C'è posta per te - Maria De Filippi
Fonte immagine: superguidatv.it

30,16% di share. È questo il risultato portato a casa dalla prima puntata di C’è posta per te, un risultato utile a restituire la gravità di quanto accaduto sabato 7 gennaio, in prima serata, di fronte a 4.898.000 telespettatori. È questo, infatti, il numero di persone che si è trovato ad assistere alla messa in scena dell’ennesimo episodio di normalizzazione della violenza contro le donne. I protagonisti, Stefano e Valentina, sono una coppia di giovani sposi che hanno partecipato al programma di Maria De Filippi a seguito di un tradimento. A essere stato tradito è stato lui, ad aver subito (per anni) violenze e umiliazioni è stata lei.

A voler mettere su un piatto della bilancia le due situazioni, la bilancia immaginaria si inclinerebbe tutta a favore di lei. Eppure, l’esposizione mediatica che ha subito questa donna l’ha sottoposta al giudizio inclemente di una giuria popolare che se non ha visto in lei una moglie fedifraga, l’ha comunque giudicata come una mezza matta disposta a tornare con un uomo che più volte l’ha maltrattata, umiliata, vessata. Ciò che però, evidentemente, è sfuggito a chi si è lasciato andare a facili giudizi – neanche si fosse a Forum piuttosto che a C’è posta per te – è che chi si trova immersa all’interno di una relazione tossica non sempre dispone degli strumenti necessari a riconoscere il comportamento abusante di chi agisce violenza. Una circostanza che si verifica anche e soprattutto a causa della manipolazione del partner, che pone la donna in una situazione di dipendenza, inducendola a dubitare di se stessa e del suo comportamento.

Uno degli elementi che fa di una relazione una relazione tossica consiste, infatti, nel privare una donna di autonomia, nel convincerla che la sua dignità dipenda in modo esclusivo dal suo valore di moglie, madre, compagna, nell’inculcarle – insomma – l’idea che la sua dignità sia funzione esclusiva del modo in cui si comporta nei confronti della stessa persona che le agisce violenza. E se la donna in questione non ha né parametri di confronto né tantomeno aiuti esterni che le permettano di prendere coscienza dell’esperienza vissuta e, soprattutto, di interrompere il circuito di violenza nel quale è immersa, allora non potrà fare altro che considerare normale quella stessa situazione, dalla quale – con ogni probabilità – non riuscirà ad allontanarsi.

Un comportamento, quest’ultimo, che per quanto possa apparire al di fuori di ogni logica è in realtà molto più frequente e decifrabile di ciò che si possa pensare. Ad apparire, invece, meno comprensibile è l’atteggiamento giudicante di chi, a seguito della puntata di C’è posta per te, ha ritenuto necessario e indispensabile far conoscere la propria opinione commentando sulle pagine social del programma che certe donne si meritano certi uomini. Colpevolizzare la vittima e ritenerla parzialmente o interamente responsabile della violenza subita – fare, cioè, victim blaming – è un atteggiamento grave, che non si discosta poi così tanto da quello di chi la violenza l’ha messa praticamente in atto perché, ricordiamolo ancora una volta, la violenza non è tale solo se e quando lascia il segno e il non riuscire a prenderne atto significa sottostare a  quelle stesse logiche abusanti che si stanno criticando.

E se un programma televisivo della portata di C’è posta per te, che tiene incollate allo schermo 4.898.000 persone, trasmette questa storia in prima visione non sta solo fondando il suo successo sulla spettacolarizzazione del dolore, ma quel dolore lo sta raccontando in modo sbagliato, romanticizzando un amore violento, minimizzando gli atteggiamenti abusivi di lui e restituendo a lei le chiavi per tornare nella sua prigione dorata. E il fatto che la trasmissione di Maria De Filippi sia un programma di intrattenimento non la esonera da alcuna responsabilità, anzi. Proprio perché si rivolge a un pubblico ampio, eterogeneo e trasversale, all’interno di un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno (nel 2022 sono state 118 le donne uccise per mano di un uomo), la produzione avrebbe dovuto trattare l’intera vicenda in modo più serio e rispettoso, portandola all’attenzione delle forze dell’ordine piuttosto che di un pubblico televisivo pronto a fagocitare il dolore altrui, incapace di distinguere un amore da un abuso.

Virgilia De Cicco

Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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