Il cammino verso la notte degli Oscar 2020 è quasi concluso. Tra i colossi del cinema che si inseriscono a pieno merito tra le candidature di quest’anno, Jojo Rabbit è il gioiello di Taika Waititi pronto a brillare al Dolby Theatre di Los Angeles. Sono infatti sei le statuette che il film può aggiudicarsi durante la notte del 9 febbraio: miglior film, miglior sceneggiatura non originale, miglior attrice non protagonista a Scarlett Johanson, miglior scenografia, miglior montaggio e migliori costumi.

Locandina del film, fonte: Google Immage

Il regista tesse una trama tratta dal romanzo “Come semi d’autunno” (2004) di Christine Leunens, arrivando a soluzioni assolutamente originali. La pellicola è ambientata nella Germania nazista del 1945 prossima alla sconfitta della guerra, restia ad arrendersi ed immersa in un fanatismo totalitaristico in cui ebrei, omosessuali, zingari, neri e comunisti sono ancora il primo bersaglio. Qui vive Jojo (Roman Davis), un bambino di 10 anni, con la madre Rosie (Scarlett Johansson) , il cui rapporto spensierato è un tentativo di superare la difficile assenza del padre in guerra e la morte della sorella. Il giovane protagonista ha un amico immaginario, Adolf Hitler (interpretato dal regista stesso), in vesti differenti da come oggi lo ricordiamo: un bislacco ed ammirato dittatore, frutto dell’immagine mediatica che il tiranno suscitava attraverso un trainante populismo. La vita di Jojo “Rabbit“- chiamato così dai suoi compagni della “Gioventù hitleriana” a causa del suo pavido temperamento- viene stravolta dalla scoperta di una ragazza ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie), nascosta nella stanza della sorella per sfuggire ai rastrellamenti nazisti. Egli, inizialmente ostile alla giovane, in seguito scopre che è stata proprio la madre a proteggerla, in qualità di membro della Resistenza, simbolo di una libertà tedesca perduta. Da questo momento si avvia un percorso di formazione nel piccolo Jojo tra libertà e amore, tra il sospetto e il dubbio, tra conoscenza e tolleranza.

Jojo Rabbit recensione: il surreale come annichilimento dell’odio

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Fonte: filmweb.com

Non si coglie la bellezza complessiva dell’opera se si prescinde dal suo essere destinata ad una fruizione comica, grottesca, surreale. Jojo Rabbit è, prima di qualsiasi altra categorizzazione, una commedia (dai colori accesi e dalle sfumature pastello), ma una commedia nera capace di affrontare in modo eccezionale tematiche seriose come quelle del razzismo nella sua forma antisemita, la guerra e la libertà dell’individuo. I personaggi diretti da Waititi interpretano uno humor paradossale che ridicolizza, sminuisce, annulla gli stereotipi che hanno formato le categorie mentali discriminatorie delle masse novecentesche. Dai luoghi comuni sui “sovietici mangia bambini” si passa alle teorie assurde sugli ebrei come specie affiancata ai pesci, pipistrelli o “fantasmi paranormali con la capacità di leggere nel pensiero”. Lo spettatore non può far a mano di ridere dinanzi l’ingenuità di un bambino che accoglie come veritiere tali credenze, de-costruendo così la logica comune del contesto dell’opera. Eppure la comicità non è l’unico ingrediente di questo prezioso impasto cinematografico..

Jojo Rabbit: Taika Waititi è Adolf Hitler

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Fonte: ecodelcinema.it

Jojo Rabbit è anche un insieme di squarci drammatici che si innestano sul terreno tragico della seconda guerra mondiale, conflitto che ha visto l’ascesa dei regimi totalitari. Questi ultimi miravano ad un rapporto diretto tra individuo e la personificazione dello Stato, inabissando la capacità critica. Taika Waititi rappresenta tale rapporto in modo magistrale con l’inserimento di Adolf Hitler, che più di un amico immaginario, è la riproduzione inconscia dell’identità del piccolo Jojo. Hitler è infatti un amico genuino, che sprona il protagonista ad impegnarsi per la causa tedesca ed onorare il Fühler. Il regista non può inizialmente interpretare il buffo e paradossale dittatore senza pensare all’eterno Chaplin ne “Il grande dittatore”. Jojo comincia titubante ad aprirsi con Elsa, al proprio opposto, ma è ancora scettico sui tentativi della madre di guardare il mondo con occhi diversi, di assaporare la libertà, che è durante il film sinonimo di danzare. Scarlett Johansson riesce a calarsi magnificamente nei panni di un’eroina tragica che, accanto alla voglia di ballare e di giocare, svolge il difficile ruolo di padre e di madre di un piccolo fanatico. L’identità di un bambino fanatico, e in generale di un uomo, può quindi costruirsi soltanto attraverso un percorso di formazione che ha nella conoscenza dell’altro il proprio fondamento. Parallelamente alla maturazione del protagonista, a una nuova sensibilizzazione, la coscienza ora critica di Jojo deforma l’amico Adolf che assume tratti più realistici (diremmo storici), e per questo, inquietanti (qui Waititi cita il famoso Hitler di Martin Wuttke in “Bastardi senza gloria” con l’iterazione del “Nein!”) sino alla conclusione del film.

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Fonte: allocine.fr

Ultimo grande merito da offrire in questa recensione a Jojo Rabbit è la semplicità nel raccontare temi come l’amore e la libertà in un passato prossimo negativo, nel quale ancora oggi ci si può rispecchiare in tematiche attuali come l’immigrazione, spesso vissuta dalla massa con luoghi comuni e stereotipi razzisti così come gli ebrei per i tedeschi. Taika Waititi entra così nella storia, come fonte di speranza per l’uomo come individuo libero che possa ballare per le strade, convivere civilmente con il diverso, e provare dentro di sé le farfalle nello stomaco di Jojo.

Luca Longo

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