
Le proiezioni demografiche per l’Europa indicano una significativa diminuzione della popolazione nei prossimi decenni. Tuttavia, tali evidenze, che porterebbero ad una riduzione della popolazione pari al 34% rispetto ai livelli attuali, sarebbe mitigato proprio dalle migrazioni previste.
Per quanto riguarda l’Italia, il quadro è ben più preoccupante. Secondo l’ISTAT, infatti, la popolazione residente è nettamente in calo: da circa 59 milioni al 1° gennaio 2022 a 58,1 milioni nel 2030, 54,4 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080. Oltre a tassi di emigrazione crescenti, legati a condizioni che rendono la vita nel nostro Paese sempre più precaria, questo declino è accompagnato da un consistente invecchiamento della popolazione: l’età media, attualmente di 46,2 anni, potrebbe raggiungere i 50,8 anni entro il 2050.
I fattori ad influenzare questo dato sono due: la diminuzione del tasso di nascite e l’aumento generale della qualità di vita – che conduce, in ultima istanza, ad un incremento dell’aspettativa di vita stessa. Si nasce di meno e si muore più tardi, insomma. Ad esempio, per compensare la forza lavoro della popolazione in pensione, sarebbe necessario che le nascite raggiungessero una soglia nota come tasso di sostituzione, fissata a 2,1. Detto in altri termini, ogni donna dovrebbe generare 2,1 figli per sostituire la generazione attuale con una nuova, mantenendo il rapporto fra intergenerazionale in equilibrio e senza consistenti cali demografici. Tuttavia, nel nostro Paese il tasso di fecondità è appena al valore di 1,2, cosa che non solo riflette i preoccupanti valori di invecchiamento della popolazione ma anche proiezioni di calo demografico.
Dall’altro lato il miglioramento delle condizioni di vita e della medicina fa tendere le economie sviluppate (seppur in crisi, come la nostra), verso un aumento dell’aspettativa di vita. Ciò implica un aumento delle persone in età non lavorativa, le cui pensioni dovranno essere pagate dal resto della popolazione che ha numeri sempre più esigui a causa del tasso di fecondità molto basso.

Perché l’invecchiamento della popolazione è un problema?
Il sistema pensionistico italiano è un sistema a ripartizione, il che significa che chi è in età lavorativa paga la pensione a chi è in pensione. I famosi contributi sono delle quote che vengono versate e utilizzate per pagare, per l’appunto, la pensione di chi oggi non può lavorare. Ma se la popolazione invecchia a questi tassi, chi pagherà le pensioni dei lavoratori di oggi? È evidente che, senza una programmazione a lungo termine, il sistema pensionistico è destinato a collassare.
Politiche migratorie più aperte: possibile soluzione
Di fronte a questo scenario, ha davvero senso utilizzare politiche migratorie così restrittive e criminalizzanti? Attualmente, infatti, sia l’attuale Governo che i precedenti non hanno ideato strategie a lungo termine per far fronte all’inesorabile invecchiamento della popolazione, e i vari bonus bebè o agevolazioni risultano insufficienti per un fenomeno così radicale.

Dall’altra parte, l’intensificarsi dei fenomeni migratori è una realtà. Le nuove tensioni geopolitiche, insieme al cambiamento climatico, che peggiorerà le condizioni di vita in diversi luoghi del pianeta, non potranno che far aumentare il flusso di persone verso l’Italia e sarà sempre più complicato ostacolarne la venuta.
Pertanto, sarebbe probabilmente lungimirante ideare strategie che mitighino strutturalmente l’invecchiamento della popolazione, provando ad aumentare il tasso di fecondità, ma allo stesso tempo accogliendo il fenomeno migratorio come inevitabile e potenzialmente vantaggioso. Del resto, la Francia, ad esempio, ha un tasso di fecondità relativamente alto per un’economia sviluppata (1,8%), proprio grazie alle politiche migratorie favorevoli. È chiaro che l’accoglienza all’interno del sistema Paese di persone proveniente da etnie e culture diverse presenta numerose sfide. Tuttavia, un’adeguata preparazione e un piano strutturato a lungo termine, non solo permetterebbero di contribuire in modo significativo al miglioramento delle condizioni di vita di chi migrerà verso l’Italia, ma attraverso un’integrazione ragionata, diventerebbero elementi in grado di apportare valore, diversità e ricchezza dove comunque col fenomeno migratorio e con l’invecchiamento della popolazione si continuerà a fare i conti.
Frammentazione della politica: un problema atavico
Tale programmazione a lungo termine, tuttavia, non viene considerata. Il motivo? Proprio perché è a lungo termine. Infatti, a causa della frammentarietà politica e del populismo, che è diventato un grande vettore delle scelte degli ultimi governi, andare oltre i 5 anni non restituisce grossi dividendi in termini di consenso, potendo anzi contribuire, almeno nell’immediato, alla perdita di presa sull’elettorato.
Tuttavia, questo è forse uno dei sintomi più gravi della malattia di un Paese mortalmente diviso: fino a quando non si riuscirà ad andare oltre i colori del partito, dell’ideologia o del personale interesse, e non si inizierà a pensare al benessere collettivo, riflessioni circa l’inesorabile declino della nostra perla mediterranea continueranno a costituire esclusivamente motivo di amarezza da parte di persone che, forse con nostalgia, guarderanno al nostro Paese attraverso lo schermo di un’altra capitale europea.
Giuseppe Alessio















































