
Patrizia Cavalli, poeta «perché poetessa fa ridere, dai. Non mi è mai passato per la testa l’idea di farmi chiamare poetessa. Sembra quasi una presa in giro» – diceva. Il 21 giugno del 2022 moriva, nel giorno più lungo dell’anno, il solstizio d’estate. Con le sue poesie non voleva salvare nessuno. Eppure lo ha fatto.
Patrizia Cavalli casce a Todi nel 1947, poi sceglie Roma come città per studiare e per vivere. Nelle sue parole si percepisce in maniera netta l’eco di Morante, Saba e Penna, ma la sua poesia mantiene una propria autenticità. Scoperta proprio da Elsa Morante, pubblica la sua prima raccolta di poesie nel 1974, per Einaudi dal titolo «Le mie poesie non cambieranno il mondo». Su Raiplay è disponibile un omonimo documentario che ripercorre parte delle sue fasi personali e professionali, interrogandola per godere degli ultimi istanti della sua poetica.
Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.Io rispondo che certo sì
Tratto da “Le mie poesie non cambieranno il mondo” di Patrizia Cavalli (Einaudi, 1974)
le mie poesie
non cambieranno il mondo.
In queste parole c’è già tutta Patrizia Cavalli, il suo scrivere con tono scanzonato del parlato quotidiano, che riesce a intonare a ritmo. La poesia è una sfida, descrive il distacco tra gli intellettuali e le intellettuali del tempo da quella che è la società degli anni ’70, epoca in cui si avvertiva l’omologazione dell’arte che stava soccombendo al consumismo sfrenato causato dal capitalismo. Patrizia Cavalli non credeva che la parola della poesia avesse più peso e potere rispetto agli altri mezzi di comunicazione, anzi era convinta che la poesia fosse destinata a finire, mostrando però come la poesia non fosse affatto arrivata alla fine.
Le mie poesie non cambieranno il mondo

Céline Sciamma, già celebre regista del film «Ritratto della giovane in fiamme», le ha dedicato un cortometraggio dalla durata di sedici minuti in cui la macchina da presa è poggiata sui mobili di casa per indagare i suoi rituali di scrittura poetica. Si chiama «This Is How a Child Becomes a Poet». Mentre il più recente documentario «Le mie poesie non cambieranno il mondo» è stato presentato alle “Notti Veneziane”, in occasione dell’80esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, e distribuito in sala da Fandango. Un ritratto molto intimo e molto ironico, realizzato da Annalena Benini e Francesco Piccolo, in cui la poeta viene raccontata e si racconta, lei è la narratrice della sua vita, la vita di una donna innanzitutto libera, libertà che inizia in verità ben prima del giorno in cui scappa dalla provincia e si trasferisce a Roma per studiare filosofia all’università. Questo documentario restituisce a chi lo guarda l’intensità, la profondità, la libertà delle poesie di Patrizia Cavalli, la sua esistenza lontana da ogni cliché e etichetta, la sua poesia ispirata dalla vita quotidiana ma senza alcuna banalità.
Patrizia muore durante la post-produzione del documentario che, quindi, custodisce la sua ultima testimonianza: «Abbiamo voluto mostrare Patrizia Cavalli nella sua verità e intimità, e offrire al pubblico la possibilità di conoscerla davvero» spiegano i due scrittori e registi al loro esordio cinematografico. «Per incontrare Patrizia Cavalli bisogna passare del tempo nelle sue stanze, tra i suoi cappelli, i libri, le poltrone, il tavolo del soggiorno, la grande foto di Elsa Morante, nel posto in cui ha vissuto da quando ha iniziato a scrivere poesie, il posto che coincide con la sua scoperta del mondo e con la vita esteriore e anche interiore. È stato un incontro tra amici, soprattutto all’inizio, quindi era giusto mostrarne anche il backstage, la costruzione del film, i cambi d’umore e di idea. Abbiamo seguito Patrizia Cavalli con fiducia e lei si è fidata di noi e ci ha offerto il suo sguardo sul mondo, sulla poesia, sull’amore, sul poker, sulla malattia. Le poesie, le canzoni, la gioia di discutere, il trionfo della gelosia. L’abbiamo seguita nella sua generosità di offrire la verità su ogni cosa: la verità di un pensiero non conforme e la verità del desiderio di performance, di divertimento, che vince su tutto ed è un atto poetico. Tra i più grandi poeti italiani contemporanei, Cavalli, scomparsa nel giugno 2022, ha raccontato la vita e il mondo con la sua voce, noi l’abbiamo soltanto accompagnata».

La sua poesia è seducente, è diretta, non è opulenta né si crogiola nella sofferenza, è uno spaccato di vita, la vita che cambia e ci trasforma, una vita che può essere meravigliosa, e lei lo dirà nella sua ultima opera – del 2020 – Vita meravigliosa appunto, dove l’eco della sua malattia si avverte. Parla dell’umano come categoria emotiva, ogni parola è bellezza, ma per lei è importate che le parole usate nella realtà siano pertinenti, altrimenti sono logorate dall’uso. La sua poesia è solo all’apparenza semplice, quando invece nasconde tutte le complessità del vivere e del vissuto, un contenitore per un contenuto alla portata di chiunque, una epifania antropologica e poetica dove ci sono il bianco e il nero, il bene e il male, il desiderio e la castità.
E me ne devo andare via così?
Non che mi aspetti il disegno compiuto
ciò che si vede alla fine del ricamo
quando si rompe con i denti il filo
dopo averlo su sé stesso ricucito
perché non possa più sfilarsi se tirato.
Ma quel che ho visto si è tutto cancellato.E quasi non avevo cominciato.
(Patrizia Cavalli, Vita Meravigliosa, Einaudi – 2020)
Valentina Cimino


















































