Il Tigri e l' Eufrate soffrono, e con loro un'intera civiltà
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Nella sconfinata terra a ridosso dei due grandi fiumi Tigri ed Eufrate, dove un tempo nascevano e prosperavano le antiche civiltà mesopotamiche la vita sembra essere cambiata, neanche a dirlo, in peggio. 

La magia che i libri di storia anno dopo anno narrano alle generazioni di buona parte degli scolari europei è quasi totalmente scomparsa o per usare un tono sarcastico, prosciugata: l’inquinamento, il surriscaldamento globale, la cementificazione incontrollata e l’indolenza governativa sono alcuni dei fattori che stanno mettendo a repentaglio la sopravvivenza del Tigri e dell’Eufrate, i due fiumi che per millenni hanno garantito la vita ad esseri umani, animali e piante. 

L’area anticamente conosciuta come “Mezzaluna fertile”, e oggi corrispondente al territorio Iracheno, che gelosamente conserva le rovine dei suoi popoli che l’hanno resa celebre, gli Assiri e i Babilonesi, rischia di scomparire miseramente se non verranno avviate scelte responsabili. 

Come spesso accade in tema ambientale siamo già abbondantemente in ritardo rispetto alla gigantesca dimensione del problema. Eppure alla maggior parte dei soggetti, soprattutto quelli che dispongono degli strumenti adatti a contrastare il declino dei due fiumi non importa granché, dal momento che si preferisce privilegiare gli interessi personali, interessi che spesso e volentieri collidono con la salvaguardia dell’ambiente

Il cupo destino del Tigri e dell’Eufrate

Come già accennato, le problematiche che investono e mettono a rischio l’ecosistema di una delle zone umide più vaste al mondo sono molteplici e varie: è innegabile però che tutte sembrerebbero discendere (con una certa prevedibilità) dalla mano dell’uomo. La siccità è senza dubbio una di queste. Laumento costante delle temperature sta provocando un inesorabile prosciugamento del ricco patrimonio idrico iracheno che ha bisogno di poter contare sul Tigri e l’Eufrate per alimentare l’attività degli agricoltori o di chi, come molti, semplicemente si serve delle loro acque per espletare i bisogni primari. 

Un’altra piaga da contrastare manifestamente è l’inquinamento. L’alta tossicità dell’acqua dovrebbe renderla inutilizzabile ma la verità è che essa è indispensabile al fabbisogno di milioni di persone, malgrado possa contribuire al rischio di malattie, anche mortali. Inoltre, nel corso del tempo, nelle acque dei due fiumi sono stati autorizzati sversamenti di ogni tipo senza alcun tipo di piano di depurazione di cui il territorio ha necessariamente bisogno. Il vero ostacolo si nasconderebbe nella necessità di collaborare con i Paesi nei quali si originano parte delle acque reflue del Tigri e dell’Eufrate. Ancora una volta incombe però il poco tempo a disposizione, tempo che sarebbe bastato e avanzato qualora ci si fosse mossi con il giusto anticipo, ovvero quando gli abitanti del posto suonarono i primi campanelli di allarme. 

Altra seria minaccia è rappresentata dalla realizzazione di ingenti opere idriche come il progetto GAP, un massiccio programma di dighe artificiali messo in atto dalla Turchia, l’altro “genitore” del fiume Tigri, insieme all’Iraq. Il piano era nato alla stregua di una modernizzazione della fascia dell’Anatolia Sud-Orientale. Gli “eccelsi” ingegneri coinvolti, manovrati dallo scellerato egoismo turco, non hanno però calcolato l’enorme impatto ambientale che la realizzazione di tali dighe comporterebbe. Stando a quanto confermato da molti esperti in materia, a causa della sottrazione dell’acqua che verrebbe dirottata verso le centrali idroelettriche turche, il Tigri iracheno perderà oltre la metà della sua consistenza

Fortunatamente alcune associazioni di giovani attivisti a difesa del bene più prezioso sono nate negli ultimi anni, riscuotendo il sostegno di un numero sempre crescente di individui. La loro “resistenza ambientale” risulterebbe oggigiorno indispensabile contro l’omertà generale, dilagante e generatrice di disastri ambientali.

Le vicende che interessano le paludi mesopotamiche, dichiarate nel 2006 patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, sono idealmente alcune delle torri di un grande castello di sabbia che implacabilmente si sta sgretolando. 

Anche in questa occasione non dovremmo esitare a farci delle domande. Come mai non si fa nulla per tutelare questo patrimonio di biodiversità? Perché si assiste inermi al depauperamento di una delle culle della nostra civiltà? Preservare e valorizzare le tracce della storia che studiamo a scuola, tutelare il presente in cui viviamo e garantire un futuro più sostenibile alle nuove generazioni di tutto il mondo sono le vere missioni su cui noi tutti dovremmo concentrarci.

Gianmarco Santo

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