Carlo Calenda
Carlo Calenda

Già vice ministro dello Sviluppo Economico nei governi Letta e Renzi, poi rappresentante permanente d’Italia presso l’UE e ministro dello Sviluppo Economico nei governi Renzi e Gentiloni. Carlo Calenda, tra giravolte e accuse, lascia il Partito Democratico.

L’ingresso di Calenda

Carlo Calenda fu candidato nelle liste di Scelta Civica nel 2013, il gruppo a supporto di Mario Monti. All’epoca, come oggi, quella scelta segnava un chiaro posizionamento sul tema dell’austerità. Il suo ingresso nel Partito Democratico venne prima annunciato nel 2016 e, poi, formalizzato il 6 marzo 2018, all’indomani della debacle elettorale di PiùEuropa, che lui stesso aveva benedetto. Nel gennaio 2019 aveva lanciato il progetto “Siamo Europei”, nato con la volontà di formare una lista europeista capace di contrastare le spinte euroscettiche e sovraniste dei partiti di governo. Un’altra.

Carlo Calenda durante la trasmissione Rai “Porta a Porta” condotta da Bruno Vespa, Roma, 16 novembre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI (Fonte: Giornalettismo)

Candidato ed eletto nella circoscrizione nord-orientale come capolista della lista PD – Siamo Europei, Carlo Calenda è ora un europarlamentare.
L’ironia della sorte vuole che parte del suo percorso politico lo si debba alla fiducia riposta nei suoi confronti da parte di Matteo Renzi, colui che rappresenta una delle cause dell’ingresso e, successivamente, dell’abbandono del Partito Democratico.

L’insofferenza

Nel bel mezzo della crisi di governo, Calenda ha lanciato più volte il suo appello nel vuoto. Era chiaro, a partire dalle stime, che non sarebbe convenuto a nessuno tornare al voto (escluso il blocco sovranista Lega-FdI, chiaramente), ma Calenda imperversava dichiarando di essere pronto a scontrarsi a volto scoperto in una nuova sfida elettorale. Secondo il suo punto di vista, un nuovo accordo di governo non avrebbe fatto altro che favorire la Lega e Matteo Salvini . Poi, l’evolversi degli eventi ha incrinato ulteriormente la sua posizione.

Calenda
Fonte: ilPost

L’insofferenza nei confronti dell’ipotesi di governo istituzionale con il M5S non faceva parte dei piani di Calenda. L’insopportabile condizione di ritrovarsi un Di Maio, “che non ha mai presidiato una crisi aziendale“, a dettare condizioni al partito dell’establishment è l’apoteosi dello scontro tra tecnocrazia e populismo. Quando si è consolidata la strategia di un Conte-bis, Calenda non ce l’ha fatta e ha deciso di salutare il Partito Democratico.

L’abbandono

Il 28 agosto del 2019, Carlo Calenda ha annunciato ufficialmente l’uscita dal Partito Democratico e l’intenzione di costituire Siamo Europei in un nuovo partito, perché la volontà di contare in Europa è tanta da non considerare l’idea di stringersi per superare la soglia del 4% alle elezioni.

Diversa sembra anche la considerazione nei confronti di Matteo Salvini:
«Salvini è morto, ha fatto errori di posizionamento internazionale». Dopo di lui, ce ne sarà un altro. Adesso tutto il suo disprezzo è rivolto ad uno ed uno solo: Matteo Renzi, colui che uscirà vittorioso dall’accordo e le proverà tutte pur di riprendersi il partito. Un dato, però, non è stato analizzato: Zingaretti ha avuto l’abilità di ricucire le fratture interne, facendo convergere la Direzione Nazionale nella sua direzione.

Dalla sua lettera di dimissioni dalla Direzione PD:
«Le elezioni arriveranno. Le avete solo spinte più in là di qualche metro». E poi la profezia, di qualche giorno fa, alla Festa di Pesaro: «Renzi formerà i suoi gruppi parlamenti a ottobre: lo sanno tutti».

Calenda
Dal profilo Twitter di Carlo Calenda

Persino Bersani alla Versiliana 2019 ha detto: «Proviamoci!» per rispondere alle argomentazioni di Calenda. Che questo abbandono non sia l’inizio di un processo di osmosi di una certa corrente interna al Partito Democratico. Se il PD vuole tornare a fare la sinistra, allora, sarebbe il caso che ne prendessero le distanze più Calenda e meno Civati. Forse questo non è che un assist (come a dire: “aprite gli occhi, i liberal chic sono fuori posto qui!“) che Carlo Calenda sta offrendo alla sinistra italiana.

Sara C. Santoriello

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