Marlene Kuntz, il ravvicinamento alla fonte originaria interiore
Fonte: https://marlenekuntz.com

Originari del cuneese, da quei luoghi, i Marlene Kuntz, hanno, forse, ereditato il carattere trasformista ed irrequieto, che ne rende difficile la classificazione all’interno di un genere sulla base di logiche prestabilite.

Protagonisti, da oltre un trentennio, della scena rock nostrana più alternativa e ricercata, la loro produzione artistica ha incrociato il cinema e il teatro, in un lavoro di costante ricerca e mutazione votato al divenire. Un moto perpetuo in cui concedersi solo qualche sosta, per guardarsi allo specchio e riscoprirsi, per leggersi dentro: protesi nel ricercare all’esterno i significati delle cose, non ci si rende conto di allontanarsi sempre più dalla strada che porta alla rivelazione del proprio inconscio.

In questa breve chiacchierata con Riccardo Tesio (chitarrista e fondatore del gruppo assieme a Cristiano Godano e Luca Bergia), abbiamo riflettuto in modo schietto riguardo la musica dei Marlene Kuntz, come pure sulla natura della solitudine, voluta e non, tema caro alla band.

Dopo tanti anni trascorsi a suonare insieme, il feeling dei Marlene Kuntz non sembra venir meno. Qual è il vostro segreto per non scannarvi?

«È una belle domanda! In trentatré anni anni assieme, è ovvio che possano sorgere delle tensioni. Fortunatamente, in tutto questo tempo, non ci siamo trovati nemmeno una volta ad affrontare dei momenti così duri da pensare di mollare tutto. Non ci è mai successo; credo che dipenda dal fatto che abbiamo una profonda conoscenza reciproca, siamo legati da un’amicizia forte. Ciò ha fatto sì che fra di noi non sia mai venuto meno il rispetto. In secondo luogo, siamo accomunati da una passione così grande per quanto facciamo che l’obiettivo di salvaguardare il nostro percorso, il nostro progetto viene posto al di sopra di qualsiasi disagio, di qualsivoglia menata privata. »

Ci avete abituati a testi piuttosto complessi e articolati. Quale equilibrio bisogna mantenere nella ricerca fra parole e musica?

«Dovrebbe rispondere Cristiano, autore di tutti i testi dei Marlene Kuntz. Credo che la capacità di creare equilibrio sia un’arte che il nostro frontman ha affinato nel tempo, ma che, fin dal principio, gli è propria. Nel nostro caso, i testi vengono scritti quasi esclusivamente alla fine del percorso creativo: prima ci dedichiamo alle musiche ed usiamo un cantato fittizio, una sorta di finto inglese che utilizziamo per commentare metricamente i brani. Su questi indirizzi ritmico-melodici, si innesca la sua grande bravura nel comporre testi che riescono ad armonizzarsi alla perfezione anche con una lingua, come la nostra, che è davvero ostica per la musica rock. Lui riesce a mantenere le sonorità senza penalizzare il senso del tutto, anzi arricchendo il tutto di senso!»

Nelle liriche dei Marlene Kuntz il tema della solitudine si configura, spesso e volentieri, come fulcro della riflessione. Il positivo dell’isolarsi in sé stessi, quando diviene un proclamato orgoglio del ritiro, non rischia, scontrandosi con la realtà, di sconfinare nella presunzione?

«Parlando di solitudine, vogliamo mettere in evidenza la sua valenza positiva e introspettiva. Quella ricercata va riconosciuta come pretesto di approfondimento e scoperta di sé, come occasione di libertà rispetto ad ogni forma di conformismo. È, comunque, anche vero che in questo percorso sono insiti dei pericoli: l’individualismo portato alle sue estreme conseguenze rischia, necessariamente, di ammantarsi di presunzione, se non, addirittura, di approdare al solipsismo! La ricerca interiore è caratterizzata da un equilibrio molto fragile, ma è un percorso al quale non ci si può sottrarre; in caso contrario, il prezzo da pagare sarebbe la superficialità.»

Quanto credi, invece, che la virtualità e la solitudine imposta dal nostro contesto sociale d’appartenenza ci abbiano trasfigurati a livello individuale, oltreché collettivo?

«È un quesito su cui intellettuali e sociologi dibattono in maniera piuttosto densa. Credo che Internet, per molti versi, sia uno strumento fantastico; in virtù del suo grandissimo potenziale andrebbe, però, utilizzato con estrema cautela e consapevolezza. La mia opinione, da uomo della strada e da membro dei Marlene Kuntz, è che l’overdose di informazioni al quale il web ci ha esposti, ha, indubbiamente, contribuito ad appiattire il livello della conoscenza, nonché a slegare il senso di connessione con le altre persone. Si può trovare qualsiasi cosa in rete, ma vi è anche la probabilità di perdersi, senza la possibilità di giungere ad alcun approfondimento. L’avere tutto a portata di mano riduce la nostra capacità di concentrazione, di proiettare nell’immaginario le nostre aspettative e, cosa non da meno, di fare gruppo. Questi sono fattori negativi che toccano l’intera struttura sociale, operando a livello individuale tramite un progressivo impoverimento delle capacità del singolo utente. Tutto è meno strabiliante, molto meno carismatico, tutto – rapporti interpersonali compresi – si usa e si getta a proprio piacimento.»

Vincenzo Nicoletti

Vincenzo Nicoletti, classe '94. Cilentano d'origine, bresciano d'adozione. Oltre che per la scrittura, coltivo una smodata passione per i viaggi e per lo stare all'aria aperta. Divoratore onnivoro di libri e assiduo ascoltatore di musica sin dalla più tenera età.

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