Senza Rossetto -

«Non sarà un viaggio semplice, perché spesso non è semplice essere una giovane donna, ma di certo gli strumenti non mancano. Tutto sommato, le ragazze stanno bene». Così si conclude, in un’assordante eco al silenzio, la breve introduzione a “Le Ragazze stanno bene”(2020, HarperCollins Italia) di Giulia Cuter e Giulia Perona, le note voci del podcast letterario Senza Rossetto. ‘Senza rossetto’ nasce nel 2016, l’anno in cui ricorreva il settantesimo anniversario del referendum a suffragio universale (il 2 giugno 1946). Una data che suggeriva una doverosa riflessione sull’indissolubile filo, chiamato eredità, «che legava le donne che nel 1946 avevano votato per la prima volta a quelle che trent’anni dopo erano scese in piazza per difendere il diritto all’aborto, fino ad arrivare a noi: giovani italiane del XXI secolo, che ancora veniamo pagate meno dei nostri colleghi uomini, che a volte abbiamo paura a uscire da sole la sera, che ogni giorno siamo vittime di stereotipi e pregiudizi duri a morire».

Dunque, un viaggio scomodo quanto difficile, sui tacchi come senza rossetto, che ha inizio dalla voce di due ragazze amanti dei social media, attraversa lo spazio di una newsletter – pensata per quelle storie tra le righe e oltre le conversazioni – e che, nero su bianco in un libro fresco di stampa, racconta di quanto le ragazze d’oggi (ognuna a modo proprio!) stiano bene. O perlomeno, di come ci provano. E lottano, ancora, dopo generazioni. Nonostante tutto e tutto sommato.
E se qualcuno se lo stesse chiedendo, alla fine di questa storia, le ragazze vincono. Sapere come, è il vero spettacolo.

Giulia Cuter e Giulia Perona di Senza Rossetto, in viaggio per registrare una puntata del podcast in Svizzera.

Senza Rossetto’ nasce come podcast, da cui si ritaglia successivamente uno spazio per gli approfondimenti di nuovi temi – la vostra newsletter -, per poi concludere la propria metamorfosi tra le pagine di un libro. Avete quindi percorso a ritroso l’evoluzione dei mezzi di comunicazione e divulgazione, soprattutto social, a cui stiamo assistendo. Perché?

«Il nostro percorso non è stato assolutamente programmato. Abbiamo iniziato a lavorare a ‘Senza Rossetto’ subito dopo aver concluso gli studi, per poi renderci conto, a distanza di quattro anni, di aver fatto tanto e di avere ancora molto da fare: è stata prima di tutto una sorpresa per noi. Siamo state aiutate dai temi che trattiamo, ultimamente entrati di merito nel mirino del dibattito. Noi abbiamo cominciato nel 2016, quando non ancora si era palesato il Movimento MeToo, ma smosse le coscienze, ci siamo inserite e siamo rimaste volentieri nella discussione. Scrivere un libro, invece, era da sempre un sogno nel cassetto, difficile da realizzare. Trovare un editore era altrettanto complicato. Abbiamo sempre avuto la passione per la scrittura – infatti, entrambe abbiamo studiato alla ‘Scuola Holden’- e un deciso interesse per il web, che ci hanno condotto alla sperimentazione del mezzo del podcast, a cui poi si è aggiunta la newsletter. Per noi è stato naturale partire così. Quando poi Ilaria Marzi di HaperCollins, dopo averci conosciute e seguite in alcuni eventi, ci ha chiesto se avessimo delle buone storie e la voglia di scrivere un libro, non riuscivamo a crederci. Lì, l’inizio di tutto e la nostra meraviglia».

Nell’introduzione de “Le Ragazze stanno bene” spiegate come il libro segua la voce narrante di una prima persona soggetto, che si potrebbe definire ‘paradossalmente impersonale’ perché vi confluiscono le storie di tante e diversi punti di vista. Se le Giulie dovessero scegliere e raccontare l’episodio-pilota, che ha portato all’epifanica consapevolezza di quanto fosse importante iniziare ad affrontare determinati temi, quali la disparità di genere, quale sarebbe?

«Come spieghiamo nel libro, siamo arrivate a definirci ‘femministe’ e a parlare di femminismo abbastanza tardi. Finché si viveva tra i banchi di scuola e passavano gli anni di studio, non si percepivano disparità o disuguaglianza tra maschi e femmine. La differenza subentra e diventa evidente nel mondo del lavoro. Chiaramente, conquistando sempre più consapevolezza, ti rendi conto, guardando indietro, di quanti dettagli ti siano sfuggiti, ma l’insopportabile sveglia arriva quando inizi a lavorare, almeno in un paese come l’Italia. L’episodio, in tal senso, è raccontato anche nel libro (una delle nostre esperienze dirette e personali): è quello del ‘Ragazzi, date il benvenuto al dottor Rossi e alla signorina Giulia’. Io, impietrita – ricorda Giulia P. -, non ho avuto la prontezza di replicare: avevo all’incirca venticinque anni, ero da poco laureata ed ero stata chiamata ad intervenire durante un festival. Confrontandomi a posteriori con il mio collega, ho capito come l’imbarazzo fosse stato anche suo. Quello è stato il momento in cui ho realizzato che ti trattano diversamente, se sei una giovane donna. Per ognuno di noi, magari, non esistono delle vere e proprie epifanie, ma sicuramente una serie di piccoli sfortunati avvenimenti che danno il senso della discriminazione».

Tra tutti gli argomenti trattati, ce n’è stato qualcuno di davvero difficile approccio?

