Davide Van De Sfroos, stralci di ordinaria quotidianità
Foto di @fabcestari

Poeta dannato, cantore per eccellenza dell’underground lombardo occidentale, visionario ma legato alla strada, raffinato ma attento alla cruda realtà, autore di storie di un mondo minore scritte tra carcasse di TIR abbandonati, scheletri di capannoni industriali dismessi, vicoli bui, locali fumosi e vecchi alberghi di periferia, Davide Van De Sfroos, ha intrapreso, fin dai suoi primi passi nel mondo della musica, un percorso artistico basato sulle tradizioni etniche degli ambienti da lui abitati e vissuti abitualmente.

Artista d’avanguardia che ha saputo trarre dalla sua terra d’origine quella saldezza necessaria per imporsi ben al di là della sponde del suo lago di Como, con i suoi testi che parlano dialet laghee, Davide Van De Sfroos compie un atto di coraggio, oltreché un gesto di devozione nei confronti del suo popolo, gli ultimi, appassionando un’intera nazione, portandola a guardare al di là della mera comprensione delle parole: il significato profondo delle sue canzoni è da ricercare nella valorizzazione delle radici culturali che hanno reso il nostro paese il Belpaese.

Le roboanti interpretazioni e i riferimenti reconditi contenuti all’interno delle liriche, conferiscono una ricercata eleganza alle melodie dell’apprezzatissimo cantastorie insubre che, già da prive di qualsivoglia orpello, appaiono dotate di luce propria. Con l’anima dei suoi demoni interiori onnipresente nel cuore, la mente di Davide Van De Sfroos partorisce da ogni vicissitudine, piacevole o dolorosa che sia, vere e proprie visioni e viste di scenari interiori ed esteriori, esponendole con naturale sagacia.

Ospite di Libero Pensiero, Davide Van De Sfroos ha portato ai nostri microfoni tutta la sua contagiosa allegria e la sua ricerca del bello attraverso l’arte dei suoni.

Partiamo dalla musica. Che cos’è e che ruolo svolge per Davide Van De Sfroos?

«Già da bambino avevo una smisurata passione per la musica, che consideravo un’entità invisibile ed indispensabile al vivere di ogni giorno, simile all’aria. La musica è per me come il lago, le persone che vivo e i posti che abito: non esisterebbe il mio mondo senza di essa, nelle mie canzoni sento il bisogno di rappresentare la mia vita e quella degli altri. L’ispirazione che traggo per comporre le mie opere nasce, quindi, dalla semplicità della mia quotidianità. I miei brani sono vicini al country e al blues, fatti di pochi accordi e molteplici sfumature, ognuna delle quali con un proprio senso logico e figurato. In estrema sintesi: amo servire a tavola pasti genuini, non geneticamente modificati!»

Il realismo di Davide Van De Sfroos propone la rappresentazione in note della realtà quotidiana ed è derivante dalla tua lingua madre: il dialetto comasco. Non hai mai pensato che questa tua prerogativa potesse, in qualche modo, circoscrivere la tua musica ad una ristretta cerchia di utenti?

«Non che la cosa mi interessasse particolarmente, ma molte delle persone con le quali ho avuto modo di collaborare durante la mia carriera artistica hanno sporto non poche critiche a riguardo, ritenendo che l’uso del dialetto avrebbe potuto rendere di difficile comprensione, per chi non lo mastica, i miei testi. In realtà questo melting pot tra musica godibile e componente esotica, se così vogliamo chiamarla, della lingua ha sorbito l’effetto contrario, suscitando curiosità in chi si è detto interessato a conoscere un prodotto particolare e, al contempo, tipico dell’Italia, vale a dire l’idioma con il quale le persone che mi circondano ed il sottoscritto ci esprimiamo giornalmente.»

Hai vinto due targhe Tenco per il miglior album in lingua locale, nonchè pubblicato svariati libri. Si può dire che la scrittura sia anch’essa una costante della vita di Davide Van De Sfroos?

«Sarò sincero, in verità no! Scrivere il testo da adattare a un brano è apparentemente più immediato che stendere un romanzo; tuttavia, paradossalmente, impiego la gran parte del mio tempo per i miei pezzi musicali; è questa la motivazione che mi spinge a sostenere la tesi che la musica è la mia più grande passione e che la scrittura, in tutto ciò, faccia da contorno. I libri mi piacciono molto, ma preferisco di gran lunga leggere le persone che hanno storie simili alla mia mia, raccontandone le gesta sotto forma di canzone.»

Non tutti sanno che, benchè tu abbia vissuto la maggior parte della tua vita nel comasco, sei propriamente originario del brianzolo. Per Van De Sfroos, Monza è solo la città in cui sei nato, uno sbiadito ricordo o qualcosa di più?

«Per lungo tempo è stata una gradevole memoria: mi è mancata, così come mi è mancato il sentirmi parte integrante del suo territorio. Negli ultimi anni, vuoi per amicizie vuoi per lavoro, sono riuscito a compensare questo aspetto. Ogni qualvolta che ci torno mi accorgo che non è solo ed unicamente il posto che mi diede i natali, bensì una casa che sento mia. Non mi dispiacerebbe affatto raccontare anch’essa nei miei componimenti!»

Vincenzo Nicoletti

Vincenzo Nicoletti, classe '94. Cilentano d'origine, bresciano d'adozione. Oltre che per la scrittura, coltivo una smodata passione per i viaggi e per lo stare all'aria aperta. Divoratore onnivoro di libri e assiduo ascoltatore di musica sin dalla più tenera età.

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