Nel Golfo del Messico i pesci sono imbottiti di idrocarburi
Credit: Dagospia.it

Uno studio pubblicato su Nature fornisce una prima base completa sui dati inerenti l’inquinamento da idrocarburi nel Golfo del Messico. Dopo la fuoriuscita del Deepwater Horizon (DWH) nel 2010 infatti, gli studiosi hanno svolto ricerche ed analisi nella zona, per un periodo temporale di sette anni (2011-2018). Hanno studiato più di 2.500 pesci, 91 specie, e 359 diverse posizioni, così da poter valutare le concentrazioni bilaterali di idrocarburi policiclici aromatici (PIA), i maggiori responsabili dell’inquinamento.

Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon del 2010, un importante sversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico, è stato considerato il più grave della storia americana, tanto che viene ancora oggi ricordato con il nome di “Marea nera”. Le disastrose conseguenze si sono riversate, sia nel breve che nel lungo periodo, sulla popolazione (in termini di malattie respiratorie, cutanee e di incidenza tumorale), sulla flora e sulla fauna.

La fauna marina è stata quella più colpita: pesci, granchi, tartarughe marine, squali, capodogli e tonni. Chiaramente i timori più importanti riguardano quelle specie considerate già in via di estinzione. Infatti se in breve tempo la “Marea nera” è scomparsa, il disastro ecologico è perdurato. I fondali sono tutt’ora pieni di sostanze tossiche quali gli idrocarburi, e inoltre, per un lungo periodo, il catrame ha contaminato le coste vicine. La piattaforma petrolifera riversò oltre 636 milioni di greggio nel Golfo del Messico, causando danni ingenti all’ecosistema e all’habitat di moltissime specie marine.

Diversi studi si sono susseguiti nel tempo, come quello condotto nel 2014 dall’Ecotoxicology Program, Environmental Conservation Division, Northwest Fisheries Science Center et all, nel quale si evidenzia che gli idrocarburi tossici producono ingenti danni all’apparato circolatorio dei pesci. La conseguenza diretta del disastro ambientale della “Marea Nera” e della dispersione degli idrocarburi tossici nelle acque ha fatto diventare il Golfo del Messico una vera e propria “dead zone”, che secondo la NOAA, National Oceanic and Atmospheric Administration, nel 2017 avrebbe raggiunto un’estensione record: 23.000 chilometri quadrati di mare pressoché inabitabile.

Nel Golfo del Messico i pesci sono imbottiti di idrocarburi
Credit: lifegate.it

Lo studio pubblicato su Nature fornisce una prima ricostruzione completa, e sconcertante, dell’inquinamento da idrocarburi nel Golfo del Messico. Sono state prese in esame 91 specie diverse di pesci, campionate da 359 posizioni e valutate per le diverse concentrazioni bilaterali di idrocarburi policiclici aromatici. Le concentrazioni di questi idrocarburi tossici si sono rivelate più elevate nel Golfo del Messico rispetto alle altre posizioni e fortemente presenti in specie quali il tonno albacora, pesce tegola dorato e tamburo rosso (comunemente noto anche come scorfano). Le concentrazioni di questi idrocarburi si sono rivelate invece più contenute nelle altre specie.

Le domande che scaturiscono a seguito di incidenti o fuoriuscite di idrocarburi spesso, e ragionevolmente, riguardano gli impatti sugli ecosistemi e la durata del periodo di ripristino. «Le misurazioni storiche o i dati di base raccolti nei mesi o negli anni precedenti alla fuoriuscita sono fondamentali per rispondere a tali domande. Caratterizzare il recupero dell’ecosistema è un compito poliedrico che coinvolge processi sia temporali sia spaziali complessi, che può differire drasticamente a seconda della scala, della variabile e delle specie da monitorare», si legge nello studio.

Molte sfide e ipotesi ecologiche infatti, sono incluse nel processo di valutazione del recupero: dalla classificazione dello stato dell’ecosistema preesistente ai siti interessati fino alla disponibilità di dati storici validi. La valutazione del recupero a seguito di disastri ambientali che provocano lo spargimento di idrocarburi, come il DWH, è risultata difficile per la scarsità di dati di base e l’identificazione di siti di non compromessi, condizioni che hanno a lungo ostacolato l’analisi.

