A Salerno abbiamo incontrato due componenti della band Yosh Whale, classificatasi al primo posto del Premio Buscaglione 2018. Vincenzo Liguori e Andrea Secondulfo sono il nucleo iniziale della band, a cui poi si sono avvicinati anche Ludovico Marino e Samuele De Rosa.

Come vi siete conosciuti?
Andrea: «Noi due ci conosciamo da sempre, dall’infanzia. Fin dall’asilo a scuola insieme, abitando anche a non più di 200m di distanza. Le cose sono andate di conseguenza e abbiamo maturato le stesse passioni, iniziando a suonare insieme all’età di 13 anni. Ci siamo alternati in vari gruppi e vari progetti. Nel 2016 è venuto da me per produrre alcuni pezzi, che abbiamo prodotto in studio. Poi ci siamo uniti con Ludovico e Sam.» 

Come descrivereste il vostro stile? Ci sono opinioni discordanti sul vostro genere, per cui preferisco chiederlo direttamente a voi.
Vincenzo: «Complesso. Abbiamo varie influenze, tra cui James Blake. Dal punto di vista della produzione dell’Ep possiamo parlare di R&N e Soul, con influenze elettroniche. Entrando in contatto con Sam e Ludovico si sono aggiunte influenze Rock e, addirittura, Metal e Folk. Diventa complesso definirlo in un genere.»
Andrea: «Sicuramente dall’approccio moderno perché le strutture musicali non sono sempre tradizionali. Non abbiamo la classica canzone strofa-ritornello-strofa, quanto più l’alternanza di ambienti sonori.»

Yosh Whale

Vi sentite fautori di un nuovo genere nel nostro paese?
Vincenzo: «Qualcuno ci ha detto che sarà molto complesso portare questo “discorso” in Italia. Lo sarà sicuramente, anche perché non facciamo canzoncine e non è un discorso radiofonico, non è nemmeno molto semplice da attuare. Non per questo ci fermeremo.»
Andrea: «Dicono che sia nuovo. Io personalmente penso che sia un insieme di varie esperienze e di vari gusti musicali che si sono uniti in un progetto.»

Premio Buscaglione 2018: vincitori del Primo Premio (9 date e 3mila euro) e del Premio La Tempesta (un brano nella nuova compilation Tempesta dischi). Com’è stata l’esperienza del festival e cosa pensate di fare con il premio che avete vinto?
Andrea: «Al festival dobbiamo arrivarci! Per cui, affitteremo furgoncini per andare a suonare, per partecipare alle 9 date. Siamo umili. Già solo il fatto di andare a suonare a Milano per noi è stata un’esperienza bellissima.»

Yosh Whale

Vincenzo: «In primis, l’iscrizione è stata totalmente fortuita. Un amico con cui suonavamo in passato (Daniele Polacco, ndr), ci ha “obbligati” ad iscriverci. Poi, visto che era molto semplice iscriversi, non ci abbiamo pensato due volte. Si poteva accedere o tramite i “like” su Facebook ed essendo di recente formazione, non avremmo potuto raggiungere l’obiettivo entro le scadenze; oppure attraverso la Giuria Tecnica, che chiaramente ha avuto tempi più lunghi. Una mail ci ha informati che da 402 artisti in gara eravamo stati selezionati in 14. Noi abbiamo partecipato ai quarti di finale a Senigallia. Lì abbiamo suonato come se fossimo a casa, non c’era nessuna aspettativa. Lo stesso vale per l’esperienza a Torino, di fronte a persone considerabili come “padri” da un punto di vista musicale.»

402 artisti in gara. Come ci si sente ad aver vinto? Un premio che si propone di trasformare gli artisti da emergenti ad “emersi”.
Andrea: «Aver vinto questo premio è assurdo. La prospettiva ora è fare questi 9 festival, distribuiti in Umbria, Marche, Lombardia, Trentino, Piemonte.»
Vincenzo: «Assurdo. Io sinceramente non ci avevo capito nulla. Dopo un po’ ho realizzato di aver vinto. Ci siamo ritrovati catapultati in qualcosa che, per ora, è più grande di noi. L’obiettivo è arrivare allo stesso livello del Premio, che ora è un po’ più alto di noi. La cosa più bella è essere accettati nel proprio territorio da un punto di vista musicale. La musica che produci non ha una valenza positiva solo nella tua stanzetta, ma anche fuori viene valutata come un qualcosa di valore. […] Noi abbiamo esordito al Disorder di Eboli, che è bellissimo come palco, uno dei più belli della provincia di Salerno.»

Il palco live era un requisito per partecipare ed anche il premio stesso. Come lo affronterete?
Andrea: «Quando si è sul palco per suonare, a prescindere dal luogo, bisogna essere molto concentrati e, nonostante le persone, bisogna mantenere la concentrazione anche per gestire la strumentazione elettronica, di cui mi occupo io.»
Vincenzo: «Con la stessa grinta con cui abbiamo affrontato gli altri palchi. Come se stessimo suonando tra di noi. L’ansia prima salire ci sarà sempre, più gente c’è e più cresce. Ma una volta saliti sul palco, le facce si omologano a tutte le altre e diventano un unico schermo. Si suona anche un po’ per se stessi.»

E nel tempo libero?
Andrea: «Ludovico e Sam suonano per professione in giro o con artisti. Io studio Informatica e mi sono laureato al Conservatorio, dove ho conosciuto le arti multimediali che mi stanno appassionando molto.»
Vincenzo: «Io frequento l’università, studio Lettere.»

C’è un grande lavoro dietro ciascun video, con la possibilità di sperimentare a 360°. Date anche la possibilità ad altre persone di potersi mettere in gioco partendo dalle vostre canzoni.
Vincenzo: «Questa è una cosa che ci tengo a sottolineare. Tra di noi ci sono ragazzi che da un punto di vista artistico sono fenomenali. Chiara Lombardi e Francesco Caruso si sono occupati dei video. Di fronte a menti artistiche del genere puoi solo lasciarli fare. Nonostante siano degli amici, c’è un rapporto professionale tra di noi. Abbiamo ricevuto i complimenti per il video di “Primo Scirocco”. Sono due ragazzi molto bravi, sia dal punto di vista umano che dal punto di vista lavorativo.»

“Primo Scirocco”: com’è nato?
Vincenzo: «E’ nato nella noia totale, dopo un pranzo domenicale. L’armonia mi sembrava figa a livello vocale; è nato prima il ritornello. L’ho fatta ascoltare ad Andrea e dopo un po’ l’abbiamo registrata. Ha richiesto un bel po’ di mesi per la sua produzione, forse anche perché non avevamo ancora ben chiaro quello che stavamo facendo. “Primo Scirocco” è stato l’inizio. I miei testi appartengono un po’ al “realismo magico”: non sono surreali, non parlano di cose che vanno oltre la realtà ma, entrando in filtri sensoriali, si trasformano».

Quattro ragazzi che sono consapevoli delle proprie origini e fanno dell’umiltà un tratto distintivo, anche nell’approccio alla nuova sfida musicale che li attende.

Sara C. Santoriello

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