La donna di Lana di Niky Marcelli. Non un semplice thriller storico
Ph. Steve Johnson

Con La donna di Lana Niky Marcelli ci introduce a una scrittura fluida e ricca di dettagli, dal tono esoterico e dal fascino mistico, tesa a svelare gradualmente un mondo magico-simbolico perduto e una storia dalle sembianze leggendarie, a metà tra realtà e mito. Il romanzo di Marcelli è sicuramente la lettura perfetta per gli amanti del thriller storico. Sara è la paladina di un viaggio che si insinua tra laghi e boschi, dove riecheggia l’ombra di qualcosa di già esistito: il popolo dei Fanes, con i suoi simboli e inimmaginabili storie, che ancora oggi trasmettono forza e potenza. Quasi da poterle avvertire nell’aria.

Come in un film poliziesco, ci si ritrova ad acquisire sempre nuovi elementi che accompagneranno le indagini: in particolare, un manoscritto e una bambola di lana.

Ma cosa gli accomuna? Hanno a che fare con la leggenda del popolo dei Fanes?

A metà tra la fantasia e realtà, nel corso de ‘La donna di Lana’ si intrecciano epoche, storie, supposizioni; si fa strada la passione per la simbologia, l’esoterismo e il mistero che rende tutto più complicato quanto fascinoso.

Si disseminano, nel corso dell’opera, non solo indizi ma diversi riferimenti letterari, cinematografici, storici, scientifici. La stessa protagonista cita ‘Il mago di Oz’ e ‘Il Signore degli anelli‘, si ritrova a parlare per metafore, rendendo la lettura ricca di spunti e vivacità, dinamicità e grinta. Impossibile annoiarsi perché si racconta qualcosa di antico e attuale, di nostro e dei protagonisti. Lettore e personaggio possono sentirsi legati.

Un locale, del vino rosso, riferimenti all’astronomia, parole in tedesco di rimando a saluti o espressioni, la ricorrenza di oggetti come l’astrolabio (strumento in grado di identificare la posizione dei pianeti) rendono ‘La donna di Lana’ un romanzo degno di nota.

La donna di Lana, di Niky Marcelli

Nonostante ciò, il titolo resta apparentemente fuorviante. Non si tratta di una storia amorosa. Ma di una figura a metà tra la coscienza e l’incoscienza, il visibile e il non visibile, il finito e non. Nel ruolo di sacerdotessa, cucitrice, e chissà cos’altro, la donna di lana è la figura chiave per comprendere la storia del popolo dei Fanes.

Ma non tutto può essere svelato con una recensione. È necessario leggere per capire.

Come nasce la storia de ‘La donna di Lana’?

«Un giorno, davanti ad un’alzata di ostriche, in un locale di Cesenatico, il mio amico e artista figurativo Enrico Bertolini, detto Berico, mi ha detto: “A me piacerebbe scrivere un libro, ma non sono capace. Ed è un peccato, perché avevo anche trovato un titolo: la donna di Lana. Te lo voglio regalare, fanne buon uso.”
Ho cercato di onorare questo impegno e questa responsabilità nel modo migliore che ho potuto. Mentre raccoglievo le idee per la trama che, nelle intenzioni iniziali, sarebbe dovuta ruotare intorno a un libro “maledetto” – nella fattispecie un grimorio -, sono incappato nella leggenda dei Fanes, che in parte già avevo orecchiato grazie alle mie frequentazioni dolomitiche. Mi sono documentato anche sul resto della mitologia locale, restando molto colpito dalle Anguane che, a seconda delle versioni, erano ninfe acquatiche, sacerdotesse, spiriti o fate legate ai corsi d’acqua. E – coincidenza! – venivano anche chiamate “donne della lana”, perché si diceva avessero insegnato ai mortali l’arte della filatura. A quel punto, il collegamento era fatto!»

Leggendo il libro è inevitabile imbattersi in materie come l’esoterismo, la mitologia, la storia, tematiche magico-simboliche, così come in riferimenti letterari e cinematografici. Si tratta di tue passioni personali?

«Posso tranquillamente rispondere di sì. Amo il cinema e la letteratura, di cui divoro testi in quantità industriale. Senza contare che Umberto Eco, ne ‘Il Nome della Rosa’, diceva che “i libri ci parlano sempre di altri libri”. Quindi spero mi si consenta qualche citazione qua e là, un po’ per “giocare a fare lo splendido”, un po’ come spunto per qualche erudita battuta delle mie protagoniste. La storia, poi, mi ha sempre affascinato. Soprattutto quella del Novecento e, insieme a Lettere, era la materia in cui andavo meglio persino al Liceo. Il mondo (sarebbe più corretto dire “i mondi”) dell’esoterismo e della simbologia mi hanno sempre attratto – adoro Dan Brown! -, così come, nello specifico, la leggenda dei Fanes: un popolo misterioso di cui è rimasta una grande traccia nella toponomastica dolomitica, ma del quale non è stato mai trovato nemmeno un coccio. Sono un po’ come Atlantide e non è affatto detto che non possano esservi in qualche modo collegati.»

Come scrittore possiedi la stessa curiosità che hai attribuito alla tua protagonista Sara?

«Flaubert diceva: “Madame Bovary sono io” e in ogni personaggio di ogni libro c’è, giocoforza, un pizzico del carattere di chi lo ha creato. Anche se aveva assolutamente ragione Luce D’Eramo quando mi diceva che i personaggi, alla fine, prendono vita propria e ti portano dove vogliono loro. Quindi, direi di sì. Sono curioso come Sara e Care. E spero, per converso, di non avere anche lati così oscuri come quelli dei loro antagonisti.»

Cosa significa per te ‘mito’ e cosa ‘realtà’?

«Del concetto di “mito” si è anche abusato, nel lessico comune. Quante volte abbiamo detto di qualcuno “è un mito”. La domanda è complessa e semplice al tempo stesso: la realtà è quella con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni, spesso e malvolentieri anche sbattendoci il muso. Il mito, come in genere la fantasia, è qualcosa che va oltre e che a volte ti porta a sognare altri mondi possibili. Poi, può capitare la fortuna di incappare in un mito che possiede solide basi nella realtà e può accadere di fare scoperte incredibili. È successo, ad esempio, a Schliemann quando ha trovato i resti della città di Troia esattamente dove li aveva collocati Omero, fino a quel punto considerato un mero autore d’epica in versi verosimilmente inventati.

Tuttavia, vorrei “sfatare un mito”: benché nel collocare geograficamente il regno dei Fanes io mi sia attenuto pedissequamente alle leggende dolomitiche riportare da Karl Felix Wolf, dubito che tra le montagne che si affacciano sulle sponde del lago di Braies possa nascondersi una città sotterranea così come l’ho descritta. E, se ci fosse, spererei non la trovino mai perché, per riportarla alla luce, massacrerebbero il territorio. Personalmente, credo sia bastato lo sbancamento del bosco alle spalle dell’hotel, trasformato in parcheggio, per accogliere i fan di una fiction.
»

Secondo te il mondo avrebbe bisogno di una sacerdotessa come “La donna di Lana”?

«Il mondo, per poter tornare a funzionare meglio, avrebbe bisogno di molte cose e – prima fra tutte – un ritorno ai ritmi della natura e un rinnovato rispetto per l’ambiente che ci circonda. Non lo dico io, ma gli scienziati. Il dibattito è aperto ormai da troppo tempo.
In tutto ciò credo che le Anguane potrebbero essere d’aiuto.

Ma non è detto che non siano già in mezzo a noi, celate in bella vista, per indicarci la via.»

A cura di Teresa Beracci

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