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Fonte: EFE

Confine Messico – USA, qualche giorno fa, pochi chilometri a sud dell’Arizona: in ansia per le notizie sulla crescente diffusione del coronavirus nel potente vicino del Nord, gli abitanti dello Stato di Sonora installano dei picchetti di protesta per fermare l’ingresso dei cittadini statunitensi in territorio messicano.

Al grido di “state a casa vostra“, la frontiera si ribalta ai tempi del coronavirus: uno tra i confini lecitamente e illecitamente più trafficati al mondo sembra rovesciare i suoi (patologici) equilibri, in qualche modo facendo pure giustizia del razzismo statunitense nei confronti dei messicani, che oggi non intendono consentire ai vicini di venire in Messico a “far razzia” di beni di prima necessità e medicinali ormai introvabili negli USA.

Il Messico e il coronavirus

In realtà, la dimostrazione dei cittadini di Sonora al checkpoint frontaliero “DeConcini” non è, come forse potrebbe sembrare, una tragicommedia del razzismo all’incontrario, ma costituisce la punta dell’iceberg di un problema molto serio e tutto messicano: l’assenza di concrete misure di contrasto alla diffusione del coronavirus da parte del governo di Antonio Manuel López Obrador. Il blocco del confine con gli USA è un fenomeno spontaneo che indica dunque insofferenza innanzitutto nei confronti delle inesistenti politiche sanitarie della Presidenza federale, prima ancora che dei gringos.

AMLO, acronimo con cui spesso ci si riferisce al mandatario messicano eletto nel 2018 in una coalizione di sinistra, fino a poco tempo fa aveva sostanzialmente evitato il problema della diffusione del coronavirus: con un mix di fatalismo, simbologia religiosa e vanto di una presunta, innata (e ovviamente per nulla scientificamente fondata) capacità di resistenza dei messicani all’infezione, ha trascurato la preparazione di protocolli sanitari per fronteggiare un’eventuale emergenza che, a causa dei numeri ufficiali della diffusione del coronavirus inizialmente molto bassi, si riteneva lontana.

Il presidente messicano si è comportato insomma come un “Trump qualunque“, facendo sfoggio di pressappochismo e ignoranza almeno finché la gravità della situazione non si è palesata anche al di là dell’Atlantico. È dunque solo da pochi giorni che qualche misura di distanziamento sociale è stata adottata con maggiore rigore: solo di parvenza però si tratta, considerato ad esempio che nella megalopoli di Città del Messico vivono almeno 20 milioni di persone, costrette a viaggiare per ore in metropolitana tutti i giorni per andare a lavoro senza alcuna possibilità di distanziamento.

Come è stato notato, del resto, il distanziamento è cosa da ricchi. Se non si ha un impiego stabile e ben retribuito non ce la si può fare a stare a casa in Italia, figurarsi in un Paese come il Messico che ha almeno il 40% della popolazione che vive in condizioni di povertà o semipovertà. Si moltiplicano le cronache di venditori ambulanti e lavoratori occasionali nei più vari settori che non possono permettersi di rinunciare al misero guadagno della giornata, nonostante il pericolo del coronavirus.

La frontiera e il coronavirus

In questa situazione il problema della frontiera si aggiunge e sovrappone a un quadro già difficile. Trump aveva già comunicato di aver imposto restrizioni ai passaggi di frontiera, peraltro subito militarizzata , tra USA e Messico; del resto, Washington aveva già lanciato l’allarme sul fatto che i numeri sul contagio a sud del Rio Grande potessero essere non veritieri, a causa del lassismo del governo di López Obrador nel programmare ed eseguire tamponi su larga scala.

Alcuni media USA più reazionari, mentre nella civilissima Las Vegas vengono ammassati nei parcheggi dei casinò i senzatetto ammalati di coronavirus, hanno già cominciato a parlare di chiusura totale e “messa in sicurezza” del confine, per proteggere gli Stati Uniti dalla minaccia che il Messico rappresenterà da qui in avanti con la sua incapacità di tenere sotto controllo il contagio. Prospettiva, questa, tanto più insensata perché favorirebbe ulteriormente il controllo della criminalità organizzata sui passaggi clandestini (già impennatisi dopo le prime avvisaglie di chiusura delle frontiere) attraverso una confine di più di 2.000 km di lunghezza e già normalmente poroso.

La criminalità, del resto, è l’unico attore economico che in queste ore non si ferma. Per quanto gli affari illegali stiano diminuendo a causa della chiusura dei confini, stanno ugualmente aumentando gli omicidi, già record a marzo, forse anche perché le autorità federali sono più impegnate nei controlli anticoronavirus che a dare la caccia ai trafficanti di droga. Del resto se AMLO, in visita nello Stato di Sinaloa, si fionda a salutare la madre del famigerato El Chapo Guzman e pur di stringerle la mano rompe ogni misura di sicurezza contro il coronavirus, non si vede perché i cartelli dovrebbero temere la repressione del Governo adesso più di prima.

Nonostante Trump annunci di volervi schierare 500 soldati in più, dunque, la frontiera tra Messico e USA non si può davvero chiudere, con buona pace del coronavirus e dei sit in dei messicani alla frontiera con l’Arizona. O meglio, rimane chiusa per i soliti noti, vale a dire i poveri e gli emarginati o i migranti dimenticati dell’America centrale, bloccati da mesi in un campo profughi alla frontiera tra Texas e Tamaulipas, abbandonati da entrambi i governi alla povertà più assoluta in condizioni igieniche orrende. Anche per loro il coronavirus è una minaccia, anche per loro il distanziamento sociale e la sicurezza sanitaria sono chimere. Il virus impone l’isolamento e la chiusura delle patrie al resto del mondo, ma per chi una patria e una casa non ce l’ha è tutta un’altra storia.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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