
Il giorno che non ti ho ucciso è un romanzo che racconta amore, esilio, lotta di classe e Palestina; è un intreccio di vite nella Pavia degli anni ’70, dove si incontrano realtà diverse eppure così vicine.
Il giorno che non ti ho ucciso, la recensione
Il giorno che non ti ho ucciso (Homo Scrivens, 2026) è l’ultimo romanzo di Sarah Mustafa, scrittrice italo – palestinese.
Pavia, anni ’70. Carla lavora in una grande fabbrica, in un’Italia attraversata da tensioni politiche e sociali. Omar, invece, è un giovane palestinese in fuga dalla guerra, studente universitario con negli occhi l’ombra dell’esilio e nel cuore l’umiliazione subita dal suo popolo. Mentre Carla scende in piazza per conquistare nuovi diritti e un futuro di emancipazione, Omar si fa voce della resistenza palestinese attraverso articoli per giornali e riviste, deciso a rompere il silenzio e a restituire verità e dignità alla sua gente. Un romanzo storico e d’amore, ma soprattutto il racconto della lotta per restare umani quando la Storia impone di scegliere da che parte stare.
Siamo a Pavia, negli anni ’70, gli anni delle lotte di classe, delle lotte femministe, delle Brigate Rosse e degli attentati fascisti. È il post ’69, dopo la bomba fatta esplodere alla sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a Milano – attentato di matrice neofascista; è la prima vera crisi dell’Italia repubblicana, che da quel momento vivrà più di un decennio segnato dalla violenza e dagli attentati terroristici: è il periodo della strategia della tensione, sono gli anni di piombo.
In Medio Oriente, siamo nel 1967, si assiste al fallimento del piano egiziano: in appena sei giorni le truppe israeliane “conquistano” la penisola del Sinai, la striscia di Gaza, la Cisgiordania, parte di Gerusalemme e le alture del Golan. La Guerra dei Sei Giorni per i palestinesi segnò una Naksa – sconfitta, e portò all’occupazione israeliana dei territori storici della Palestina; ed è in questo contesto che la lotta palestinese si trasforma in un movimento guidato dall’OLP per l’autodeterminazione.
Ne “Il giorno che non ti ho ucciso” Italia e Palestina intrecciano i loro destini: da una parte assistiamo alla coscienza proletaria che decide di lottare, ancora, per i suoi diritti; dall’altra parte ci sono giovani palestinesi che lottano per la liberazione del proprio popolo,
bambini e ragazzi sfollati, figli di genitori che si sono visti togliere la casa e la terra, costretti a vivere nei campi profughi, bombardati e uccisi da Israele.
Settembre Nero e le Brigate Rosse; le bombe fasciste e Nasser: la storia di uno diventa la storia di tutte e tutti.
Sarah Mustafa racconta anche una storia d’amore, quella tra Carla e Omar, che si incontrano perché hanno in comune il senso di impotenza e il desiderio che le cose cambino. Si innamorano, si aiutano, scelgono di vivere insieme e costruire la loro famiglia, dalla Palestina all’Italia, un viaggio attraverso la storia degli anni ’70, un viaggio in un mondo in pericolo.
In Italia, gli arresti per chi scende in piazza a protestare; in Europa, l’ombra di Monaco ’72, che portò all’operazione Ira di Dio (o Collera di Dio), operazione organizzata dal Mossad per uccidere i soggetti ritenuti responsabili – direttamente e indirettamente – dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco. Operazione che è andata avanti per 20 anni, autorizzata da Golda Meir, e che causò la morte di dozzine di palestinesi e arabi in tutta Europa.
Omar e Carla vivono in questa paura, vedono i loro amici sparire, morire. E cadere nella droga: l’eroina arriva in Italia, e passeranno molti anni prima che venga riconosciuta come allarme sociale.
Si capiva che i discorsi a bassa voce attorno a un tegame pieno di olio bollente e falafel agitati non erano solo per parlare della cena. Che i disegni scarabocchiati sulle pareti tra ballanti, i manifesti strappati, la quantità di ragazzi armati, non era solo rabbia, ma qualcosa di più strutturato.
Intervista a Sarah Mustafa
Sarah Mustafa è nata nel 1979 a Pavia. Ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un campo profughi palestinese in GiordaniaCon Homo Scrivens ha pubblicato La spia ha i capelli rossi (2024), più volte premiato.
L’autrice ha risposto ad alcune domande, sul romanzo e sulla storia.
1. La storia dei palestinesi si intreccia alla storia dell’Italia degli anni ‘70; come mai hai scelto di raccontare queste due situazioni, insieme?
