femminismo digitale

C’è un gruppo Facebook dove migliaia di uomini si scambiano immagini intime delle proprie partner, spesso senza consenso. C’è un’app per monitorare il ciclo mestruale che finisce al centro di un’inchiesta per fuga di dati. C’è un algoritmo pubblicitario che decide quali lavori mostrare agli uomini e quali alle donne.
Tre episodi legati dallo stesso filo in cui la tecnologia è specchio e amplificatore delle disuguaglianze sociali.
Sebbene questi fatti sembrino incidenti di percorso, ne leggiamo i sintomi di una struttura che è intrisa di patriarcato e di capitalismo dei dati, e che traduce il potere in linguaggio tecnologico.

Quest’estate, l’app Flo, usata da milioni di donne per monitorare il ciclo mestruale, è finita di nuovo al centro di uno scandalo: dati sanitari sensibili, relativi a fertilità, relazioni sessuali, gravidanze, sono stati condivisi con terze parti senza consenso esplicito. Un episodio che riporta in primo piano un interrogativo cruciale: chi controlla le informazioni più intime del nostro corpo? La raccolta dei dati non è mai neutrale. È una forma di potere. Mentre decide cosa è degno di essere misurato, e cosa no, la datification apre le porte a nuove proiezioni e manipolazioni sulla base di questi. Il caso dell’app “Flo” mostra come il corpo, quando diventa dato, sia oggetto di vulnerabilità.

Qualche mese fa, un’inchiesta giornalistica ha svelato l’esistenza di “Mia moglie”, un gruppo Facebook popolato da decine di migliaia di uomini che condividevano immagini intime delle proprie partner o figlie, spesso senza consenso. Altre foto non autorizzate circolavano su siti come Phica, dove corpi e identità diventano materia grezza per il desiderio e lo sguardo maschile. Il femminismo digitale, da Judy Wajcman a Helen Hester, ci insegna che la violenza di rete non è un “effetto collaterale”, ma un’estensione del potere patriarcale in formato algoritmo.
La stessa infrastruttura che facilita la connessione globale ospita anche il voyeurismo, la sorveglianza, l’umiliazione pubblica. E il corpo femminile, ancora una volta, diventa interfaccia di controllo, tra complicità omosociali maschili e indifferenza delle piattaforme.

Nel frattempo, una sentenza olandese di febbraio 2025 ha confermato ciò che molte ricerche sospettavano da tempo: gli algoritmi pubblicitari di Facebook mostrano offerte di lavoro diverse a uomini e donne. Ai primi, annunci per ruoli tecnici o ben pagati; alle seconde, posizioni legate alla cura o alla comunicazione.
È un meccanismo invisibile che replica in codice digitale gli stereotipi del mercato del lavoro. Quello che l’algoritmo “impara” è la storia sociale che gli abbiamo insegnato, e la ripete, come un eco statistico. I sistemi di intelligenza artificiale vengono addestrati su dati che riflettono le gerarchie di genere e di potere già esistenti. L’effetto è che le macchine finiscono per renderle più efficienti, più silenziose, più difficili da contestare. È un esempio quasi scolastico di “pregiudizio automatizzato”.


La violenza che attraversa le reti è un’infrastruttura efficiente e invisibile. È la stessa logica che fa sì che un sistema di reclutamento digitale preferisca uomini per i ruoli tecnici, o che una piattaforma di dating penalizzi certi corpi e certe identità. Non per cattiva volontà, ma per “coerenza con i dati”. Un algoritmo non discrimina perché “vuole”, ma perché replica. E in questa replica continua, senza intenzione né colpa, si perpetua l’ordine sociale. L’intelligenza artificiale è, in fondo, una forma sofisticata di memoria. Gli algoritmi che selezionano, raccomandano, filtrano e classificano ottimizzano le disuguaglianze. Rendono il patriarcato più silenzioso, il controllo più naturale, la violenza più distribuita. Il paradosso è che più un sistema si perfeziona, più diventa difficile da contestare. L’ingiustizia si traduce in precisione, e la precisione rassicura. Riconoscere questo significa spostare lo sguardo: non più chiedersi cosa la tecnologia fa alle persone, ma cosa la società insegna alla tecnologia. Interrompere quell’eco statistico, spezzare la catena che lega l’efficienza al dominio, per riprendersi la soggettività politica.

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