Maxwell McFriend, le origini come destinazione futura
Fonte: Emic Entertainment

In un fresco e, al contempo, rovente filone musicale, che sta gradualmente – e giustamente – emergendo, ecco un altro abile autore che si pone oltre la linea della sonorità vocale: Maxwell McFriend è il suo nome e “Braccia rubate all’agricoltura” il suo regalo alla tensione melodica che riflette un amore incondizionato per le note poetiche e per la composizione d’alta scuola.

In un avanguardia che si confà al jazz, funk e soul degli albori, il nuovo album dell’eclettico e poliedrico musicista si può, a tutti gli effetti, definire una rivalsa della musica strumentale. Maxwell McFriend, con le undici tracce contenute nel disco, porta l’ascoltatore alla riscoperta del gusto cinematico di archi e linee di piano, con qualche sprazzo di inserto elettronico.

Braccia rubate all’agricoltura” è un’ispirata e suggestiva raccolta di itinerari mentali in immaginari paesaggi rurali che si pone la finalità di mostrare i muscoli gentili di una musica capace di nutrirsi di ambient e landscape. I vari riferimenti allo spazio dei titoli trovano perfettamente riscontro nell’ampiezza dei brani: è proprio nel modo che ha di suggerire viaggi da fermo, nel silenzio evocato dall’assenza di parti vocali, che l’ultima fatica discografica, di Maxwell McFriend, si rivela particolarmente adatta per chi richiede una tregua dal logorio del quotidiano.

Per conoscere meglio Maxwell McFriend, noi di Libero Pensiero abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui:

Il tuo eclettismo è la forza della tua proposta artistica che non perde mai di vista la tua identità. Cosa pensi che contraddistingua Maxwell McFriend dagli altri artisti presenti nel panorama nostrano?

«La mia versatilità nasce da una mia determinata esigenza: la ricerca di un qualcosa che non saprei, neppure io stesso, definire. Inseguo questo elemento indeterminato da quando ero ragazzo: l’ho cercato dapprima nella musica, poi nella videoarte, nell’animazione video, nelle miniature e, dulcis in fundo, nella pittura. Spazio tra tutte le attività artistiche menzionate, miscelandole l’un l’altra alla scoperta della ricetta del cocktail perfetto (non so se la troverò mai). La maggior parte dei bravi artisti sceglie una categoria di appartenenza ben definita, cercando di non discostarsi troppo dalla classificazione che loro stessi si sono attribuiti; il che comporta diventare estremamente riconoscibili per quanto si fa. Personalmente, mi definisco un “cattivo artista”, dal momento che l’autodefinirmi e il concepire l’idea di essere parte di un solo insieme mi dà noia. Come vi dicevo prima, sento la stretta necessità di cercare, sempre e comunque, qualche nuova maniera per esprimere la mia identità; non è detto la cosa, però, mi riesca nel pieno delle mie facoltà

È uscito il nuovo album di Maxwell McFriend dal titolo “Braccia rubate all’agricoltura”, undici tracce in cui la musica gioca un ruolo di prim’ordine, divenendo essa stessa narratrice e creatrice di atmosfere profonde e sensoriali. Su quali punti cardine hai incentrato la tua ricerca sperimentale? Qual è l’idea di partenza e il messaggio che si cela dietro questo emblematico progetto?