L’intreccio tra queste due realtà affonda le radici in una dimensione che per me unisce indissolubilmente il piano storico a quello personale. L’Italia degli anni ’70, e in particolare una realtà universitaria e viva come quella di Pavia, è stato il palcoscenico in cui i miei genitori si sono incontrati per la prima volta. Raccontare quel preciso momento storico significava quindi ricollegarmi a un pezzo fondamentale della mia stessa memoria familiare, dando un’anima e un calore profondi a uno sfondo che altrimenti sarebbe rimasto puramente saggistico.
Al tempo stesso, gli anni ’70 hanno rappresentato un periodo di straordinaria effervescenza politica e sociale, un’epoca in cui i giovani italiani vivevano la militanza collettiva con una passione e un idealismo travolgenti. In quel clima così ricettivo, la questione palestinese trovava un’eco fortissima nelle piazze e nelle aule universitarie, diventando un simbolo universale di resistenza e di lotta per l’autodeterminazione. Scegliere di unire queste due situazioni mi ha permesso di mostrare come i grandi sommovimenti della Storia globale riescano a riverberarsi nelle vite quotidiane e locali, creando ponti inaspettati tra culture apparentemente distanti. Diventa così la narrazione di un’epoca in cui i confini sembravano farsi più sottili e in cui l’incontro tra l’idealismo italiano e il dramma palestinese poteva generare destini nuovi, legami indimenticabili e, in definitiva, la nascita di una nuova identità.
2. La poesia di Darwish è la poesia di un popolo senza terra: nel romanzo lui è presente, insegna a bambine e bambini, racconta loro la realtà del popolo palestinese. Quanto abbiamo bisogno di leggere Darwish (e non solo lui)?
Mi fa molto piacere parlare di questo aspetto, che denota tra l’altro una spiccata sensibilità letteraria da parte di chi ha letto il libro e mi sta rivolgendo la domanda, quindi innanzitutto grazie. Nel tessuto di questo romanzo ho voluto fortemente inserire alcuni camei importanti, figure storiche reali che si muovono accanto ai personaggi di finzione. Personalità come il poeta palestinese M. Darwish e il cantautore libanese m. Khalifa accompagnano Omar per un pezzo di strada fondamentale, mentre altre figure, come Mario Capanna, che compare verso la fine, svolgono un ruolo chiave nel delineare la backstory politica dell’epoca. Si tratta di nomi che nella realtà di quegli anni hanno segnato profondamente lo scenario palestinese; per come si sviluppano le dinamiche del libro, la loro presenza era semplicemente necessaria.
Tornando a Darwish, il bisogno di leggere la sua opera, e quella di tante altre voci straordinarie, è oggi più che mai vitale. La sua poesia possiede la capacità unica di farci comprendere in profondità, e a seconda della sensibilità umana di ciascuno, gli aspetti più intimi e universali della tragedia del popolo palestinese. Attraverso i suoi versi, la rivendicazione si esprime sotto forma di canto dignitoso, dolore, nostalgia, amore per la terra e difesa della propria identità mantenendo. Leggere Darwish significa accostarsi a una testimonianza umana purissima, capace di superare la freddezza della cronaca e di restituire al lettore la misura esatta di ciò che significa resistere attraverso la bellezza e la forza della parola.
3. Quanto c’è di tuo in questo romanzo?
In questo romanzo c’è tantissimo di me. C’è la mia stessa identità di autrice che si interroga continuamente sul senso del racconto e sulla responsabilità della parola di fronte ai grandi drammi della Storia. Ma c’è anche una dimensione strettamente personale e affettiva: scegliere come baricentro geografico Pavia, la mia città natale, e il Medio Oriente in particolare la Palestina e ambientarvi l’incontro tra i due protagonisti negli anni ’70 significa riannodare i fili con la mia stessa memoria e con la storia della mia famiglia.
Oltre ai luoghi e ai ricordi, in queste pagine ho riversato le mie tesi e le mie passioni più profonde: l’interesse per l’arte e la letteratura del Medio Oriente, la ferma convinzione nel valore della resistenza culturale non violenta e quel bisogno viscerale di esplorare il concetto di “Casa” e di radici. I dubbi, le lacerazioni e la ricerca di un’appartenenza che muovono i personaggi sono, in fondo, le mie stesse domande esistenziali. Credo che per dare autenticità a una storia sia necessario prestare ai personaggi la propria stessa essenza emotiva; in questo senso, ogni pagina di questo libro custodisce un frammento sincero del mio modo di guardare il mondo.
Valentina Cimino
[…] Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e la tua kefia.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua sembianza
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi e palestinese morirai.
Mahmoud Darwish















































