italia solidale razzismo

Gli spari al giovane senegalese a Napoli, l’uccisione di Hady Zaitouni ad Aprilia, il pestaggio a Partinico di un cameriere senegalese. Dodici aggressioni razziste in cinquanta giorni. E poi, tornando indietro, gli spari ad aria compressa ad una bambina rom, l’uccisione di Sacko Soumayla e tanti altri episodi di quotidiano razzismo. Sembra che un’Italia solidale non esista. Ma non è così.

C’è un’Italia solidale, antirazzista e antifascista, che si attiva sui territori, partendo dal basso, e che del rapporto con l’altro fa motivo di ricchezza e scambio, oltre che di solidarietà. E che riempie i buchi lasciati dallo Stato e si oppone alle politiche dei respingimenti.

L’Italia solidale da Riace in su

Le realtà che ogni giorno lottano contro il razzismo e si attivano concretamente per una gestione diversa del ‘problema’ immigrazione sono tante.

Riace in questo senso è diventata un simbolo dell’accoglienza grazie al sindaco Mimmo Lucano, che proprio in questi giorni ha iniziato uno sciopero della fame. L’esperienza di Riace, che non solo ha dato aiuto ai migranti ma ha anche fatto rinascere un paese, è infatti a rischio ormai da un anno e mezzo, perché i fondi statali non arrivano. I fatti parlano chiaro: donne, uomini e bambini provenienti da tutto il mondo sono riusciti a convivere per anni e a ricostruirsi una vita accanto ai residenti del paesino. Ma adesso questo modello rischia di scomparire.

Salendo poco più su, sempre in Calabria, c’è un’altra voce importante, solidale e militante: si tratta di SOS Rosarno, una rete di produttori per il consumo critico, che all’attenzione all’ambiente ha unito la questione dei migranti. I produttori infatti sono i migranti stessi, che hanno subito lo sfruttamento nella piana di Gioia Tauro, e che adesso possono dirsi ‘padroni di loro stessi’. Una rete che è nata per combattere il degrado, lo sfruttamento, la discriminazione e che ha creato lavoro, libertà, autonomia. E che all’impegno sociale unisce militanza e solidarietà internazionale, come nel caso dell’iniziativa “Arance per il Rojava”, in cui parte del ricavato viene inviato nel Kurdistan siriano.

Sempre per una gestione diversa dell’accoglienza è nata Baobab Experience, una rete di cittadini costituitasi a Roma nel 2015 e diventata associazione nel 2016. Migliaia di migranti transitano dal loro presidio vicino la stazione Tiburtina e vengono supportati dal punto di vista medico, alimentare e legale. Una rete spontanea, nata dall’iniziativa di singoli cittadini e che ha continuato a raccogliere adesioni: chiunque, infatti, può proporsi come volontario e ogni giorno c’è qualcuno che si attiva senza ricompense. L’imperativo è dare senza ricevere. Baobab è una rete, un simbolo di un’accoglienza diversa, più umana e attenta ai bisogni e che rifiuta la spersonalizzazione dei centri di accoglienza.

Solidarietà al confine, no al razzismo

Molte di queste realtà dell’Italia solidale sono nate in quei luoghi terribili in cui ogni anno i migranti rischiano la vita, consapevoli della loro scelta eppure decisi a compierla: il confine. Ventimiglia e Bardonecchia sono due luoghi di snodo fondamentali al confine con la Francia. Da qui ogni anno migliaia di migranti cercano di andare dall’altra parte.

Trattati come i peggiori dei delinquenti, costretti a nascondersi e a vivere accampati per mesi, queste persone non sono sole. A Ventimiglia, ad esempio, è nato nel 2016 il Progetto 20k, una “rete di solidarietà e aiuto concreto per il diritto al movimento”, fatta da giovani che offrono aiuto concreto ai migranti in transito. E che soprattutto diffondono una narrazione diversa della migrazione.

Da Riace a Bardonecchia, l'Italia solidale che zittisce il razzismo
Un momento della manifestazione del 14 luglio a Ventimiglia.

E poi c’è Bardonecchia, in alta Val di Susa con la Francia dietro l’angolo. Anche questa è una pista (forse meno battuta ma comunque importante) dei migranti, che nonostante il rischio valanghe decidono di tentare l’attraversamento. Ed è qui che volontari e solidali offrono il loro supporto. C’è la ONG Rainbow4Africa, che oltre ad avere numerosi progetti attivi nel continente africano, ha deciso di impegnarsi anche sul confine, tentando di dissuadere i migranti dall’attraversamento e offrendo loro supporto medico-sanitario. Medici e infermieri sono tutti volontari.

E poi c’è tanto altro. Tante esperienze, progetti, start up, reti, associazioni che lavorano con i migranti perché credono che l’accoglienza, quella vera, debba essere garantita come diritto umano basilare. E perché credono che anche in questo possa nascere uno scambio reciproco.

Cos’è che cambia in queste esperienze? Perché questa è un’Italia solidale e quella del Governo invece no?

Il punto di partenza è la consapevolezza del fatto che apparteniamo tutti alla stessa razza, quella umana. Quando si è fermamente convinti di questa idea, non si può che agire in una direzione: andare verso chi ha più bisogno, senza altra distinzione. Non esiste un “prima gli italiani” perché non ci sono dislivelli né gerarchie di valore fra le persone. Esiste piuttosto l’imperativo del combattere ingiustizie e disuguaglianze ovunque si presentino.

C’è anche poi una differenza di metodo, oltre che di mentalità: se si parte dall’idea che la diversità è ricchezza, si cercherà di preservarla, valorizzandola e dandole la possibilità di esprimersi. E allora l’uomo che viene dal Bangladesh o la donna afghana non hanno bisogno di essere integrati acriticamente nella società italiana, ma sono guidati verso l’autonomia e verso il mantenimento delle differenze in un contesto di convivenza pacifica.

Considerare l’altro non soltanto come una vittima, ma anche come una risorsa, un talento, significa definirlo essere umano prima ancora che migrante. Molte di queste realtà rifiutano un’ottica meramente assistenzialista, perché sanno che autonomia è libertà.

E sono tante, le esperienze di questo tipo, tante da non trovare spazio nelle poche righe di un articolo. Un’Italia solidale (r)esiste, sommersa dalle parole razziste. Ed è l’unica speranza per questi tempi bui.

Elisabetta Elia

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Calabrese di nascita, ma anche un po' romana, anno '92. Ama leggere, scrivere e girare il mondo. Per lei giornalismo è raccontare storie di gente e del mondo, vicino e lontano.

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