
Nel panorama musicale contemporaneo, l’uscita di un album che sia al tempo stesso un’opera d’arte e una riflessione sociale profonda è un evento raro. I Calgolla, band alt-rock che da tempo si distingue per la sua visione audace, tornano con “Iter“, un disco che è molto più di una semplice raccolta di canzoni.
Concepito come un viaggio sonoro, l’album si addentra nelle pieghe delle contraddizioni umane e del disfacimento ecologico e sociale. Attraverso nove tracce che fondono alt-rock, spoken word, post-punk e performance art, l’ultima fatica discografica dei Calgolla non si limita a descrivere la precarietà del nostro tempo, ma la fa vivere, immergendo l’ascoltatore in un flusso emotivo che confonde i confini tra sogno e incubo.
I testi, adattati da “Viaticus“, un graphic poem scritto dal cantante dei Calgolla insieme all’artista visivo Giacomo Della Maria, si trasformano in paesaggi musicali tesi e visionari, attraversando lingue e stati d’animo diversi.
Noi di Libero Pensiero abbiamo incontrato Emanuele Calì, fondatore del progetto Calgolla, per farci raccontare il processo creativo, le ispirazioni e le sfide dietro la genesi di questa ambiziosa creazione.
“Morning Star“e “Iter” aprono il disco con un’atmosfera rituale, parlando di distruzione e rinascita. Come si collegano tra loro questi due brani? Perché voi Calgolla avete scelto di usarli come “seme concettuale” dell’intero album?
«I brani raccontano fasi della vita complesse, difficili da sintetizzare in poche parole; di conseguenza, ci sarebbero un’infinita di cose da dire a riguardo. Partiamo, innanzitutto,dal fatto che, concettualmente, le bozze dei testi derivano dalle prime due poesie estratte da “Viaticus”, il graphic poem scritto dal sottoscritto insieme a Giacomo della Maria, che ne ha curato le grafiche. Il testo è diviso in tre capitoli; il primo, sul quale ci siamo soffermati, intitolato “Iter”, rappresenta il principio del viaggio: l’inizio del processo di separazione da ciò che è noto e tangibile. Dal punto di vista delle sonorità, della commistione di generi e delle scelte estetiche, si può dire che “Morning Star” e “Iter” anticipino ciò che accade, a pieno regime, all’interno del resto del disco. Per questo motivo, li abbiamo ritenuti i brani più idonei a rappresentare l’introduzione dell’album.»
“Erdelose Pflanze” e “Frantic Movement” sembrano descrivere due diverse forme di sradicamento. Una parla di alienazione dalla natura, l’altra del movimento forzato. Qual è il legame che unisce questi due brani dei Calgolla?
«Sotto il profilo musicale e compositivo, “Erdelose Pflanze” e “Frantic Movement” sono abbastanza diversi. C’è da sottolineare che ciò dipende anche dal fatto che sono nati in momenti decisamente distanti tra loro. Tuttavia, il filo rosso che li unisce è il tema che entrambi affrontano: l’avanzare del distacco da ciò che si è sempre considerato “casa”, e perché no, da sé stessi. Questo processo interiore permette di vedere il mondo con occhi nuovi, di aprire le “finestre”, facendo entrare aria fresca: si comincia a percepire la realtà da una prospettiva differente, pur essendo rimasti statici.»
“The Puppeteer” e “Pupilla Digitale” trattano il tema della manipolazione e della sorveglianza. Cosa volete comunicare con queste tracce? Quali sono le motivazioni che hanno spinto voi Calgolla a farlo con stili così diversi, uno più fiabesco e l’altro più claustrofobico?
«Gli argomenti trattati in “The Puppeteer” e “Pupilla Digitale” sono, a nostro avviso, estremamente attuali. Per descrivere questo dato momento storico è stato coniato, da Andrea Colamedici, il termine “ipnocrazia”. Per chi fosse interessato, consiglio di approfondire la sua collaborazione con Jianwei Xun. Trattando questi temi spinosi, risulta complesso evitare toni eccessivamente allarmisti. In tal senso, devo ringraziare Maria Grazia Tonetto, autrice del testo di “The Puppeteer”, l’ unico non scritto da me all’interno dell’album. C’è stato un periodo in cui questa straordinaria poetessa – che apprezzo moltissimo – ed io abbiamo collaborato nella scrittura. Una volta letto questo suo componimento, me ne sono innamorato così tanto da spingermi subito a provarlo su una bozza che avevo, precedentemente, registrato.”Pupilla Digitale” si può, invece, definire una sorta di manifesto dell’era del Grande Fratello, concetto contenuto all’interno del romanzo distopico “1984” di George Orwell.»
Il disco si chiude con “Zenobius I,16” e “Dicotomìas“, che sembrano essere in dialogo tra passato e presente. Come si congiungono questi due pezzi posti alla conclusione dell’album?
«Per la conclusione dell’album, noi Calgolla abbiamo scelto brani in cui l’emotività torna a farla da padrona. Rappresentano la fase matura del viaggio, quella in cui affiorano i ricordi vividi del passato. Si accede al patrimonio intimo, dapprima sepolto, si fa i conti con il proprio Io. In “Dicotomías”, è presente un’introduzione in spagnolo. La seconda parte del brano altro non è che una poesia in dialetto siculo di Ignazio Buttitta, “Non mi lassari sulu“. Dato che il poeta in questione è originario del paese in cui sono cresciuto, si tratta di un vero e proprio ritorno a casa. La poesia si può, inoltre, definire una summa del concept dell’intero disco: è un testo sulla fratellanza, sul senso di comunità, valori che nel nostro mondo “civilizzato” e in continuo “progresso” sono andati scemando.»
“Iter” è un’esplorazione di stati d’animo e paesaggi diversi. Come, voi Calgolla, riassumereste in un’unica frase, per chi non avesse ancora avuto modo di ascoltarlo, il messaggio in esso contenuto?
«Citiamo a, tal proposito, un passaggio della poesia “Non mi lassari sulu” che, secondo il nostro parere, contiene il messaggio principale che l’album si prefigge di trasmettere: ‘Ti vogghiu diri chi quattr’occhi vidinu megghiu, chi miliuna d’occhi vidinu chiù luntanu, e chi lu pisu spartutu nte spaddi è diventa leggìu’ (Traduzione: ‘Ti voglio dire che quattro occhi vedono meglio che milioni d’occhi, vedono più lontano, e che il peso diviso sulle spalle diventa leggero.’). Vi invitiamo a leggerla con attenzione, racchiude una bellezza rara e profonda!»
Vincenzo Nicoletti
















