«Durante il lockdown ho iniziato ad approcciarmi a musica diversa da quella che ero solito ascoltare. Sono decisamente cresciuto – artisticamente e non – in quel periodo. Ho iniziato, antiteticamente rispetto a quanto ero solito fare, a rapportarmi al jazz delle origini, ispezionandone la struttura del DNA (accordi e scale particolari): il mio orecchio è maturato molto. Dal momento che l’hip hop è il genere che masticavo fin da ragazzino – si sa che i primi ascolti sono quelli che ti rimangono impressi a vita nell’anima -, ho sviluppato l’idea di poter creare un album tutto mio che miscelasse le logiche del jazz e dell’R&B con quelle del mio stile musicale prediletto. Ho deciso di intitolare il mio lavoro in studio “Braccia rubate all’agricoltura”, innanzitutto, perché sono cresciuto (e tuttora vivo) in un posto rurale dove la campagna e, di conseguenza, i contadini che zappano la terra la fan da padroni. In secondo luogo, è un invito ad un ritorno alle origini: abituati alle nuove tecnologie, sono ben pochi i ragazzi di oggi dediti a mestieri, come quello dell’agricoltore, legati alla tradizione. Le mani vengono utilizzate per pigiare i tasti di una tastiera, anziché per imbracciare gli attrezzi agricoli; sono tutte braccia – incluse le mie ovviamente – che sono state tolte alla terra, al fine di creare prodotti digitali effimeri, intangibili. Che questo sia giusto o meno, lo scopriremo in un futuro, probabilmente, non troppo lontano, nel quale scompariranno del tutto quei vecchi e cari coltivatori di una volta. Saremo capaci, prossimamente, di tornare al principio, alla riscoperta di noi stessi? Ad ogni modo, a prescindere da questa retorica, amo come suona la frase “Braccia rubate all’agricoltura” e, in più, è un titolo che, come ho potuto constatare, incuriosisce non poco. Sono queste le motivazioni principali che mi hanno portato a promuoverlo a pieni voti come titolo del primo album di Maxwell McFriend.»

La semplicità è la virtù della persona che è priva di artificio e affettazione, che è trasparente e naturale. Per viverla bisogna tornare all’essenziale, semplificando tanti aspetti della propria vita. È, secondo il parere di Maxwell McFriend, possibile riuscire a liberarsi dell’acquiescenza per costruire una propria personalità pura?

«Nonostante le più grandi opere d’arte abbiano tutte, o quasi tutte, un’apparente comune spontaneità che le rende uniche, la semplicità è un traguardo, se possiamo così definirlo, piuttosto difficile da raggiungere. Per trovarla si deve sperimentare, provare e, soprattutto, sbagliare; così facendo, forse un giorno si potrà intravedere la sua ombra. Ovviamente per fare questo, bisogna essere mossi da esigenze non materiali.»

Rallentare, concedersi una pausa, tornare alle origini e assaporare il gusto pieno della vita. In un mondo che si muove sempre più velocemente, resta ancora tempo per pensare a sé stessi e giocare con la fantasia? Dove si rifugia Maxwell McFriend quando sente il bisogno di quiete?

«Nei libri, divorarne le pagine è il mio rifugio sicuro. Leggo tantissimo: in ogni riga che scorro con gli occhi riconosco quella che sarà la mia prossima lettura. Oltre a dare asilo dal mondo esterno, i libri pullulano di idee dalle quali prendere spunto, nonché di segreti incredibili e chiavi di risoluzione delle problematiche che ci affliggono. Con l’avvento dei social network e l’avversione del comune uomo moderno nei confronti della tranquillità, l’amore per la lettura, con tutte le conseguenze dal punto di vista sociologico che comporta, sta venendo meno.»

In merito la pubblicazione della tua ultima fatica discografica, a chi ritieni opportuno dover la tua riconoscenza?

«Vorrei ringraziare il mio grande amico Nicola Bavaro, che ha mixato e masterizzato i miei brani ed Emic Entertainment, l’etichetta discografica che mi ha supportato durante il mio percorso nelle vesti di Maxwell McFriend, dandomi l’opportunità di pubblicare il suddetto album.»

Vincenzo Nicoletti

Vincenzo Nicoletti, classe '94. Cilentano d'origine, bresciano d'adozione. Oltre che per la scrittura, coltivo una smodata passione per i viaggi e per lo stare all'aria aperta. Divoratore onnivoro di libri e assiduo ascoltatore di musica sin dalla più tenera età.

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