La Commissione Segre parla di intolleranza e non piace a nessuno
Fonte immagine: Giornale dei navigli

75190 è il numero di matricola tatuato sul braccio della senatrice Liliana Segre, promotrice della Commissione che porta il suo nome. Cinque cifre per cancellare un’identità, che ricordano oggi la follia di un’intolleranza esasperata. La sopravvissuta all’Olocausto è la protagonista della cronaca odierna in quanto promotrice di una misura concreta contro l‘hate speech e ogni forma verbale di violenza. Ma l’iniziativa non solo non è piaciuta a molti politici, ha anche avuto effetti negativi sulla ormai 89enne cui è stata assegnata la scorta. Ma qual è l’obiettivo di una simile Commissione e perché dà così fastidio?

Commissione Segre: 151 voti favorevoli e 98 astenuti

La biografia della senatrice è determinante per capire il perché di una Commissione Segre ma non sufficiente per spiegarne la necessità. Sarebbe infatti errato considerare la misura da lei proposta come un’iniziativa personalizzata legata esclusivamente al suo nome, perché non lo è, lo dice il titolo stesso: “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”. Qualcuno avrà da ridire sulla specifica ridondante e tristemente necessaria del termine antisemitismo che rientra poi nell’intolleranza e nel razzismo. Ma non a caso è tristemente specificata.

I dati sull’hate speech – che la Commissione Segre vuole contrastare – creano allarme ovunque nel mondo. Assistiamo ogni giorno, sul web in particolare, a un uso violento della parola. Accuse, calunnie, espressioni dei più bassi e vili istinti umani. È aumentata l’intolleranza verso i migranti, gli ebrei e i musulmani. Non mancano nel mirino degli odiatori le donne. Su Vox, l’osservatorio italiano sui diritti, ci sono cartine geografiche di colori diverse, mappature di un odio che dilaga in modo costante. È il prospetto dell’hate speech, il discorso di odio verso e contro qualcuno. Ciò che più colpisce è che l’odiatore spesso non si nasconde perché non è più solo, fa parte di una moltitudine che si sente legittimata a esprimere la propria intolleranza. E lo fa per strada, su Facebook, negli stadi.

Stop hate speech e intolleranza
Fonte immagine: Stop Hate UK

Il problema che si pone in un simile quadro è focale: si può essere liberi oggi di dire qualsiasi cosa? La Commissione Segre nasce con l’intento di essere uno strumento di conoscenza, una commissione di inchiesta che non si elegge a giudice perché non può. Sarà uno stimolo per promuovere misure volte a contrastare fenomeni di intolleranza.

Hanno fatto più rumore le polemiche degli applausi

«Non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quella che per noi è una convinzione, un diritto, ovvero prima gli italiani», queste le parole del segretario della Lega Salvini. Ma con quali toni si difendono gli italiani? Con l’alta classe linguistica che appartiene storicamente agli stessi?

Il mancato appoggio del centrodestra alla Commissione Segre (per dovere di cronaca è giusto dire che alcuni hanno preso le distanze), e ancora di più l’applauso negato in Senato è il sentore di una frattura sociale, prima che storica, insanabile. La rottura è tra chi prende le distanze da un passato fatto di odio e intolleranza e quanti in questo trovano conforto. Qualcuno vede nella lotta all’hate speech un possibile bavaglio, perché oggi, se ne prende tristemente atto, è facile vedere nella propaganda discriminatoria e intollerante una violazione della libertà di espressione.

La Commissione Segre costringe per questo a fare i conti con la realtà. E la realtà è che c’è oggi un’eccitazione nervosa che trova sfogo in cori razzisti, c’è il fantasma nostalgico della marcia su Roma e ancora manifestazioni di bandiere italiane miste a bandiere nere.

Silenziare l’hate speech

I messaggi violenti soddisfano un desiderio di identità e di appartenenza, toccano la pancia. Sono state costruite intere campagne elettorali “contro qualcuno”. L’altro da additare e il diverso da escludere. E lo si è fatto con toni appositamente violenti, tanto che il linguaggio fanatico è diventato norma. Rinvigorito dalla politica figlia del “chiudiamo i porti e affondiamo le navi”.

Approvare misure contro l’intolleranza e contro i discorsi di odio non significa contrastare un’identità politica, quanto rinvigorirla. Ma richiede autocoscienza, critica e responsabilità. Da parte di ogni colore politico, ma da qualcuno di più. Siamo di fronte al crollo morale e culturale della società e della classe che ci governa. Le parole hanno perso il senso e si è dato credito all’istinto. Non bastano gli incendi alle librerie né i pestaggi dei volontari di enti culturali. Non basta niente di tutto ciò per capire che oggi il problema dell’odio esiste, e ha già superato il confine del vago per diventare concreto. La Commissione Segre dovrà muoversi in questo terreno.

La necessità è di educare la società civile al rispetto, all’integrazione e all’utilizzo consapevole del web. C’è un nemico che si chiama indifferenza. E ce n’è uno che si chiama dimenticanza. Andare nei luoghi in cui l’intolleranza si è espressa in ogni sua forma potrebbe servire per interiorizzare. Non basta leggere l’odio, bisogna vederlo, a quanto pare, per capirne gli effetti. Perché al di là dei passi indietro e dei ripensamenti, al di là delle strumentalizzazioni, ciò che è certo è che oggi Liliana Segre è sotto scorta. Urge una narrazione controcorrente. La classe dirigente dovrebbe essere l’esempio: ecco perché il discorso di odio appartiene alla politica, ecco perché la Commissione Segre non piace.

Alba Dalù

1 commento

  1. Mi trovo daccordo con l’autrice soprattutto perché come mamma di adolescenti che iniziano a formarsi un pensiero politico, si trova a dover spiegare e a fronteggiare i tanti messaggi di intolleranza ed odio che arrivano attraverso i media frutto dell’ignoranza. Credo che il grosso sforzo sia quello di insegnare a discernere e favorire la cultura del diverso attraverso la conoscenza.

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