Wanna
Wanna, fonte immagine: Ciakmagazine.it

“Non è magia: è Wanna Marchi, questa è la magia!”
(Wanna Marchi durante una televendita)
“Ti penti? Ma chi è che si pente? Buscetta si pente. Io non mi pento.”
(Stefania Nobile)

Proprio all’inizio della docuserie “Wanna” c’è un momento tanto furbo quanto rivelatorio dell’intero progetto Netflix (quattro puntate con sceneggiatori Garramone e Bandiera, regia di Prosatore): l’intervistatore, di fronte alla spacconeria di una Wanna Marchi che dichiara di poter ancora vendere ciò che vuole, porge una penna alla donna e chiede di vendergliela, facendo il verso a una famosa scena di Wolf of Wall Street di Martin Scorsese. Wanna prende la penna e dopo un iniziale momento di riflessione, stimolata dalla sfida, parte di getto ad imbonire un pubblico immaginario con una serie di parole che non vogliono dire nulla ma che hanno nel loro tono una forza tellurica, come se la prima a credere che quella penna sia davvero speciale fosse proprio Wanna.
Viene da pensare che qualcuno già pronto a comprare la penna l’avrebbe trovato subito.
Facciamo anche più di qualcuno.

Wanna” che ci piaccia o meno è un documento ben fatto e spesso avvincente di un pezzo di storia mediatica del nostro paese. Una storia straordinaria di un personaggio spettacolare e simbiotico (madre/figlia, Wanna/Stefania sono inscindibili) che potrebbe essere uscito dalla fantasia grottesca di Sorrentino, o per essere più precisi deve aver contribuito in parte a plasmarla, così come ha modellato sogni e incubi di milioni di italiani, insultando a destra e manca e puntando tutto sull’umiliazione più sanguigna, più corporale – letteralmente: in tempi meno indulgenti col bodyshaming quali i nostri, Wanna Marchi sembra uscita da un altro mondo, da un’altra Italia. Ma come scrive su questa vicenda Gabriele Ferraresi in “Mad in Italy. Manuale del trash italiano 1980-2020” (non a caso il 1980 è il periodo del boom di Wanna): “Che cosa c’è di più italiano? Dentro c’è tutto: la truffa, la circonvenzione di incapaci quando i connotati dell’incapacità li prende la credulità popolare, ma anche l’intelligenza prossima alla genialità dei truffatori”. C’è l’ascesa e la caduta di una donna venuta dal nulla che ha creato un impero e se l’è visto sfilare dalle mani per la propria avidità – “Nemesi”, cita pedissequamente l’avvocato di Wanna alla fine; c’è la reiterazione di comportamenti tipicamente sociopatici di madre e figlia, mai pentite di fronte ad esseri umani disperati che si spogliano di tutto – e non solo loro: anche mariti, mogli o figli – pur di avere un’altra possibilità con la Fortuna. Nello spietato darwinismo sociale di Wanna e della figlia nonché partner in crime Stefania, infatti, i truffati non sono truffati ma solo dei “coglioni” (cito testualmente) e chi ha avuto il coraggio di denunciare ora sicuramente “è all’inferno” per il male che ha fatto. Lo ribadiscono più volte, indossando nei momenti più tragici della vicenda una maschera di gesso imperturbabile che si scioglie solo quando piangono miseria sulle proprie disgrazie, sul proprio essere buone e sole contro il mondo. Non c’è spazio per gli altri nella loro concezione della socialità: il mondo è vendere o essere venduti. Fregare o essere fregati.

Inevitabilmente il soggetto si presta a monopolizzare la scena e a creare controversie di carattere morale, perché puntare una telecamera su Wanna Marchi significa darle ciò che ha sempre voluto, ovvero reinserirla nel suo elemento naturale come un pesce nell’acqua; ma l’impostazione della docuserie in quel senso cerca di darsi un tono deciso, mantenendo sempre una condanna ferma di madre e figlia così da attenersi alla verità processuale senza redimere nulla o sfumare troppo le controversie. La narrazione è costruita con una scansione cronologica degli avvenimenti, spezzata solo di tanto in tanto da flashforward per agganciare lo spettatore a ciò che verrà, ovvero al megaprocesso televisivo da “Un giorno in pretura” (le riprese del processo le avevano fortemente volute Wanna e Stefania: le telecamere hanno segnato la loro ascesa, segneranno la loro rovina).  

