arbitro donna

Stephanie Frappart sarà il primo arbitro donna a dirigere la finale di una competizione UEFA maschile. Tra lo stupore di molti e l’indignazione di pochi, ciò che dovrebbe prevalere è un naturale e, purtroppo, ancora raro senso di normalità.

La notizia che la UEFA abbia designato un arbitro di sesso femminile per la direzione della finale di Supercoppa Europea tra Liverpool e Chelsea, in programma il prossimo 14 agosto ad Istanbul, è qualcosa che fa finalmente sorridere chi da anni sostiene la battaglia della parità di genere nello sport e, in particolare, nel calcio. Un mondo, quest’ultimo, da sempre dominato dalla figura maschile e all’interno del quale la donna ha fatto fatica ad inserirsi nel corso degli anni, vuoi per la bassa popolarità del “pallone” nel mondo femminile, vuoi per inspiegabili barriere che sovente sono state erette per impedire, o comunque rendere più difficile, l’ingresso al gentil sesso nel mondo sportivo professionistico. Tuttavia, gli ultimi anni – e, in particolar modo, gli ultimi mesi – hanno rappresentato una svolta: il calcio femminile sta accrescendo la sua popolarità, le calciatrici, le allenatrici e, per l’appunto, gli arbitri, stanno assumendo un ruolo molto più centrale nel contesto calcistico europeo e mondiale.

Barbara Bonansea invoca l’intervento dell’arbitro Lucia Venegas durante i mondiali femminili dello scorso giugno.
Foto: Gettyimages

L’arbitro donna deve diventare la normalità…

Il Mondiale femminile in Francia è stato un palcoscenico perfetto per le migliaia di sportive, professioniste e non, per mettersi in mostra e far conoscere al mondo dello sport che il calcio non è qualcosa di riservato agli gli uomini, ma piuttosto qualcosa che è sempre appartenuto alle donne in egual misura, come dimostrato dalle sue antiche origini. L’evento francese è stato un passo importante verso il raggiungimento di quella tanto aspirata parità di genere. Analogamente, la nomina di Stephanie Frappart per la finale di Supercopppa UEFA avvicina ancora di più la figura femminile a quella maschile nel mondo del calcio.

E lo fa in maniera ancora più prorompente e decisa: la donna viene inserita, calata nel contesto calcistico maschile, e, per di più, le si attribuisce un ruolo centrale, decisivo, imprescindibile, e cioè la direzione della partita di calcio. Certo, è un traguardo storico, senza precedenti, un passo importantissimo verso la parità di genere. Eppure, sarà solo quando tutti noi cominceremo ad accogliere queste notizie con la spontaneità e la normalità che meritano, che le cose potranno finalmente cambiare e che la figura della donna nel calcio potrà finalmente cristallizzarsi. Finché notizie del genere continueranno a suscitare stupore e sorpresa, la strada verso la normalità sarà sempre lunga e, anzi, rischia di diventare infinita.

Bibiana Steinhaus, primo arbitro donna della storia a dirigere una gara di Bundesliga.
Foto: Gettyiimages, mediagol.it

… anche perché non è una novità

Parimenti, occorre condannare con nettezza le critiche e l’indignazione di coloro che parlano di inadeguatezza ed inesperienza dell’arbitro donna in un contesto calcistico come quello maschile, notoriamente caratterizzato dalla maggiore fisicità e dall’eccessivo agonismo dei suoi interpreti. È di pochi mesi fa la notizia degli insulti rivolti in diretta tv da un giornalista locale nei confronti di una guardalinee la cui unica colpa era quella di essere stata designata dalla Federazione locale per il match di Eccellenza campana tra Agropoli e Sant’Agnello. Episodi del genere dimostrano che vi è chi ancora non accetta l’idea che una donna sia adatta a dirigere una partita di calcio.

Il che suscita molte perplessità, soprattutto perché non è ben chiaro quali siano i motivi di tale paventata inettitudine. Le donne arbitrano partite di calcio maschile da ormai molto tempo, più di 15 anni per essere precisi. Era il 2004 quando, durante i preliminari dell’allora Coppa Uefa, la svizzera Nicole Petignat fu designata e diresse per la prima volta un match di calcio maschile professionistico in un contesto internazionale. Eppure, da quella storica data, pochi campionati nazionali europei hanno provveduto ad attivarsi per dare alla figura dell’arbitro femminile lo spazio che merita nell’ambito professionistico maschile. Italia, Spagna e Gran Bretagna appaiono come i paesi più lenti a mettere in atto detto processo di inserimento, mentre altri paesi come Francia e Germania già da tempo sembrano più abituati all’immagine della figura arbitrale femminile all’interno dei rispettivi campionati. Tant’è che la stessa Frappart, lo scorso aprile, ha diretto per la prima volta una gara di Ligue 1, di cui ora è arbitro ufficiale, nel senso che può essere designato alla pari di tutti i suoi colleghi per la direzione di qualsiasi partita.

Accompagnare l’azione alla soddisfazione

Insomma, è giusto che la notizia della designazione della Frappart susciti soddisfazione, ma occorre che ad essa si accompagni un serio processo volto all’inserimento definitivo della donna-arbitro nel contesto calcistico maschile, prima di tutto riducendo il menzionato gap con gli altri campionati europei, dall’altro lato incentivando la carriera professionistica femminile nel settore dell’arbitraggio, riconoscendo le adeguate tutele e un giusto sistema meritocratico senza discriminazioni indirette. Fino ad allora, non ci resta che mostrare la più totale naturalezza di fronte alle (si spera molte) notizie che faranno seguito a quella della Frappart. In tal modo, la strada verso la normalità sarà meno tortuosa, più agevole e, soprattutto, più breve.

Amedeo Polichetti

fonte immagine in evidenza: www.ilmanifesto.it

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