Body fascism
Fonte immagine: insider.com

“Mens sana in corpore sano”. Giovenale descriveva in questo modo il concetto secondo cui la mente e il corpo sono in realtà più congiunte di quanto si possa pensare, che il benessere di uno comporta necessariamente il benessere dell’altro: il corpo come specchio dell’anima. Ma se analizziamo il pensiero corrente circa l’essere umano constatiamo che la visione del corpo come tempio dell’anima, soprattutto in riferimento alla costruzione dei preconcetti sociali di sfondo occidentale con l’avvento dei social network, si allontana totalmente dall’opinione comune. Questo è un fenomeno che si sta allargando in molti Paesi: come testimoniano indagini di costume, l’attenzione alla cura della persona risulta essere al primo posto tra le preoccupazioni di noi esseri umani. Nel tempo si è generata una identificazione tra cura di sé e cura del corpo, intesa come custodia esclusiva dell’aspetto fisico, spesso senza giusta misura. Essere in forma oggi vuol dire avere un corpo perfetto così come spesso ci viene proposto dai meccanismi dell’advertising pubblicitario. Una tendenza che negli ultimi anni sembra straripare, soprattutto nel mondo dello spettacolo, è il body fascism: ma di cosa si tratta?

Inutile negarlo: la nostra cultura è “beauty sick”, malata di bellezza, e questo chiodo fisso interessa soprattutto le donne. Il pensiero comune vede un’immagine non stereotipata come un enorme ostacolo alla felicità, pensando che l’unico modo per migliorare la situazione sia modellare il proprio corpo secondo canoni imposti. Il body fascism, dunque, rispecchia propriamente il desiderio di apparire “al meglio”, che porta a rincorrere un canone estetico imposto senza raggiungere, al contrario, la propria idea di perfezione: il risultato non può che essere un senso di totale incompletezza.

Un’esemplificazione di cosa significhi body fascism si è avuta in occasione dello Screen Actors Guild Awards, cerimonia indetta dal più importante sindacato di attori di Hollywood, dove Phoebe Waller-Bridge, attrice, sceneggiatrice e commediografa britannica ha esordito in scena mettendo in evidenza i sui prorompenti “addominali scolpiti”: peccato si trattasse di un arguto gioco di make-up riprodotto a dovere. In effetti la tendenza a truccare i contorni degli addominali per ombreggiarli e farli risultare scolpiti è ormai profondamente radicata. Come non bastasse, la dittatura dei likes e il sempre più forte narcisismo digitale non fanno altro che fomentare il desiderio del raggiungimento di una perfezione, seppur effimera. Essa è data il più delle volte dalla costruzione (magari imposta) di un’immagine del proprio corpo per niente veritiera, ma che si è disposti ad abbracciare a tutti i costi.

Niente ci procura più vergogna del nostro gusto personale. Per decretare la bellezza di un pensiero o di un oggetto aspettiamo l’autorizzazione della moltitudine, la collettiva coazione a ripetere un identico sguardo anonimo, la quotidianità nell’era della sua riproducibilità tecnica. Che siano le donne le persone che più tendono a modellare il proprio aspetto in base al senso estetico comune non è un fenomeno da isolare dal ben radicato capitalismo patriarcale che purtroppo è una realtà effettiva della nostra società: il body fascism, nella sua accezione corrente dove il compiacimento estetico comune è prerogativa fondamentale, ne è la piena manifestazione.

Ecco che prende forma il torpore, dal greco “narcosis”, che è quella condizione che provano tutti coloro che vivono nella rete, nel tentativo di creare crescente consenso sociale, provando a costruirsi un’immagine ineguagliabile, diversa, indifferente al tempo e al mondo reale, distante da ogni imperfezione. Come Narciso, cacciatore della mitologia greca dotato di una disarmante bellezza, si specchiava nell’acqua, l’uomo contemporaneo si specchia nello schermo dei suoi device, aspettando consensi che lo facciano sentire sicuro della propria immagine, un’immagine che, molto probabilmente, non esiste nemmeno. Parliamo dunque di una società perfettamente conforme a un’armata di narcisisti kamikaze: ad oggi, nell’era del body fascism, l’approvazione è monetizzabile, e allora trattiamo il nostro corpo come un top manager tratta la propria azienda: quali settori sono da migliorare, quali da promuovere date le buone prestazioni. Sopracciglia che fatturano like, perdita di commenti per le labbra.

