Robert Mapplethorpe The Black Book

A ventitré anni di distanza dalla sua pubblicazione, l’album fotografico The Black Book di Robert Mapplethorpe riesce ancora oggi a provocare un particolare senso di shock.

Nonostante il nostro cervello si sia abituato, tramite televisione e web, all’esposizione di immagini visive a forte contenuto erotico, qualcosa ancora nei nudi fotografati dall’artista provoca turbamento: proprio tramite l’analisi approfondita di questa emozione è possibile giungere a conclusioni che mostrano come “Implicit Tensions: Mapplethorpe Now“, un’esposizione che dal 27 gennaio al 24 giugno di questo anno riempirà le mura della famosa rampa del Guggheneim di New York City, possa avere, ancora oggi, un valore politico rilevante.

Robert nasce nel 1946 nel Queens, ad est di Manhattan. Molto conosciuto per la sua relazione con Patti Smith, meravigliosamente descritta nel libro Just Kids – che la cantante ha pubblicato nel 2010 -, Mapplethorpe si distinse per le sue analogiche in bianco e nero, che riscossero particolare successo soprattutto dopo la sua morte, avvenuta nel 1989 a causa dell’AIDS.
Collocandosi durante la vita ai margini dei movimenti di avanguardia newyorchesi, l’artista si caratterizzò per la sua particolare estetica, facendo del bilanciamento del nero e della luce la sua inconfondibile firma, soprattutto nelle sequenze di fiori.


Ma non fu la natura morta, né il corpo scultoreo della modella Lisa Lyon, né gli scatti alla bellezza androgina della sua compagna e amica Patti Smith a lasciare un segno nella storia dell’arte e della politica. Seppur in ognuno di questi progetti il dualismo e l’ambivalenza facessero già da cornice, furono le sequenze di nudi contenute in The Black Book, pubblicato nel 1986, il vero e proprio punto di svolta nella carriera dell’artista: le polemiche e le critiche che seguirono la pubblicazione e le esposizioni di Robert resero infatti noto il nome dell’artista, soprattutto dopo la sua morte.

Una storia di lodi e condanne, di amore e di odio: una storia, insomma, di ambiguità.

Ma per capire come proprio l’ambiguità possa giocare un ruolo chiave nel potenziale contributo dell’artista alla storia culturale e politica occidentale, è importante partire da una breve analisi del contenuto di The Black Book.
Al centro del progetto fotografico vi è il feticismo per il corpo maschile e per il colore nero della sua pelle. Busti nudi di uomini afroamericani in posizioni plastiche si alternano a composizioni di altri uomini in atti sadomasochisti: i loro corpi, iper-sessualizzati, diventano oggetto della fotografia. Il vero soggetto si sposta, infatti, dall’immagine allo spettatore o al fotografo: all’occhio, insomma, che guarda e che gode della bellezza e dell’erotismo dei corpi stessi.

Fermandoci a questo stadio d’analisi, il progetto di Mapplethorpe assume carattere conservatore e riproduttore di violenti dualismi e nocive dinamiche di potere. Le fotografie presenti in The Black Book, infatti, da una parte rafforzano la dicotomia tra soggetto attivo e oggetto passivo, tra chi guarda e chi è guardato; dall’altra parte, mettono in luce un altro tipo di dualismo: quello tra bianco e nero, che va a ricordare e rafforzare una fantasia coloniale di dominazione e supremazia, non tanto a causa del fatto che il fotografo (il soggetto attivo) fosse un uomo bianco (ed omosessuale), quanto a causa del feticismo per pelle scura e dell’iper-sessualizzazione dei corpi.
Da questo punto di vista, la fotografia dell’artista non porta con sé nessuna spinta rivoluzionaria: al contrario, al di là della scelta di corpi “diversi” nel colore della pelle, niente differenzia il progetto The Black Book, dai tanti libri fotografici che mettono al centro dell’immagine nudi di donne, mero oggetto del piacere maschile.

Come Kobena Mercer sottolinea nel suo articolo “Looking for Trouble” del 1991, è proprio l’ambiguità e il turbamento che The Black Book suscita nello spettatore a rendere il progetto del fotografo così importante e quasi rivoluzionario: in primo luogo, tale sensazione, senza nulla togliere alle responsabilità dell’autore, suggerisce tuttavia allo spettatore il suo ruolo fondamentale nella ricezione e nell’interpretazione dell’opera, che può assumere significati e valori diversi.

Ma qual è la causa di tale emozione?

Robert Mapplethorpe, con le sue foto, infrange quella norma fondazionalista che aveva sempre escluso la pelle scura dall’estetica e della rappresentazione classica, andando a focalizzarsi proprio sulla perfezione (secondo le regole dell’arte classica) dei corpi scultorei dei suoi modelli afroamericani.
L’artista infrange poi un altro tipo di normatività: quella basata sul binarismo, al tempo inconciliabile, tra omosessualità e multiculturalismo. Le fotografie che ritraggono uomini non bianchi in atti sadomasochisti omosessuali, contribuiscono alla formazione di quel senso di shock tanto fondamentale ai fini politici del lavoro dell’artista, che mostra un altro irriducibile dualismo nella società occidentale degli anni ’80 e che, sotto altre forme, resta attuale anche all’interno della nostra società.

Tramite questi due livelli di analisi, possiamo finalmente capire la centralità dell’ambiguità nel lavoro del fotografo: esso raccoglie infatti un certo ammontare di rischio. Tuttavia, se da una parte le fotografie raccolte nel Libro Nero rischiano di rafforzare dualismi e dinamiche sbilanciate di potere, come visto nella prima parte del nostro articolo, d’altra parte esse hanno il potenziale di distruggere alcuni tipi di normatività considerate naturali o fondamentali dalla società occidentale moderna.
La sua arte diretta, infatti, mette in discussione non solo preconcetti etnici e culturali, ma anche concettualizzazioni legate al sesso, al genere e alla classe sociale, dando un contributo al dibattito sull’identità.

Quello di Robert può essere quindi visto come un vero e proprio lavoro di decostruzione: egli non solo mette in luce il carattere fondazionalista di alcune dicotomie, non solo tenta di invertirle e ribaltare, ma arriva addirittura a sovvertirle proprio grazie a quell’ambiguità e a quel senso di shock che provoca nello spettatore.

The Black Book crea quindi un nuovo sistema di rappresentazione, capace di rendere visibile corpi, soggettività e identità prima nascoste alla storia, all’arte e alla società.

Self-Portrait
Author: Robert Mapplethorpe
Copyright: Robert Mapplethorpe Foundation

Viola Scalacci

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Viola Scalacci
Classe 1995, senese d’origine, nomade per scelta. Le relazioni internazionali sono il mio ambito di competenza grazie ad una laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì (Università di Bologna), lo studio della sicurezza il mio probabile futuro, gli studi di genere la mia più grande passione politica. Attualmente a New York per studio e lavoro, non so ancora rispondere alla frequente domanda: preferisci la grande mela o il fascino europeo di una Bruxelles vissuta in Erasmus? Convivendo con una me in continuo cambiamento, la scrittura è il mio modo di crear radici.

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