Aree interne: prevenire lo spopolamento puntando sullo sviluppo sostenibile
Immagine: corrieredelvino.it

Da tempo si discute di quel fenomeno che da decenni ormai affligge, condanna e desertifica le aree interne del nostro Paese: lo spopolamento. È il triste destino dei piccoli borghi pieni di storia, luoghi di leggende, di credenze popolari, di ritmi lenti che sembrano rallentare quel tempo che nelle metropoli scorre così freneticamente da non conceder quasi mai pace. Paesini dimenticati dalla politica nazionale, sfruttati da quella locale, in cui piccoli gruppi di resistenti anziani, con le mani irrobustite dal lavoro e il viso scolpito, ricordano un passato fatto di vita prospera e di modi di vivere ormai dimenticati, obsoleti ma genuini. Da anni ci si chiede quale sia la soluzione più adatta per la problematica inerente il declino economico e, di conseguenza, demografico delle aree interne. Tante sono le buone pratiche che confermano che lo sviluppo sostenibile, piano di crescita ecologico che sempre più spesso viene accostato esclusivamente ai grandi centri urbani, può rappresentare più di una teorica opzione contro lo spopolamento di tali zone.

Il lento declino delle aree interne

È un dato di fatto che le aree interne italiane, comuni periferici sprovvisti di servizi a oggi essenziali come quelli inerenti a mobilità, istruzione e sanità, siano state escluse dai quei progetti di sviluppo che invece interessano zone come i grandi centri urbani, le località turistiche e i comuni cosiddetti “polo”, ovvero quei centri abitati capaci di garantire un’offerta scolastica secondaria superiore completa, almeno un ospedale sede di d.e.a. I livello e una stazione ferroviaria di tipo silver (impianti medio/piccoli con più di 2.500 frequentatori al giorno).

In mancanza di investimenti statali, molto spesso i cittadini di tali zone sono costretti a far fronte al fenomeno dello spopolamento delle stesse con quelle che, per necessità, rappresentano le uniche armi a disposizione delle aree interne: la voglia di restare, unita a una buona dose di fantasia. L’intelletto, l’impegno e il coraggio di chi decide di non abbandonare il luogo in cui è nato e cresciuto sono sempre più spesso il salvagente di piccoli comuni abbandonati a se stessi. Ma l’intelletto, l’impegno e il coraggio di questi nuovi eroi rappresentano un efficace deterrente che difficilmente si tramuterà in sviluppo sostenibile senza un adeguato finanziamento economico statale.

I numeri parlano chiaro: in Italia le aree interne rappresentano il 51,6% del territorio nazionale. Più di 4.000 Comuni, che ospitano il 22,3% della popolazione, sono soggetti a un processo di marginalizzazione che si manifesta tramite un fenomeno di de-antropizzazione inteso come riduzione della popolazione sotto la soglia critica e invecchiamento demografico e riduzione dell’occupazione e del grado di utilizzo del capitale territoriale. Il rapporto “Strategia nazionale per le Aree interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance” conferma che «Tale processo si è manifestato nella progressiva riduzione quantitativa e qualitativa dell’offerta locale di servizi pubblici, privati e collettivi – i servizi, cioè, che definiscono nella società europea contemporanea la qualità della cittadinanza».

Artefici e beneficiari di tale spopolamento sono quei soggetti privati che hanno sfruttato le risorse e le possibilità fornite dalle aree interne per meri fini economici e che al contempo non hanno portato beneficio alcuno alla popolazione di quelle stesse aree. Al fine di combattere contro i suddetti “nemici delle aree interne” occorre fare quadrato attorno a una strategia di sviluppo (sostenibile) precisa che tenga conto non solo degli aspetti economici/occupazionali ma anche e soprattutto della componente ambientale, vero punto su cui poter basare la rinascita delle aree interne.

Una strategia per lo sviluppo sostenibile locale

I successi ma soprattutto gli insuccessi passati delle strategie di sviluppo delle aree soggette a spopolamento hanno permesso di elaborare un piano specifico contro la marginalità territoriale di cui soffrono tali luoghi. La “Strategia nazionale delle aree interne” si basa principalmente su due punti: precondizioni dello sviluppo locale e progetti di sviluppo locale.

Bisogna partire, quindi, dai cosiddetti servizi di “cittadinanza” garantendo quei servizi che sono indispensabili nella lotta contro lo spopolamento: sanità, istruzione e mobilita rappresentano il punto di inizio di un efficace piano di sviluppo locale. È chiaro che a oggi, nell’era del capitalocene in cui la lotta alla crisi climatica va combattuta su tutti i fronti, questi obiettivi devono essere integrati in una strategia più ampia che metta lo sviluppo sostenibile e la tutela ambientale al centro di ogni cosa. A tal proposito i progetti di sviluppo locale sopracitati devono ricadere in cinque principali ambiti definiti dalla Strategia:

  1. tutela attiva del territorio/sostenibilità ambientale;
  2. valorizzazione del capitale naturale/culturale e del turismo;
  3. valorizzazione dei sistemi agro-alimentari;
  4. attivazione di filiere delle energie rinnovabili:
  5. artigianato.

Lo sviluppo economico deve passare inevitabilmente dallo sviluppo sostenibile. Le amministrazioni locali sono chiamate ad abbandonare quel senso di comunitarismo e quella paura di una eventuale rivalità politica derivante dall’azione di singoli o associati cittadini, che è proprio il motivo per cui soggetti portatori di idee innovative per lo sviluppo dei territori vengono molto spesso ignorati. Le buone pratiche portate avanti in alcune aree interne dimostrano che un’ottima strategia contro la marginalizzazione di queste zone serve a poco senza ottime capacità di governo delle comunità locali. Tale concetto è espresso in maniera chiara nella Strategia: «…il capitale naturale, culturale e cognitivo, l’energia sociale della popolazione locale e dei potenziali residenti […] è oggi largamente inutilizzato. In una strategia di sviluppo locale il capitale non utilizzato deve essere considerato come una misura del potenziale di sviluppo. Le presenze di soggetti innovativi che pure esistono nelle Aree interne possono rappresentarne l’innesco. Le politiche di sviluppo locale sono, in primo luogo, politiche di attivazione del capitale latente».

Marco Pisano

Marco Pisano
Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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