L’Occidente è molto ospitale sui social, là dove accoglie il mondo intero nella propria faccia. Naso caucasico, labbra africane, occhi asiatici, guance mediorientali, pelle europea dopo mesi alle Maldive, fisico scolpito e tonificato. Il canone estetico del decennio è una globalizzazione a misura di schermo. Intanto il concetto di benessere umano anche da un punto di vista fisiologico, e non solo filosofico, dovrebbe essere considerato in termini olistici (olos in greco significa “tutto”, “intero”): l’essere umano è combinazione di corpo e mente. Il corpo, mezzo di espressione e di comunicazione, non è l’unica componente dell’essere umano. Ogni organismo è un insieme integrato di corpo, mente e coscienza spirituale. E i latini non avevano torto nel dire: “Omne trinum est perfectum”, ovvero “solo un insieme di tre elementi è perfetto”. La propria valorizzazione è un diritto e un dovere, e questo tipo di bellezza non è sinonimo di superficialità, ma di benessere, amore per sé stessi, auto-accettazione, sicurezza, autostima.

Ma in una realtà frammentata incline all’omologazione, dove l’etichetta fa il prodotto, poco importa dei segni particolari. Ambiamo alla noia della sicurezza, agogniamo il consenso, ci spingiamo ad amare l’idea che più ci piace di noi che il più delle volte nemmeno esiste. Insomma, come non sentirsi a casa in un mondo di specchi?

Mena Trotta

Mena Trotta
Mena, classe 2001, studentessa di filosofia presso l'università di Bologna. Un po' lunatica, un po' lunare, attratta da un'armonia irraggiungibile e il fascino del caos, tendo ad oscillare tra fasi calanti e crescenti. Le contraddizioni e la curiosità mi spingono a viaggiare con il corpo e con la mente. Miro alla pienezza facendo da tela al mio quadro ideale. Fermamente convinta del fatto che l'arte in ogni sua forma, purtroppo, ci assolverà tutti.

2 Commenti

  1. L’età della scrittrice rispecchia obiettività e senso critico. Coetanei ricorrono ad interventi che spesso deformano in modo permanente la propria bella immagine naturale.
    Si ponga fine a chiodi infilati nel corpo, tatuaggi che etichettano, ecc..
    Complimenti a Mena che con enorme capacità ha affrontato il tema.

  2. Bell’articolo. Mi meraviglio quasi lo abbia scritto una persona molto giovane, la quale rivela così di pensare autonomamente e con rispetto della propria individualità. Personalmente credo che il fenomeno efficacemente chiamato body fascism ci sia sempre stato ma se, poniamo, negli anni Trenta/Quaranta le donne “del popolo” o della piccola borghesia si omologavano a modelli ingenui filtrati attraverso rotocalchi o il cinema di allora, oggi il fenomeno ha le caratteristiche di una sottocultura mediatica, liberistica, globalizzata in chiave consumistica. Sicché c’è da soffrire, almeno per me, a vedere una bella ragazza pesantemente tatuata o sforacchiata da pendagli vari, e pettinature maschili e femminili di tipo nazistoide, per me che ho vissuto gioiosamente il capellonismo del ’68, che se era una moda, in sul principio almeno credeva nel pacifismo e nella libertà indiduale, poi fagocitati entrambi, purtroppo, dal trionfante consumismo. L’amore per la bellezza che si nutre di cultura vuole grazia, finezza, armonia anche in momenti di lotta politica violenta e di rottura dei canoni estetici tradizionali; quello della sottocultura predilige invece forme banalmente violente, ripetitive, di un antiestetismo vuoto, che induce noia e fastidio.

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