Wanna
Wanna Marchi e Stefania Nobile. Fonte immagine:https://wips.plug.it/cips/tecnologia/cms/2022/08/wanna-marchi-netflix.jpeg

La docuserie è in realtà molto avvincente (come lu fu “Sanpa“) ma lo è nonostante il climax della vicenda, che pur essendo il clou diventa a lungo andare un peso. Infatti è nei primi due episodi che “Wanna” mostra i muscoli: sono i momenti che raccontano il pre-Wanna Marchi venditrice di metodi contro il malocchio e pacchi di sale magico; quelli in cui la donna venuta su dal nulla, senza niente, senza soldi, con le sue origini umili e contadine, si inserisce nel mondo delle tv private scavalcando ogni collega nelle televendite per bravura e violenza verbale. La storia con il marito, le violenze domestiche e la pioggia di denaro per la vendita di robe improponibili come cosmetici, prodotti di bellezza o dello “scioglipancia” sono una progressione irresistibile in un mondo tramontato, quello delle televendite, che è diventato sinonimo di Wanna Marchi – e che lei stessa ha contribuito ad affossare per sempre, come rilevano ex colleghi ammirati e disgustati. Paradossalmente quando la serie diventa il legal drama che tutti conosciamo bene il mordente si perde e i ruoli si fanno più controversi: ad esempio Striscia la Notizia, con il tramite di Jimmy Ghione, è ritratto come un programma giornalistico di inchiesta serissimo. Persino Wanna Marchi non parla più granché, come ritrattasi in un silenzio eloquente – al massimo insulta, o urla. Come ha sempre fatto. Solo che stavolta ha la sua immagine da riabilitare.

Ed è importante il modo in cui Wanna gigioneggia, anzi: wannamarcheggia durante l’intervista di cui è protagonista. È una Wannamarchi al cubo, ben conscia del prodotto televisivo che Netflix le sta confezionando attorno. Sapendo vendersi come nessun altro non sorprende la sua abilità nel fissare la telecamera ghignando come Joker, o tirando fuori insulti e provocazioni al momento giusto, perché così giostra il racconto secondo le proprie coordinate: ovvero insistere per l’ennesima volta sul proprio retroterra umile, e sull’aver fatto diecimila lavori prima di sfondare come regina delle alghe, anche quelli più ripugnanti, per esempio truccatrice di cadaveri all’obitorio di Bologna. Wanna Marchi come Amerigo Bonasera o Jordan Belfort, dunque, ovvero donna che fa qualunque cosa, dal venderti la morte al venderti una penna, e lo fa naturalmente per i figli: la scusa dei grandi criminali stile Tony Soprano. Insomma l’ambito in cui Wanna Marchi si inserisce (in parte sicuramente facendo il pirandelliano gioco delle parti) e la serie sa sfruttare alla perfezione è quello gangsteristico. Non sorprende che a un certo punto, ben prima del maestro di vita Do Nascimiento e delle truffe coi numeri al lotto, escano fuori da questi carrozzoni loschissimi in cui madre e figlia si inseriscono (c’è anche un fantomatico marchese piduista) legami inquietanti con la nuova camorra organizzata: l’episodio 2 è una vera e propria gangster story.

Dagli anni ’80 patinatissimi con ville milionarie e matrimoni a Miami, questo “Dallas formato romagnolo” per citare il giornalista investigativo Stefano Zurlo – che nella serie ha il ruolo di sistematizzare per bene le varie inchieste, i tracolli finanziari con bancarotte a seguito, i punti oscuri e quelli processuali – procede fino agli anni ’90, alla rinascita, al lato più legal con l’inchiesta per truffa, per arrivare al presente. Con Wanna e Stefania libere dopo aver scontato la pena, mai pentite, e che guardano in camera avendo ottenuto per l’ennesima volta ciò che hanno sempre voluto: non sparire dallo schermo così da essere sempre pronte a vendere il nulla al prezzo più alto. Anche quando il nulla sono loro.

Nicola Laurenza

Nato nel 1991, studia e si interessa di letteratura e cinema. Vive (o ci prova) tra Campania e Lazio.

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