Fonte: https://www.artribune.com/arti-visive/street-urban-art/2020/11/murale-jorit-gramsci-firenze/

«Anche quando tutto è o pare perduto bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Le crisi consistono appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere. Odio gli indifferenti, credo che vivere voglia dire essere partigiani». Lo scorso 21 novembre su Facebook Jorit aveva pubblicato queste parole in una didascalia a una bozza preparatoria al ritratto dell’ultimo membro della sua tribù: Antonio Gramsci. Il murale è stato ultimato il 3 dicembre e si trova a Firenze: questa è forse una scelta simbolica di una città che nei secoli si è sempre dimostrata baluardo di libertà e rinascita e come ci dice lo stesso artista: «Antonio Gramsci è soprattutto una cosa: lotta». Nonostante tutto, la realizzazione dell’opera ha suscitato qualche critica.

Gramsci
Il murale ultimato. Fonte: profilo Facebook di Jorit

Il critico d’arte Luca Nannipieri, per esempio, è stato alquanto duro nei confronti dello street artist Jorit: «Un pittore con una discreta tecnica, ma dalle sue opere non emergono creatività, estro, e men che mai originalità e genialità. Si riduce a riproporre immagini, è un ritrattista, tra l’altro prevedibile, da regime totalitario». La critica puramente tecnica può essere del tutto legittima, specialmente se espressa da una persona competente in materia come può esserlo un critico letterario che giudica un’opera letteraria. Tuttavia, la creatività e l’estro di Jorit forse non albergano nella resa estetica finale quanto piuttosto nel messaggio sottinteso che l’artista cerca di trasmettere al pubblico. Non è cosa di tutti i giorni passeggiare in una uggiosa mattinata e ritrovarsi di fronte una gigantografia di Gramsci con due lineette rosse parallele sul viso, tipico segno della human tribù di Jorit.

Da Vittorio Sgarbi a Gramsci, passando per Pier Paolo Pasolini e Nelson Mandela: la tribù di Jorit non omette proprio nessuno. Lontani nel tempo, altrettanto distanti per convinzioni politiche, etiche e morali, ma tutti accomunati da quelle strisce rosse sul volto. Abbiamo tutti fatto parte di una tribù: vuole probabilmente dirci Jorit che ognuno di noi, anche se diverso per opinioni personali, aspetto fisico e provenienza, discende dalla stessa radice, marcia o sana che sia: quella umana. Lo stesso artista, in una intervista per la Repubblica risalente al 2018, parlava circa la “politicizzazione” delle sue opere: «Per me conta la mia opera, non chi la finanzia […] Non mi posso mettere né da una parte politica né dall’altra. E non mi interessa neanche. Si sa come vanno queste cose: se ti metti da una parte, magari dall’altra ti schifano e non ti fanno fare più niente».

Ma forse è proprio ritraendo Gramsci che Jorit, a distanza di due anni, smentisce le dichiarazioni circa l’apoliticità dei suoi murales. Piazzare uno dei pensatori italiani più studiati al mondo al centro di Firenze è, per certi versi, una presa di posizione: un rifiuto ad alta voce – o meglio, a grandezza di muro – che si schiera apertamente contro un modello di società che può essere superato. Il murale di Gramsci può essere legato, forse in maniera indiretta, a un episodio di cronaca nera che accadde qualche tempo fa. Tra il 2011 e il 2018 tre senegalesi, Idy Diene, Samb Modou e Diop Mor vennero uccisi da menti razziste. Proprio in riferimento a ciò, ci fu chi, tra gli artisti, si propose di realizzare un’opera commemorativa. Tuttavia l’amministrazione si oppose, ricordando l’episodio di alcune fioriere rotte nei pressi di Palazzo Vecchio da parte della comunità senegalese (ovviamente rabbia generata dal senso di impotenza e ingiustizia che i parenti delle vittime provarono), dichiarando che «La Procura ha chiarito che non si tratta di un gesto a sfondo razzista». Era il 2018: solo qualche mese dopo queste dichiarazioni Jorit avrebbe ritratto Nelson Mandela.

Già dapprima di Jorit – e anche di Gramsci – l’arte aveva preso posizione, aveva «parteggiato». Nel 1901 il pittore italiano Giuseppe Pellizza Da Volpedo completa il suo Quarto Stato. Il quadro raffigura una schiera di braccianti appartenenti «al quarto stato» che marciano in avanti, come in un ipotetico superamento di un modello societario ed economico inadeguato. Di lì a poco tempo sarebbe nato il Partito Comunista Italiano. Pellizza da Volpedo, proprio riferendosi al significato delle proprie opere, disse: «Non è la verità vera che io debbo rappresentare nel quadro bensì la verità ideale». Ecco, allora, ritrarre Gramsci a Firenze, nel bel mezzo della crisi socioeconomica che stiamo vivendo, è un invito a ripensare Gramsci.

Il Quarto Stato, G. Pellizza Da Volpedo. Fonte: ADO Analisi dell’opera

Anche l’auspicio dell’assessore alle politiche giovanili dell’amministrazione fiorentina è rassicurante: «Con questa iniziativa artistica pertanto vogliamo far sentire la presenza di istituzioni, realtà culturali cittadine e artisti di fama internazionale tutti uniti nel trasmettere il messaggio di Gramsci contro l’indifferenza e per una comunità solidale, partecipativa, sensibile verso il disagio che tutti stiamo vivendo.» Un’opera contro l’indifferenza diffusa che condanna la nostra società all’inazione; l’assuefazione a problematiche che, se affrontate con coraggio e decisione, potrebbero essere risolte. Coscienza di classe e organizzazione di massa sono un binomio inscindibile del pensiero gramsciano come medicina all’indifferenza. Per Gramsci «organizzarsi›› è sinonimo di unidirezionalità, consapevolezza e coerenza di pensiero.

Nel 1917 Gramsci pubblicava una rivista alla quale diede un titolo evocativo, per dirla con un eufemismo: “La città futura”. In quella rivista era contenuto il nocciolo del pensiero politico gramsciano, un testo denominato: “Contro gli indifferenti”. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.» Il non agire – secondo Gramsci – agisce passivamente sulla storia. L’abbattimento del male, delle ingiurie «non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano››, scrive Gramsci, ‹‹quanto all’indifferenza, all’assenteismo di molti. (…) Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare». Forse, proprio sulla scorta di Antonio Gramsci, il murale di Jorit vuole essere un’esortazione al riorganizzarsi, al riacciuffare quelle coscienze – semmai l’abbiamo avute – inglobate dalla velocità dei tempi in cui viviamo. Dove tutto ci sembra inafferrabile, drammaticamente lontano dal nostro volere, allora «parteggiare›› può diventare un atto eroico non indifferente.

Antonio Figliolino

Antonio Figliolino, classe 2002, napoletano di nascita. Manifesta sin da piccolo una forte passione per la letteratura, nonché per gli studi umanistici. Inoltre, alla luce di un interesse radicato in famiglia, presenta un'attenzione particolare per i fatti politici. Divoratore di libri, i quali spaziano dalla letteratura sudamericana, italiana e portoghese.

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