’esperienza erotica e per l’acquisizione della coscienza di sé. Afferma Bataille: «Dell’erotismo si può dire che è l’approvazione della vita fin dentro la morte». L’amore passa attraverso la morte: il soggetto muore nell’Altro ma a questa fine corrisponde un ritorno a sé; in ciò si sostanzia il dono dell’Altro. Dunque, in questo rapporto tensivo tra amore e morte, tra apocalisse e redenzione, tra Dani e il suo partner si sostanzia la dialettica del disastro: la sventura si tramuta inaspettatamente in fortuna. Lei abbandona, forse, così il suo infernale isolamento. Si palesa, di conseguenza, la profonda affinità tra il sacrificio e l’atto d’ amore. La sua rinascita la rende capace di dare un senso al proprio essere-nel-mondo e di porsi di fronte all’intera realtà in modo liberante, seppur tutto sia gravato dalla provvisorietà.

Ordunque, per l’atto conclusivo della celebrazione di Midsommar, è necessario un ultimo e imponente sacrificio rituale. La venerata regina Dani è autorizzata a scegliere chi morirà: Christian oppure un abitante selezionato mediante un sorteggio. Avvilita e sofferente per via del tradimento consumato a suo nocumento, condanna a morte Christian, scegliendo de facto la comunità come sua nuova famiglia. Christian, quindi, ancora in vita viene rinchiuso dentro la carcassa d’un orso e collocato nel sacro tempio insieme ai cadaveri mutilati dei quattro amici e a due volontari. Mentre il tempio arde, gli abitanti del villaggio assistono al sacrificio contorcendosi e gridando come un coro tragico dell’antica Grecia. Si assiste così a una generale catarsi dionisiaca: in questa estasi l’individuo esce da sé per cercare nell’intensificazione del dolore e nel conseguente annullamento della libertà soggettiva un oblio di sé che conduca finalmente al superamento del dolore medesimo. La tragicità degli eventi, quindi, dopo sofferenze, smarrimenti, scissioni e trasfigurazioni consegna al soggetto un’immagine di se stesso.

Dani, ancora nella sua bucolica veste da Regina di Maggio, inizialmente scruta con orrore la manifestazione suprema della tragedia però nella sua oscillazione tra i poli del conservarsi e del perdersi, avverte il piacere di quello stesso orrore e s’abbandona così alla natura universale del divenire. Gradualmente l’espressione sul suo volto muta in un sorriso compiaciuto e s’unisce alla comunità nelle convulse celebrazioni alla luce abbagliante del sole di mezzanotte.

Midsommar
Ari Aster
Ari Aster – ”Midsommar” (Movieplayer)

«Creare vuole chi ama, poiché disprezza! Che ne sa dell’amore chi non ha dovuto disprezzare proprio ciò che amava». (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra).

Gianmario Sabini

Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Engels, Lenin, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, Carmelo Bene, John Bonham, i Black Sabbath, i King Crimson, i Pantera, gli Alice in Chains, i Tool, i Porcupine Tree, i Deftones e i Kyuss. Detesto il moderatismo, il fanatismo, la catechesi del pacifismo, il moralismo, lo psicologismo, la spocchia dei/delle self-made man/woman, la tuttologia, Calcutta, i Thegiornalisti e Achille Lauro. Abito e studio a Bologna, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, suono la batteria, bevo sovente per godere dell'oblio. Morirò.

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