lukashenko bielorussia
Fonte: Sergei Grits/AP

Peggio di un dittatore violento come il presidente della Bielorussia Viktor Lukashenko, che fa il bello e il cattivo tempo in patria e con i media internazionali rilasciando dichiarazioni surreali del tipo “può darsi che sia stato un po’ troppo al potere”, c’è solo una cosa: una risposta interlocutoria, inefficace, insomma inutile, da parte delle istituzioni che viceversa rappresentano i capofila del cosiddetto mondo occidentale democratico, come è stata la risposta del Parlamento dell’Unione Europea.

La risposta europea a Lukashenko

Lukashenko, si sa, dice e fa certe cose perché ha le spalle coperte: si fa rieleggere per la sesta volta dopo quasi trent’anni al potere truccando le consultazioni, reprime violentemente le opposizioni tra arresti e botte in piazza, perché innanzitutto sa di avere un “angelo custode” di nome Vladimir Putin. In secondo luogo, se agisce come fa è perché è ben consapevole che, finché detiene il controllo militare e poliziesco di un Paese debole e isolato, le proteste dell’opposizione non possono compromettere lo status quo corrotto e reazionario che ha costruito in decenni.

Gli oppositori, al massimo, possono scappare e cercare protezione all’estero, ma da lontano non sono più capaci di esercitare alcuna pressione sugli affari interni; possono, certo, influenzare l’opinione pubblica straniera, ma i diktat indignati degli stranieri rischiano di risultare praticamente irrilevanti per un Paese come la Bielorussia che, da quando è indipendente, si è fatto notare ben poco sulla scena internazionale, a parte che per la gestione della via del gas russo verso l’Europa occidentale (proprio questo è stato il segreto della patologica longevità del potere di Lukashenko).

Anche perché, in effetti, se tali diktat arrivano dopo una serie infinita di discorsi e dibattiti, di valutazioni sui pro e i contro di una certa condotta politica per i generali interessi politico-economici – mica umanitari e democratici! -, nel migliore dei casi non servono semplicemente a nulla. È quanto successo anche con la risoluzione adottata dal Parlamento UE il 17 settembre.

L’inutile risoluzione del Parlamento EU sulla Bielorussia

Si stenda un velo pietoso sull’astensione di alcune forze politiche di estrema destra xenofoba con simpatie autoritarie (leggasi Lega), che al momento della votazione hanno fatto la consueta figura barbina, in pratica associando la propria posizione a quella di un barbaro Capo di Stato, torturatore del suo popolo. La posizione assurda e incomprensibile della Lega, che dovrebbe comunque essere una forza politica di un Paese dalla sedicente grande tradizione democratica come l’Italia, è stata talmente insopportabile da venire criticata persino da alcuni degli elementi “illuminati” del partito.

Purtroppo, però, non è nemmeno questo il punto del discorso sull’ennesimo fallimento di un’idea di politica estera comunitaria, che ormai è scritta soltanto nella vaga lettera morta dei Trattati. Il punto è, piuttosto, che nonostante la faticosa risoluzione del Parlamento UE sia arrivata dopo la solenne condanna, da parte della Commissione europea, del voto in Bielorussia che ha incoronato ancora Lukashenko grazie a brogli e voti inquinati, nessuna ulteriore ed effettiva sanzione contro il presidente bielorusso e suoi ministri è stata finora adottata.

Il motivo? Cipro ha opposto il veto alla riunione dei ministri degli Esteri che avrebbe dovuto decidere sulla questione. Nicosia sostanzialmente ha attuato un’indecorosa ripicca contro la posizione ancora una volta blanda e timida dell’Unione sulle trivellazioni della Turchia nelle sue acque territoriali. Insomma, il ragionamento cipriota è stato: finché la UE non attuerà ritorsioni contro Ankara, che si scordino pure le sanzioni contro Lukashenko (che Cipro almeno condanna come dittatore, ci mancherebbe).

Qual è la democrazia che promuove l’UE?

Allora è chiaro che rischia di diventare una farsa l’intero sistema delle istituzioni decisorie europee, soffocate dal sistema del voto per consenso (ovvero all’unanimità), in grado di paralizzare per mesi le decisioni politiche davvero importanti (specialmente quando non si tratta di fondi e finanziamenti, infatti, le cose si complicano ancora di più del solito). In un contesto in cui l’organo europeo davvero rappresentativo, il Parlamento, è relegato a un ruolo di secondo piano che non consente un’effettività concreta delle risoluzioni adottate, la linea d’azione politica più concreta rimane sempre e comunque appannaggio dei singoli governi.

E allora deve essere sempre e comunque Angela Merkel ad arrogarsi la prerogativa di far sentire la voce dell’Europa: così, un solo governo continentale, grazie alla propria preminenza politica ed economica, si arroga il diritto di parlare per tutti. Deve essere sempre Emmanuel Macron a fare notizia con affermazioni decise e bellicose che, come sempre più spesso accade, allineano Parigi alla condotta di Berlino e proclamano che il tempo di Lukashenko è scaduto; devono essere i piccoli Stati del Baltico, di certo per mandare un messaggio alla Russia sulla loro forte indipendenza e capacità di decisione, a imporre i primi provvedimenti ostili nei confronti di politici e funzionari della Bielorussia.

L’Europa si mette nelle condizioni di farsi dare lezioni di capacità democratica persino da un suo ex membro, che se n’è andato sbattendo fragorosamente la porta sulle ali del populismo di destra. Sì, il riferimento corre proprio alla Gran Bretagna, che ha appena applicato sanzioni vere all’establishment della Bielorussia, congelando i patrimoni e gli affari di Lukashenko e di altri ministri.

Finché l’Europa, quella istituzionale, non recupererà una credibilità in grado di imporre decisioni drastiche in nome di principi di valore assoluto, senza piegarsi agli interessi contingenti dei singoli Paesi membri, personaggi come Lukashenko potranno continuare a torturare, a malmenare la folla nelle piazze, a far sparire gli oppositori in oscure galere e a rendere inefficace un movimento di opposizione invece altamente ramificato, il quale, in particolare per l’elevata componente femminile, sarebbe capace di dare lezioni di diritti e democrazia a tanti Stati del continente ben più celebrati.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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