È quindi chiaro come tale valutazione sia stata particolarmente complicata per il Golfo del Messico, data anche la vasta espansione dell’industria petrolifera e del gas offshore nella zona, sommata «alla molteplicità degli input di routine di una miscela di idrocarburi policiclici aromatici e molteplici fattori di stress simultanei da fonti contaminanti naturali (ad esempio infiltrazioni) e antropogeniche».

Ciò che si rivela sconcertante è la mancanza, per lungo tempo, di dati di base relativi agli indici di idrocarburi inquinanti, finché la comunità scientifica stessa non ha spinto a favore della generazione di analisi critiche per sopperire alle lacune conoscitive sulla zona, soprattutto dopo la fuoriuscita di idrocarburi provocata con la DWH.

Successivi studi hanno infatti documentato molteplici impatti sull’ecosistema, non solo per la fauna marina o le profondità marittime ma anche per le paludi e la zona costiera. Gli impatti sulla pesca, ad esempio, includono anche cambiamenti nelle dinamiche abitudinali della popolazione derivanti anzitutto dalla dieta: mangiare pesce inquinato dagli idrocarburi aumenta la frequenza delle malattie.

Gli idrocarburi policiclici aromatici infatti, sono il ​​componente più tossico del greggio, ma la loro misurazione nei pesci è stata largamente ignorata a causa del presupposto base secondo cui gli idrocarburi policiclici aromatici non si accumulerebbero negli stessi. Questa ipotesi porta però ad ignorare gli impatti delle esposizioni a tali sostanze nel lungo periodo che provocano invece un aumento delle tossicità correlate.

«I pesci hanno un sistema metabolico ben sviluppato in grado di convertire efficacemente gli idrocarburi policiclici aromatici in composti solubili che vengono immagazzinati nella bile per l’escrezione. La bile viene svuotata nel tratto gastrointestinale dove gli idrocarburi e i metaboliti associati possono essere riassorbiti, ricircolati e riciclati tra il fegato, la bile e il tratto gastrointestinale». Ma sebbene i pesci abbiano efficienti capacità di biotrasformazione, non hanno un sistema di riparazione del DNA sviluppato, e questo comporta una forte suscettibilità alle reazioni tossiche «tra cui lesioni, mutagenesi, teratogenesi e carcinogenesi».

Nel Golfo del Messico i pesci sono imbottiti di idrocarburi
Credit: ilfattoquotidiano.it

Così le ricerche condotte nel periodo temporale di sette anni (2011-2018), hanno dato la possibilità di valutare anzitutto le differenze spaziali nella composizione e nella diversità della fauna marina ovvero i cambiamenti nella popolazione e i tassi di crescita, la frequenza della malattia, i livelli di contaminazione e la salute dei pesci. Come si legge infatti, «in questo studio, abbiamo quantificato le concentrazioni di metabolita di idrocarburi biliari nei pesci raccolti in tutto il Golfo del Messico, per valutare le concentrazioni di idrocarburi post-DWH; comprendere le differenze di esposizione temporale e spaziale tra specie e regioni; e monitorare le tendenze a lungo termine (2011-2017) e i cambiamenti ambientali nel Golfo del Messico centro-settentrionale, con un obiettivo generale di produrre basi ecologiche per la preparazione ambientale».  

Le specie con più alte concentrazioni di idrocarburi sono state rinvenute nel nord del Golfo del Messico, la regione con maggiore attività petrolifera e proprio in prossimità della fuoriuscita del Deepwater Horizon. Altri punti di inquinamento da idrocarburi sono stati trovati anche nei principali centri abitati, come Tampa Bay, indicando come il deflusso dalle zone urbane potrebbe avere un ruolo nelle concentrazioni più elevate di idrocarburi.

«Questo è stato il primo studio di base nel suo genere ed è scioccante che non l’abbiamo mai fatto prima, dato il valore economico della pesca e dell’estrazione di petrolio nel Golfo del Messico», ha dichiarato Steven Murawksi, professore di biologia della pesca che ha preso parte alla ricerca.

Come sottolinea Enri Pulster, altra importante figura che ha contribuito alla ricerca, studi come questo sono di fondamentale importanza per individuare rapidamente possibili future perdite di idrocarburi, nonché basilari per comprendere gli impatti ambientali in caso si verifichino nuovi eventi disastrosi come quello del DWH.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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