Mistero buffo censura
Fonte: https://www.teatrostabiletorino.it/nellambito-della-rassegna-estiva-summer-plays-debutta-mistero-buffo-di-dario-fo-con-matthias-martelli-regia-eugenio-allegri-teatro-carignano-dal-10-al-1/

In occasione del festival “Notti in Massa“, è stata sottoposta a censura l’opera teatrale di Dario Fo: ”Mistero buffo”. Gli organizzatori del festival, che si svolge a Massa Martana (Perugia) negli ultimi giorni di Agosto, si sono scontrati quest’anno con un’amministrazione comunale bigotta, che ha di fatto censurato l’opera del maestro impedendone la messa in scena. Un avvenimento fuori dal comune, che ha spossato l’opinione pubblica, data l’importanza di “Mistero buffo” non solo in quanto opera teatrale di rilievo, ma anche per l’omaggio che essa avrebbe reso al grande intellettuale Dario Fo, Premio Nobel per la letteratura e autore della stessa. La censura è avvenuta per cause religiose, in quanto l’amministrazione di centrosinistra del comune umbro non ha ritenuto adeguata l’opera ai cittadini cattolici. A sentire queste considerazioni sembra di essere ritornati indietro di diversi anni, eppure, nel 2020, la libertà di espressione, soprattutto in ambito teatrale dovrebbe essere premiata, non limitata. La denuncia dell’accadimento è stata fatta proprio da Matthias Martelli, attore teatrale, nonché curatore, insieme ad Eugenio Allegri (regista), della messa in scena di una giullarata di “Mistero buffo”. L’attore non ha potuto fare a meno di esprimere tutta la sua indignazione, dal momento che la messa in scena ha riscosso un grande successo negli spettacoli inscenati dalla sua compagnia tra il 2017 e il 2019.

Matthias Martelli ha fatto notare come le opere teatrali che invitano a una riflessione sull’attuale realtà suscitino timore ad un’amministrazione fin troppo conservatrice e bigotta, talmente preoccupata a salvare una forma di religione e poco aperta alle interpretazioni innovative fornite dalle cultura teatrale. “Mistero buffo”, infatti, rientra tra le opere teatrali non convenzionali per la sua impostazione giullaresca, ma è allo stesso tempo un’opera dal grande spessore culturale, che altro non può fare se non ampliare le vedute sulla religione stessa.

Il motivo della censura è stato proprio l’argomento trattato dallo spezzone dell’opera che sarebbe dovuto essere messo in scena, ovvero il primo miracolo di Gesù Bambino, una rappresentazione sottile di un passo della Bibbia, rivisitata in chiave giullaresca, ma commovente. La messa in scena vede, appunto, come protagonista la famiglia di Nazareth costretta a scappare da Betlemme a causa di Erode. La parte finale evidenzia lo scontro tra il miracolo di Gesù Bambino e la paura dello straniero e, nella fortunata conclusione, il perdono ha la meglio sul razzismo e sulla non accettazione degli immigrati. Un passo questo che fa parte della grande varietà di episodi della Bibbia, narrati in chiave satirica e riflessiva in “Mistero buffo” da Dario Fo. Il premio Nobel aveva, tramite la sua grande produzione, saputo rendere il messaggio religioso fruibile al vasto pubblico del teatro e, allo stesso tempo, aveva permesso – e permette tuttora – al pubblico di aprire gli occhi su una tematica sempre attuale: la paura dello straniero. Nonostante ciò, nel 2020, ancora la sua interpretazione appare al di fuori delle vedute del cattolicesimo conservatore.

Se si riguarda all’impostazione originale di “Mistero Buffo”, concepita nel 1969 dal maestro, ci si imbatte in un monologo in due lingue: l’italiano e il Grammelot. Quest’ultima è, più che una lingua, un artificio teatrale che consiste nell’esprimere dei concetti attraverso l’utilizzo di onomatopee, suoni gutturali e parole prive di significato, molto simile ad un borbottio. Si tratta di un’innovazione artistica straordinariamente apprezzata per la tipologia di “Mistero buffo”. L’opera è strutturata, inoltre, secondo una rappresentazione in episodi di alcuni Misteri religiosi, rivisitati in chiave buffonesca e grottesca, con l’obiettivo di far scontrare la cultura popolare con la cultura ufficiale. Quest’ultima è descritta come fin troppo attenta alla forma e alla mistificazione della religione, ma soprattutto ben poco adatta alla rappresentazione teatrale popolare. Dario Fo era consapevole che l’anticonformismo della sua opera avrebbe suscitato indignazione ai suoi tempi, tuttavia non si aspettava che la sua interpretazione innovativa avrebbe trovato ostacoli a lungo termine, tanto da non poter fare breccia nella società odierna.

Di certo la censura avrà fatto rivoltare il maestro nella tomba e questo ha tenuto a specificare proprio il figlio di Dario Fo. Jacopo Fo si è mostrato convinto che la paura sia il motivo dei continui ostacoli, generati non tanto dalla chiesa poiché, come l’attore protagonista ha spiegato, i parroci stessi hanno richiesto rappresentazioni per la propria comunità con il fine di rendere più comprensibile il testo sacro; quanto da quella parte della popolazione ancora troppo chiusa per stare a questo mondo. In un’intervista per Micromega, il giovane Fo sostiene che l’amministrazione e la gestione politica della messa in scena teatrale, nonché della televisione, sono maggiormente inclini a «ciò che piace alla gente, piuttosto che a ciò che eleva culturalmente il pubblico». Da anni la produzione teatrale di Dario Fo si scontra, infatti, con problematiche di questo tipo e viene censurata di continuo, anche dalla Rai, un servizio che dovrebbe fornire intrattenimento Sì, ma soprattutto cultura.«Non è un caso che», continua Jacopo Fo, «da quando la cultura è nelle mani di una parte della sinistra, qualsiasi cosa porti in sé un messaggio innovativo sia bandita alla visione del pubblico».

Che si tratti di “Mistero buffo” o di opere artistiche anticonformiste, la nostra società, come quella a cui andavano incontro Dario Fo e Franca Rame, censura la cultura. Essa si oppone all’evoluzione delle menti, contrastando ciò che potrebbe essere un biglietto da visita per l’Italia nel mondo. Secondo Jacopo Fo da un lato è positivo che l’eclettismo dei suoi genitori costituisca ancora una minaccia per la fascia politica, ma dall’altro spaventa l’incapacità della stessa di sfruttare il grande patrimonio culturale italiano per spingere le menti del paese e del mondo al di fuori dei limiti e, di esplorare un ambiente dalla vastità intellettuale capace soltanto di arricchire il pubblico. Se, invece di reprimere le grandi menti e la loro produzione, le stesse venissero debitamente promosse al pubblico, l’Italia potrebbe godere di un primato culturale nel mondo e, soprattutto, vedere sempre più ridotta la “fuga di cervelli”.

Francesca Scola

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