trump interprete politica
Fonte immagine: https://www.open.online/2019/10/18/chi-e-elisabetta-savigni-ullmann-l-interprete-ufficiale-della-casa-bianca/

Si è parlato tanto, e per giorni, dell’incontro avvenuto un paio di settimane fa tra Donald Trump e il presidente della Repubblica Mattarella. A fare notizia, però, non sono state solo le dichiarazioni del presidente USA e di quello italiano: mezzo mondo, infatti, ha notato le reazioni di Elisabetta Savigni Ullmann – interprete ufficiale presso la Casa Bianca e docente all’Università del Maryland -, la quale non ha saputo trattenere sguardi e smorfie di curiosità in reazione alle dichiarazioni più “originali” di The Donald. A dire il vero, tuttavia, ci sarebbe poco di cui sorprendersi: il linguaggio della politica è in costante mutamento da qualche anno, in virtù di un’ipertrofia dell’antipolitichese che vede probabilmente in Trump la sua migliore incarnazione.

Non solo Trump: l’abitudine a gaffes ed errori rende insensibili

L’aver sdoganato un certo tipo di linguaggio ha reso ancor più complicato (come se prima non lo fosse) il lavoro di qualsivoglia interprete o traduttore. Ora ci si trova, infatti, a dover riportare dichiarazioni ambigue, spesso inesatte, la cui resa in un’altra lingua può risultare fuorviante o addirittura offensiva. È diventato dunque impossibile riportare il contenuto di certi messaggi tralasciando la loro forma. Nel caso di Trump, gli errori e le gaffes sono all’ordine del giorno, tanto che i suoi discorsi richiedono a volte più di una lettura prima di essere compresi. Nel corso del già citato incontro con Mattarella, ad esempio, al presidente americano sono state attribuite frasi dal contenuto dubbio (“amicizia millenaria tra Italia e USA”, “presidente Mozzarella”, etc.): un ipercorrettismo formale, a metà tra il sensazionalismo e la fake news, che parte dal presupposto che Donald Trump sia per natura indotto all’errore. In realtà, le due frasi citate sono state semplicemente interpretate nella maniera sbagliata. Ciò non è avvenuto, però, per quelle in riferimento ai curdi (“hanno già molta sabbia con cui giocare”), che sono invece state comprese e riportate fedelmente. Questo è indice di come l’abitudine a un linguaggio spesso aggressivo, violento, ma anche offensivo e incline alla presa in giro, possa spesso portare un interprete a travisarlo.

Quando “quelli dell’ultimo banco” si trovano al potere

In politica, l’adozione del linguaggio appena descritto non è mai casuale. Molto spesso, anzi, è indice di una scarsa cultura e di un livello intellettuale non proprio elevatissimo. Non solo: parlare alla pancia piuttosto che alla testa degli elettori (concetto abbastanza radicato nella comunicazione politica attuale) è un espediente che punta ad atrofizzare il pensiero critico di chi esercita il diritto di voto; pensiero che andrebbe invece alimentato ogni giorno per non rischiare di rimanere ammaliati dal primo demagogo che si candida al governo. È inoltre utile notare come tali mezzi comunicativi siano emersi proprio in questo periodo storico, caratterizzato (grazie ai social) da un uso “istantaneo” della parola. I politici come Donald Trump non si esprimono attraverso discorsi lunghi e complessi, ma si limitano a riportare concetti molto banali, di comprensione elementare e che di rado superano i 240 caratteri. Si è passati, insomma, dal politichese, in cui si diceva tutto per non dire niente, all’antipolitichese, in cui non si dice nulla ma si vuole far credere che si sia detto tutto. È, di fatto, il potere dato in mano a “quelli dell’ultimo banco”, intendendo con ciò non i ragazzi che amavano sedersi in fondo all’aula, ma i bulletti arroganti e strafottenti non avvezzi al rispetto delle regole. Di persone così, la politica attuale è piena.

Voti di pancia e paura dei “professoroni”: il rapporto tra cultura e politica

L’utilizzo di un linguaggio semplice, senza filtri, “terra terra”, ha certamente il vantaggio di arrivare dritto al destinatario che, nel caso della politica, corrisponde all’elettorato. In termini numerici ciò può anche comportare un vantaggio (almeno nel breve termine); si trascura completamente, tuttavia, l’aspetto qualitativo degli elettori, che a lungo andare può subire un livellamento verso il basso. Una conseguenza di tale ragionamento risiede nella demonizzazione dei cosiddetti “professoroni”, gente che ha come unica colpa il fatto di aver studiato e che viene considerata incapace di governare. Sia chiaro: per stare in Parlamento non occorre una laurea, ma avercela non è certamente un punto a sfavore per chi aspira a ruoli istituzionali. Quello che un certo tipo di narrazione politica vuole far passare, invece, è il modello di leader arrogante che può permettersi di dire e fare ciò che vuole (uno da ultimo banco, appunto). Il messaggio è chiaro: cultura e intelligenza non devono essere considerati valori di successo.

Ma c’è ancora chi reagisce (anche con una smorfia)

Alla luce di questa situazione, non si può non ripensare alla smorfia dell’interprete di Donald Trump. Soffermandoci su quel gesto e tentando di guardarlo da un punto di vista metaforico, la sensazione è che alcuni esseri umani conservino ancora il lume della ragione e siano pienamente consapevoli dell’attuale mediocrità che ci circonda. In una società pervasa dall’idiozia, infatti, non si può che reagire in questa maniera davanti a tanta ignoranza. È sintomo, quantomeno, di una morale che resiste nonostante si venga bombardati quotidianamente da messaggi d’odio e violenza. E finché ci sarà ancora qualcuno (non necessariamente un interprete) capace di reagire, anche solo con una smorfia di disapprovazione, in mezzo a tanti silenzi dovuti all’assuefazione, ci sarà sempre la speranza di contrastare il culto dell’ignoranza al potere.

Samuel Giuliani

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