E la lotta di classe senza ambientalismo è genocidio
Immagine: forotransiciones.org

Chico Mendes, sindacalista, politico e ambientalista brasiliano, è rimasto sconosciuto ai più fino al momento in cui una frase a lui attribuita è comparsa in rete: «L’ambientalismo senza lotta di classe è semplicemente giardinaggio». Sembra essere quello il momento in cui partiti e movimenti di sinistra radicale si sono riscoperti improvvisamente ultra ambientalisti. Si potrebbe contestare quest’ultima affermazione asserendo che l’estrema sinistra è da sempre a favore della tutela ambientale, ha da sempre combattuto per l’ideale ecologista, negando al contempo d’esser niente più che l’ennesima frangia politica che sfrutta una ghiotta occasione cavalcando l’onda verde.

La tutela ambientale ai tempi dell’URSS

Ultimamente, tuttavia, a sentir parlare i “compagni”, per usare il gergo tecnico comunista, la sinistra radicale è sempre stata influenzata dalle preoccupazioni per la salute dell’ambiente e per il futuro del pianeta. Niente di più falso. A dimostrarlo è l’inconfutabile storia dei vari regimi comunisti instauratisi nel tempo in molte nazioni mondiali. Occorre ricordare ai compagni che proprio tali regimi sono stati gli artefici dei più grandi disastri ambientali mai causati dall’uomo. Uno su tutti il lago di Aral, situato al confine tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, nazioni che fino alla fine del 1991 rientravano nel territorio dell’Unione Sovietica.

Nel 1960, in piena guerra fredda, il regime sovietico decise di attuare un progetto di deviazione dei due fiumi che si immettevano nel lago, l’Amu Darya e il Syr Darya, per far sì che la produzione di cotone situata in Uzbekistan incrementasse in maniera esponenziale. Da quell’anno, quello che era il quarto lago più grande al mondo, conosciuto anche col nome di Mar d’Aral in virtù delle sue acque salate, si è ridotto del 75%. Sebbene il cotone sia diventato l’oro bianco dell’ex “stan” sovietico, le conseguenze ambientali e sociali si sono rivelate disastrose: elevato tasso di sfruttamento minorile, aumento dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua dovuti ai pesticidi usati nei campi, aumento delle malattie respiratorie e renali, cambiamento climatico territoriale indotto dal prosciugamento del lago.

Come già accennato, l’Aral fa parte di una lunga lista di disastri ambientali imputabili all’ex Unione Sovietica. Dalla catastrofe più famosa della storia, avvenuta a Černobyl’ nell’aprile del 1986 a Dzerzhinsk, il gran polo dell’industria chimica dell’URSS, la città più inquinata del mondo. Qui la durata media della vita è molto bassa – 42 anni per gli uomini, 47 per le donne – la percentuale di malati di cancro aumenta sempre più e il tasso di mortalità infantile non accenna a diminuire. Ritornando negli “stan”, a Semey, città dell’ex Repubblica Socialista Sovietica Kazaka, si muore ancora di radiazioni. In questo territorio, grande due volte la Francia, tra il 1949 e il 1989 furono fatte detonare oltre 450 bombe nucleari: un milione e seicentomila persone contaminate di cui 67 mila in modo molto grave, 40 i morti. Ancora oggi a Semipalatinsk, il vecchio nome russo della città, ci si ammala di tumore, si muore per malformazioni dieci volte più frequenti rispetto alla media; ancora oggi, a più di trent’anni dalla chiusura dell’ultimo gulag, l’ex URSS continua a mietere vittime per mezzo di alcuni dei disastri ambientali più gravi di sempre.

E la lotta di classe senza ambientalismo è genocidio
Il progressivo prosciugamento del lago d’Aral
Immagine: greenme.it

Riteniamo esser d’uopo richiamare alla mente tali storie non col becero fine di innescare una gara tra ideologie: è fin troppo chiaro quanto il sistema capitalista sia responsabile di disastri indicibili e di veri e propri atti di guerra nei confronti della natura. In tale storia però non possiamo non trovare un rapporto di somiglianza tra due ideali che hanno fatto il bello e il cattivo tempo della nostra società. A pensarci bene la massimizzazione della produzione di cotone, voluta allora dal regime comunista sovietico, ricorda in qualche modo la maniera d’agire capitalista. È inequivocabile quindi che fino a quando lo sviluppo della società umana verrà considerata la sola e più importante missione dell’uomo a discapito di tutto il resto, finché il benessere incondizionato della specie umana occuperà il primo posto nella classifica degli obiettivi dei governi mondiali, non basterà cambiare il tipo di sistema economico-sociale. Fin quando l’uomo si occuperà solo dell’uomo nessun socialismo ci salverà dalla sesta estinzione di massa, nessuna lotta di classe potrà sconfiggere il terribile destino a cui stiamo andando incontro.