«Sì. D’altronde, era la prima volta che avevamo il compito di scrivere qualcosa di così lungo ed elaborato, che in più prendesse così tanto di noi. Sono state molte le occasioni in cui ci siamo chieste ‘ma questa cosa abbiamo davvero voglia di raccontarla?’
I capitoli che ci hanno dato più da pensare sono quelli legati alle esperienze che non abbiamo ancora fatto, come il matrimonio e la maternità. Sono temi che hanno portato al confronto con noi stesse, con quell’ingenuo errare tra i pensieri che lascia spazio al giudizio – superficiale – nei confronti di chi sceglie di comportarsi diversamente da noi: nel nostro caso, ad esempio, di chi decide di sposarsi. Sono pensieri umani – nessuno è tanto perfetto da esserne esente -, ma sono comunque pensieri che celano del pregiudizio e quella mancata tolleranza per la diversità e i desideri differenti dai nostri.

Non vogliamo porci come guru o culla di verità taciute. Cerchiamo semplicemente di raccontare, da una parte, cosa significa per noi essere femministe e, dall’altra, di offrire spunti di riflessione a partire da domande e dubbi comuni.
Scontrarsi con i propri limiti e imperfezioni, è parte stessa del percorso del femminismo.

Siamo cresciute purtroppo in una società di stampo patriarcale, qualche mancanza l’abbiamo inevitabilmente radicata sotto pelle. Possiamo però riconoscerla.

Quel ‘tutto sommato’ esiste perché il nostro obiettivo, fin dall’inizio, era cercare di dare un senso positivo a questa battaglia. È giusto de-costruire sovrastrutture errate ma, se nel mentre non si costruisce nulla di buono, significa che si è perso il senso del percorso. E noi volevamo invogliare a riflettere, a scendere in strada e lottare: un giorno ordinario di un mondo migliore sarebbe quello in cui il diritto all’aborto è riconosciuto e non è detto che la casalinga debba per forza restare a casa a badare i figli. Quello in cui una minigonna per strada non richiede fischi e commenti. In cui non ti chiamano ‘tesoro’ in ufficio. Un giorno perfetto sarebbe quello in cui il ‘no’ significa no, senza ripercussioni.

Non a caso, noi parliamo anche del ruolo che giocano gli uomini in questa storia: promuoviamo il dialogo, il provare a spiegare come ci sentiamo e come possono provocarci del disagio. Ad esempio, ai nostri colleghi di ‘Senza Rossetto’, abbiamo spiegato il concetto di mansplaining: lì hanno realizzato come, effettivamente, qualche errore potrebbero averlo commesso».

Dunque, ‘Le Ragazze stanno bene’ è un libro d’introspezione catartica, sofferto e liberatorio. Ma anche profondamente fedele a dati di ricerche e studi, di indagini e fonti.

«Avendo un’impostazione di saggio non-fiction, scritto a quattro mani, il punto di partenza è stato di fatto la ricerca. Definiti per ciascun capitolo quali fossero i punti che volevamo toccare, scaletta alla mano, lo step successivo era dividersi le ricerche da fare: da articoli di giornali, a dati statistici e scientifici. Il tutto legato da incursioni personali appartenenti al nostro immaginario pop-cult in materia di film, serie tv e libri letti. E da tutte quelle storie che ci sono sempre gravitate intorno».

E voi Giulie, come vi siete conosciute e riconosciute come partners in crime?

«Siamo state compagne di studio alla Holden, siamo rimaste amiche dopo. Tutto è nato nel 2016, in occasione del settantesimo anniversario dal primo voto delle donne. Io – racconta Giulia P. ero in contatto con il Corriere per collaborare ad un pezzo che congiungesse memoria e progetti innovativi: ho subito pensato a Giulia C., di formazione storica, perché sapevo avremmo dovuto cominciare dallo spulciare in alcuni archivi. Pur essendo persone caratterialmente molto diverse, dal punto di vista lavorativo siamo decisamente compatibili: ora difficilmente riuscirei ad immaginarmi con qualcuno che non sia lei.
Abbiamo un approccio molto democratico nella scrittura, affinato durante la stesura di “Le Ragazze stanno bene”: scriviamo ognuna il suo, in separate sedi, e poi facciamo girare le bozze con libera licenza di modifica. Abbiamo riletto più volte il libro insieme, ad alta voce, tanto da aver confuso e perso i confini di chi avesse aggiunto cosa. Scrivere a quattro mani poteva essere complicato: siamo state fortunate. Ciò che ha permesso – e permette – a tutto il nostro progetto di funzionare è l’avere azzerato il nostro ego, per cercare di spostare i riflettori su ciò che di bello fanno gli altri. E lo facciamo invitando le scrittrici nel podcast, chiedendo agli autori di progetti che ci piacciono di intervenire nella newsletter.

Lasciamo spazio sul palcoscenico a chi, secondo noi, lo merita, non lo trova o ne ha poco – soprattutto perché donna!».

Qual è il significato di ‘Senza Rossetto’? E se il vostro progetto – fino al libro “Le Ragazze stanno bene” – volesse un volto, una sorta di ‘immagine profilo’, quale sarebbe?

«Probabilmente quello di Phoebe Waller-Bridge con Fleabag.

Il nome ‘Senza Rossetto’ deriva da quegli articoli che invitavano le donne ad andare a votare senza rossetto, cosa che ci ha profondamente colpito. Un gesto così politico, come quello di poter votare per la prima volta, era stato strettamente connesso a un dettaglio così propriamente di genere.
Ci siamo prefissate questo percorso come personale crescita nel femminismo e anche come possibilità di creare una rete di persone con cui parlare. Da un lato accettarsi e, dall’altro, conoscersi. E quindi decidere: indossare i tacchi o le birkenstock, stare con o senza rossetto, non è importante. L’importante è fare quello che senti e hai scelto per te».

Pamela Valerio

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