Intervista a Gerardo Gallo, autore del romanzo Tre luci dal buio.
Copertina 'Tre luci dal Buio' - Il Taccuino Ufficio Stampa

Gerardo Gallo, nato a Gragnano (NA) nel 1974, è regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo. Dal 2005 è tra i registi della famosa fiction italiana “Un posto al sole”. È inoltre terapeuta energetico e insegnante di meditazione, con la passione per la ricerca spirituale ed esoterica e per i misteri legati alle interrelazioni tra il presente e il passato.
Nel 2020 pubblica in self-publishing il suo primo romanzo, Tre luci dal buio, tratto da una sua sceneggiatura cinematografica.

Di cosa parla il romanzo Tre luci dal buio?

«Il mio romanzo parla di amore, di quell’amore di cui ci dimentichiamo quasi sempre e che è alla base di ogni grande storia. Quello verso noi stessi, verso il nostro talento e la bellezza di prendersi cura di sé, come base della cura e amore per altri, senza nessuna dipendenza. Tre luci dal buio è la storia di tre artisti che vivono una crisi, che nasce proprio dall’aver tenuto nascosto in fondo al loro cuore la verità su se stessi, e del percorso che dovranno fare per portare la loro vera essenza allo scoperto. Le donne che incontrano vivranno con loro, in modo differente, la forza di questo viaggio, di questo riscoprire la bellezza del fare del proprio talento lo strumento con cui agire con gioia».

Da cosa nasce l’idea alla base dell’opera?

«L’idea nasce da un soggetto che ho scritto un po’ di anni fa per il cinema. Ho scoperto, negli ultimi anni, come siano le storie ad arrivare e come io debba imparare a stargli dietro. Pensavo, come quasi tutti i creativi, di essere io colui che inventa, ma la realtà è che sono solo un tramite, un canale. Esiste un luogo in cui riposano tutte le storie che vogliono essere raccontate. Un luogo energetico o spirituale, non fisico, che prende tanti nomi: uno di questi è la ‘musica delle sfere’, in cui le storie sono racchiuse come dentro delle bolle e, se gli sei affine, ti arrivano. Queste storie hanno urgenze diverse e, se non sei pronto a cogliere la loro richiesta, scelgono qualcun altro per farlo. Quindi per rispondere alla domanda, dico cosa è avvenuto o cosa mi accade quando una storia mi cerca. Di solito, mentre cammino, mi arriva come un fischio nell’orecchio, poi sento intorno a me come delle carezze, un venticello che si muove nella testa. Quando percepisco questo segnale, mi metto in uno stato di ascolto per i giorni che seguono, vado in meditazione e piano piano la storia prende forma. Quando ho iniziato ‘Tre luci dal buio’, non ero consapevole di questo processo e quindi, come con molte altre cose che sono in fieri nel cassetto, il percorso per arrivare alla sua conclusione è stato più lungo. Ci sono storie che ho iniziato a scrivere quasi venti anni fa e che ora ho ripreso perché so che posso lavorarci con più consapevolezza, ma anche perché come dicevo sono loro a scandire spesso il tempo».

Domenico, Oliver e Sten: tre personaggi intensi, tre percorsi esistenziali diversi ma che puntano verso la medesima direzione. Come descriveresti i protagonisti? Quale messaggio veicolano?

«Questi tre artisti sono profondamente differenti in ogni singolo aspetto della loro vita, nel modo di percepire e vivere la loro arte. La direzione verso cui puntano – da inconsapevoli rispetto a come hanno vissuto -, è decisamente lontano da se stessi: un’inversione che è in qualche modo un ritrovare un dialogo profondo tra cuore e talento. Sten è un pittore dalle grandissime doti, ma profondamente prigioniero dei labirinti del suo cervello, delle sue fobie. Cerca continuamente di avere il controllo su tutto e tutti, la sua arte per quanto molto ricercata è totalmente rinchiusa nei suoi mondi squadrati e si muove senza passione. Oliver è un virtuoso della batteria jazz, un batterista che ha piena consapevolezza della sua bravura, della sua bellezza e del suo sorriso magnetico. È l’unico dei tre che non sa davvero perché il suo corpo, ad un certo punto ha deciso di mettersi in sciopero e di metterlo in imbarazzo in molte situazioni anche durante i concerti. Domenico, attraverso il suo quaderno, veicola poesie che parlano al cuore della gente, ma lui non lo sa, lo utilizza per dare voce alla sua sofferenza, un canto che forse se riuscisse a rileggere con occhi diversi, gli insegnerebbe come uscire dal suo dolore».   

