Whirlpool
fonte: ilfattoquotidiano.it

Spenti i riflettori mediatici sul caso Whirlpool, a continuare a lottare sono solo i lavoratori dello stabilimento di Napoli, in presidio continuo per impedirne il trasferimento. Si allontanano le tv nazionali, i politici non tengono più in alto il vessillo degli operai napoletani e, in un gioco a rimpiattino di rimandi, solleciti e lieto fine soltanto annunciati, ciò che rimane, è il silenzio assordante di una questione irrisolta: il fallimento di uno Stato che non sembra più in grado di ottemperare ai suoi doveri.

Davide contro Golia

Mentre anche in altri stabilimenti Whirlpool italiani si susseguono scioperi e azioni di protesta per il mancato rinnovo del contratto nazionale di categoria, Napoli non molla e continua a far sentire la sua voce attraverso occupazioni fisiche e azioni online, per far sì che quella dello stabilimento napoletano non diventi l’ennesima Caporetto industriale di un Sud già martoriato.  

Alla base c’è una vecchia storia di violenza, quella dei forti contro i più deboli, dei potenti contro gli indifesi. È la storia di un popolo dimenticato che subisce, da mesi, i soprusi di un’azienda che, come denunciato dalle principali sigle sindacali, starebbe venendo meno anche agli accordi presi sulla cassa integrazione per Covid.

È un popolo costretto a lottare con le unghie e con i denti per un posto di lavoro, quello degli operai della Whirlpool, un posto di lavoro che è loro diritto reclamare. Un popolo lasciato da solo ad elemosinare ciò che gli spetta. Un popolo però che non ha più paura, perché la paura te la toglie la fame, un popolo che è pronto a farsi sentire per affermare che il lavoro è vita, è dignità, è un diritto. E che uno Stato che non lotta per i suoi lavoratori, ma anzi, permette ad un colosso industriale di raggirarli, è uno Stato che forse ha fatto il suo corso.

Whirlpool Napoli: quali soluzioni?

La verità – scritta, urlata, manifesta – è che non dovrebbe esserci alcuna ulteriore manifestazione, alcuno sciopero generale, alcun presidio, soprattutto in tempo di emergenza Covid. Se il piano industriale 2019-2021, sottoscritto da Whirlpool, dai sindacati e dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico Luigi di Maio, venisse rispettato, nulla di tutto ciò sarebbe necessario. Ma, mentre da mesi dal Governo arrivano rassicurazioni circa l’impegno delle istituzioni nel non lasciare i lavoratori da soli e si fa strada l’ipotesi di un tavolo tecnico per riconvertire il sito industriale, lo stabilimento partenopeo dal 1° novembre ha smesso le attività e chiuso i battenti, pur impegnandosi a retribuire i dipendenti fino al 31 dicembre 2020.

L’unica strada percorribile sembrerebbe allora quella della riconversione della produzione, strada caldeggiata anche dal Ministro per lo Sviluppo Economico Stefano Patuanelli che, intervenuto sulla vicenda, si è detto disposto a fare tutto il possibile affinché le persone della Whirlpool rimangano operative, con un altro gruppo o con un altro prodotto.

Il Ministro per il Sud Provenzano, in un post pubblicato sulla sua pagina Facebook, invece, pur unendosi al coro di pieno sostegno agli operai napoletani alzatosi dal Governo, ha sottolineato la mancanza di credibilità del colosso americano, inamovibile dalla sua scelta nonostante l’imponente mole di incentivi e decontribuzione propostogli per non dismettere il sito di via Argine e nonostante i segnali positivi provenienti anche dal mercato. «Non tenere conto delle condizioni mutate» – si legge – «sia in termini di richiesta del mercato che di aiuti e sostegno dati dal Mise, dal Governo per le imprese al Sud, è non solo atto economicamente poco conveniente, ma dimostra una cattiva fede».

Quella della Whirlpool è una nuova occasione mancata

A tirar le somme in una storia di cui ancora si aspetta il finale (che forse si conosce già, ma si preferisce non guardarlo), tra responsabilità mancate e azioni poco lungimiranti, ciò che emerge, ancora una volta, è la poca credibilità che il Governo italiano esercita nei confronti dei partner economici stranieri e, fatto ancor più grave, la mancanza di un piano di sviluppo e crescita davvero efficace per le Regioni del meridione.

Anche il coinvolgimento di Invitalia per l’individuazione di nuovi potenziali clienti che investano a Napoli, previsto nel piano di recupero dello stabilimento, sembra piuttosto un contentino più che un provvedimento ragionato. Tanto più che, tale riconversione sarebbe sì in grado di portare risultati, ma solo nel medio periodo e, se lontana dal core business della Whirlpool, disperderebbe quel patrimonio di competenze e professionalità che gli operai napoletani hanno acquisito in questi anni. Un fatto che, come sottolineato dallo stesso Maurizio Landini, segretario della Cgil, sarebbe un delitto sociale davvero imperdonabile oltre che una scelta economicamente miope.

E ora?

Ora è il momento di investire, di investire a Napoli, al Sud. Quel Sud costituito da territori che, più che per la pandemia, stanno morendo per l’assenza di piani di sviluppo e di investimento, quei territori che stanno sperimentando sulla propria pelle le conseguenze, economiche e sociali, di una desertificazione industriale apparentemente incontrollabile, di cui il caso Whirlpool è solo una delle drammatiche e numerose pagine.

Napoli, ancora una volta, diventa un simbolo di resistenza e di coraggio. Di opposizione alle storture di un sistema che si alimenta col profitto e dal profitto trae la sua legittimazione ad agire al di sopra di ogni cosa: degli impegni presi, degli accordi firmati, del rispetto dovuto ad uno Stato.  

Napoli si trova così ad incarnare ogni occasione persa, ogni chiacchiera in politichese, ogni promessa rivelatasi infondata. Ogni promessa di lavoro e di sviluppo disattesa. Napoli, la città metafora per antonomasia di simbolismi e iconografia, è stata abbandonata di nuovo. E come Napoli, anche Taranto, la periferia romana, Cassinetta e tutti gli altri luoghi in cui lo Stato fatica ad arrivare. Ma qualcuno, presto o tardi, ne pagherà il conto.    

Edda Guerra

Edda Guerra
Classe 1993, sinestetica alla continua ricerca di Bellezza. Determinata e curiosa femminista, con una perversa adorazione per Oriana Fallaci e Ivan Zaytsev, credo fermamente negli esseri umani. Solitamente sono felice quando sono vicino al mare, quando ho ragione o quando mi parlano di politica, teatro e cinema.

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