Lotta di classe, ambiente proletario

Sentiamo sempre più spesso parlare di necessità d’unione delle lotte e nelle lotte. In realtà una nuova corrente ideologica che riunisce l’ambientalismo agli ideali socialisti esiste già, e sembra prendere sempre più piede. Ma l’applicazione dell’ecosocialismo inteso come sistema da cui far nascere una società senza divisioni di classe, che vive in perfetta armonia ed equilibrio con la natura può verificarsi solo nel momento in cui la classe degli sfruttati diventa consapevole del fatto che non può esistere giustizia sociale senza coscienza ecologica. Fino a quando non metteremo in primo piano, e nella sfera privata e come obiettivo politico, la salvaguardia della natura non ci saranno le condizioni adatte a una concreta eguaglianza economica e sociale. Se continueremo a usare frasi come quella attribuita a Chico Mendes col fine di sminuire un certo tipo di ambientalismo a favore di tornaconti politici personali, molto presto non avremo più un pianeta su cui lottare. Se poi questa svalutazione arriva proprio dai “supercomunisti”, da coloro che da sempre si fanno portavoce delle masse sfruttate, e che da qualche tempo sventolano sempre più in alto la bandiera dell’ambientalismo stesso, non capiamo come la battaglia ecologica possa realmente innescarsi. Ancora una volta la sinistra che cerca di unire, suo malgrado, riesce a dividere.

Quel che gli ambientalisti dell’ultima ora dovrebbero sforzarsi di capire è che non può e non deve esistere alcun ultra ambientalismo, che le soluzioni alla crisi climatica esistono già, e che essere ambientalisti non deve voler significare obbligatoriamente essere di estrema sinistra. Il fallimento del capitalismo anche in ambito ambientale è ormai chiaro, ma non deve essere usato come arma di plagio, non deve essere uno strumento per raccattare consensi politici. Estremizzando la lotta ecologica si corre il rischio di tagliare fuori dalla stessa lotta la maggioranza delle persone. Non abbiamo più tempo per cercare di convincere l’intero mondo della bontà del comunismo, non è necessario né utile alla causa: chi usa l’ambientalismo a tal fine provoca un danno all’ambientalismo stesso.

E la lotta di classe senza ambientalismo è genocidio
Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile
Immagine: ingenio-web.it

La scienza, da tempo, fornisce le soluzioni utili al contenimento del disastro ambientale perpetrato dall’essere umano. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, ad esempio, contiene molti obiettivi che la riconducono all’ecosocialismo di cui sopra. È proprio tra i primi obiettivi di tale piano d’azione internazionale che troviamo i punti d’unione tra la battaglia ecologista e quella socialista. Azzerare fame e povertà, lottare per l’uguaglianza di genere e per un’istruzione pubblica di qualità, ma anche ridurre le disuguaglianze garantendo un lavoro dignitoso a tutti e puntando a una crescita economica ecosostenibile. L’Agenda 2030 rappresenta ad oggi un documento essenziale con obiettivi precisi basati su studi moderni e su un unico punto in comune, quello fondamentale: i limiti naturali della nostra biosfera.

Tale agenda dovrebbe aiutare a capire all’estrema sinistra che, lo ribadiamo ancora una volta, la lotta di classe del ventunesimo secolo non deve avere come primo e unico obiettivo l’agiatezza economica del popolo ma deve puntare innanzitutto all’equilibrio e all’armonia dello stesso popolo nei confronti della natura. Al giorno d’oggi quelli che venivano definiti da Marx come gli “sfruttati” sono diventati a loro volta sfruttatori, profittatori delle risorse del pianeta, sanguisughe adagiate sulle comodità del consumismo, disposti a rinunciare a poco, in molti casi a nulla, in favore della lotta ecologista. Siffatto spirito individualista rappresenta il primo ostacolo verso una lotta di classe concreta, una barriera insormontabile che solo una sana coscienza ambientale, una convinta consapevolezza dei limiti di Pachamama e un conseguente sentimento pari a quello che viene definito amore materno per il nostro pianeta potrà far cadere.

Immaginare un nuovo mondo è un nostro diritto, lottare per uno stile di vita ecosostenibile e una società giusta è un nostro dovere. Ancorarsi a ideali politici che non ammettono cambiamenti, per quanto giusti possano essere considerati, escludendo qualsiasi tipo di confronto, pretendendo di aver ragione a prescindere e attaccando inoltre coloro che in un anno hanno smosso più persone e coscienze di quanto certi partiti di sinistra sono riusciti a fare in dieci e più generazioni, far finta che nel mondo nulla sia cambiato in duecento anni renderà vane tutte le battaglie finora portate avanti. Ad oggi, chi ragiona con sprezzo in tal modo non rappresenta un alleato nella lotta ambientale ma l’ennesimo ostacolo contro cui le future generazioni dovranno combattere.

Marco Pisano

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