I protagonisti sono tre artisti in crisi. Consigli per chi si trova in un momento di blocco creativo?

«Le crisi sono da sempre il frutto di un disequilibrio rispetto a ciò che stiamo vivendo, ma sono soprattutto un utile strumento per indagare su ciò su cui ci siamo impantanati. Sono le opportunità migliori che ci possano accadere per comprendere se stiamo o meno sulla strada giusta. L’ego di un creativo è fondamentale per dare la spinta e il movimento, per avere sicurezza in se stessi, ma quando si tratta di darci la giusta percezione di noi stessi e di quello che stiamo creando, spesso ci porta fuori strada. In un momento di crisi creativa, io consiglio di uscire fuori dal ruolo che ci siamo imposti o ci hanno imposto di avere, di iniziare a fare altro. Quando parlo di uscire fuori intendo anche usare il movimento fisico. Per esempio, io sono riuscito a completare ‘Tre luci dal buio’, lì fermo da un anno, durante il lookdown: ero profondamente nervoso, anche la meditazione non mi aiutava a vedere oltre. Ciò che mi ha permesso di ripartire è stato prendermi cura di me e della mia casa, ho iniziato a ridipingere i muretti del giardino, a curare e abbellire il giardino, a giocare a tennis da solo contro il muro di casa e, piano piano, la voglia di tornare ad ascoltare le storie che mi stavano chiamando è tornata. Il fare è sempre la risposta migliore ad un blocco creativo». 

Come definiresti il tuo stile di scrittura?

«Io sono nato e cresciuto in una famiglia di fotografi: mio nonno è stato il primo fotografo professionista di Gragnano, ha raccontato per decenni con le sue foto l’evoluzione e il passare del tempo, e lo stesso mio padre con le storie d’amore, i momenti felici come tristi di centinaia di famiglie. E lo hanno fatto coinvolgendo le donne della nostra famiglia, i figli, i nipoti. La mia scrittura è figlia di tutto questo, è figlia dell’immagine, che passa attraverso quello che riesco – anche come regista – a visualizzare. Ha creato, nel mio modo di scrivere, un’attenzione a tutti i particolari, da quelli fisici a quelli non visibili come i sentimenti, i pensieri, le emozioni. Non ho alle spalle studi umanistici, scrivo perché è uno strumento naturale per me. Lascio fluire quello che vedo e percepisco anche se spesso può risultare uno stile poco canonico. Ma è il mio modo di vedere, ascoltare e percepire le cose». 

Cosa ha significato per Gerardo Gallo scrivere Tre luci dal buio?

«’Tre luci dal buio’ è stato, in tutte le sue versioni, la storia della consapevolezza. Anni fa era solo un’idea, un soggetto per un film tradotto anche in inglese. Per qualcuno dall’altra parte del mondo, una persona importante del cinema, era davvero una storia interessante. Allora con un amico sceneggiatore, Fabio Paladini, ne scrivemmo un trattamento, che è una sorta di scaletta divisa per scene. Per vari motivi, è restato lì fermo fino a quando non ho deciso che fosse ora di provare a scrivere la mia prima sceneggiatura di un film, fino a quel momento non mi ero mai avventurato oltre la scrittura di cortometraggi. Finirla e sentirne le potenzialità è stato un regalo importante per me e la mia storia. Ma non è bastato, ho deciso di spingermi oltre e di provare a farlo diventare un romanzo, ed eccolo qui. ‘Tre luci dal buio’ è la mia strada di consapevolezza: mi ha insegnato a fidarmi di me, del mio istinto, del mio talento. E ora sono molto più forte». 

Intervista a Gerardo Gallo
a cura de Il Taccuino Ufficio Stampa

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