Libertà per tutti
Fonte: sequestoèunblog.it

Comunque la si pensi al riguardo, alcune delle architetture sociali su cui la nostra civiltà si poggia sono così lapalissiane che ogni individuo dotato di onestà intellettuale è in grado di riconoscerne l’evidenza. La libertà per tutti è un’utopia sepolta dal materialismo dialettico. Capitalismo, patriarcato, suprematismo e discriminazione, come pietre angolari dell’umanità del terzo millennio, fanno parte del nostro retaggio antropologico anche al di fuori della nostra volontà: ci piaccia o meno, la nostra storia ne è impregnata, la nostra cultura ne è soggiogata, il nostro sistema economico ne è dipendente.

A proposito, a me non piace. Sono nato in un continente occidentale, ho la pelle di un innocuo color bianco, inoltre sono un maschio, e sono consapevole di godere di alcuni privilegi che mi derivano da tale condizione: ho ben chiaro che se una sola delle cose prima elencate fosse andata diversamente non sarei neppure qui a scrivere. Ma intendiamoci, ho subito a mia volta delle pesanti limitazioni, proveniendo da una famiglia operaia di una città disgraziata. Sono consapevole anche di questo, eppure sono qui a scrivere.

Scrivo perché ho la libertà di farlo. E perché la mia onestà intellettuale mi suggerisce che una libertà è degna di essere chiamata tale solo quando ogni essere umano è in grado di disporne. Le mezze libertà o le libertà circoscritte non mi interessano. Le vivo, perché ne ho la fortuna, ma non mi azzarderei mai a considerarle un vanto o un merito.

Fin da piccoli ci viene inculcato il concetto di pensare “a chi sta peggio”; ed è giusto. Tuttavia, non ci viene mai insegnato a porci domande su chi sta meglio, sull’origine dei privilegi, delle disparità; ed è sbagliato. Assumere lo status quo come l’ordine naturale delle cose è interesse esclusivo di chi detiene il potere e manovra le sorti del pianeta a proprio piacimento. Così, cresciamo nella convinzione che i bambini africani siano trovatelli sventurati e i magnati della finanza siano superuomini (nel senso meno nietzscheiano possibile) che hanno saputo conquistarsi le loro fortune, e ci abituiamo a credere che in fondo sia giusto così.

Acquisita tale psicologia della diversità, diventa spontaneo suddividere gli uomini secondo criteri via via più selettivi: gli europei dagli asiatici, i maschi dalle femmine, i teutonici dai latini, gli sposati dai divorziati, gli etero dai gay, i biondi dai mori, i vercellesi dai reggini, e così via. La nostra intera esistenza trascorre nel concettualizzare, schematizzare, classificare, e in ultima analisi discriminare, e tutto al fine di perpetrare lo sfruttamento dei pochi sui molti. Può sembrare ideologico, ma è molto più concreto di quanto si possa credere: basta domandarlo a chi di quelle discriminazioni è vittima per farsene un’idea – e nemmeno tanto vaga.

Ma una società abituata a camuffare il classismo con la meritocrazia, il sessismo con le diversità biologiche e il razzismo con le identità culturali è un’illusione universale. E occorre un’opera di parresia per restituire, se non i corretti equilibri, quantomeno una dignità intellettuale alle nostre speculazioni. Possiamo batterci il petto, lacerarci le vesti e lanciare petizioni online, ma non scalfiremo mai neppure la superficie della verità se prima non accetteremo di mettere in discussione tutte le nostre comode abitudini e le rassicuranti certezze: l’ipocrisia vanifica ogni buona intenzione.

Giusto per fare alcuni esempi, è stucchevole blaterare di accoglienza dei migranti senza riconoscere che buona parte delle sventure che li costringono a migrare è diretta conseguenza del nostro insostenibile tenore di vita; gli smartphone a cui siamo incollati, le scarpe che sfoggiamo con orgoglio, la frutta esotica con cui realizziamo colazioni da influencer sono elementi di uno sfruttamento globale che le nostre abitudini di consumatori foraggiano e incentivano. È ridicolo battersi per il diritto delle donne musulmane a indossare il velo come fossimo l’avanguardia del progressismo mondiale, ma accettare passivamente che non possano votare, guidare, lavorare, e in genere rappresentare poco più che suppellettili alla mercé degli uomini. È inutile sfilare ai gay pride coi cartelli color arcobaleno e gli hashtag #equality, se in cuor nostro auguriamo la morte a quella persona che ha osato dissentire con sgarbo al nostro ultimo post su Facebook.

È lo stesso motivo per cui io, che non sono oggetto di occhiatacce ogni volta che viaggio in treno perché ho la pelle del colore giusto, io che ricevo complimenti per la bontà del mio operato e la finezza del mio intelletto e non per i centimetri di pelle che lascio scoperti, io che non rischio il linciaggio perché non tengo un altro uomo per mano, io che non ho paura di tornare a casa da solo alle tre di notte, io che posso scrivere articoli e pubblicarli su un social network rischiando al massimo qualche insulto dai fanatici di estrema destra (e qualche volta pure dai fanatici di estrema sinistra), non mi sento libero.  

E non so che farmene, di una manciata di diritti spacciati come privilegi ed elargiti come una benevola elemosina. La libertà non si baratta, non si rivendica, non si decreta per legge. Siamo tutti diversi, ed è questo a renderci tutti uguali. Non è una captatio benevolentiae: è che troppo spesso trattiamo come un fine quel che dovrebbe invece essere un principio. E a me non me sta bene che no.

Emanuele Tanzilli

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