Ulysses Joyce

È fin troppo semplice sintetizzare la trama dell’Ulysses di Joyce, a dispetto della fama di libro illeggibile che si porta dietro da sempre: il 16 giugno 1904 l’agente pubblicitario Leopold Bloom vaga per Dublino, in una giornata priva di avvenimenti rilevanti. Bloom pensa a tantissime cose: pensa soprattutto a sua moglie Molly, famosa cantante d’opera, che lo tradisce. Mentre passa la sua giornata tra il funerale di un amico, una visita alla taverna di Barney Kiernan e un’altra al bordello di Bella Cohen, la sua vicenda si intreccia con quello del giovane artista Stephen Dedalus e si mischia a quella della folla smisurata di dublinesi che incontra per qualche minuto, o per brevi secondi.

Questo è (quasi) tutto ciò che succede in uno dei romanzi più importanti e innovativi di sempre, scritto dall’irlandese James Joyce a partire dal 1915 e uscito a Parigi nel 1922 grazie a Sylvia Bleach, che credette fino in fondo all’importanza del libro. Eppure Ulysses rivoltò la concezione che si aveva all’epoca della letteratura occidentale, buscandosi insulti ed elogi senza mezzi termini. Virginia Woolf disse che era «l’opera di un liceale brufoloso e sporcaccione», Yeats invece che era «l’opera di un genio» (ma non lo portò mai a termine). Diventò subito il simbolo del tipico romanzo che tutti conoscono ma pochissimi alla fine leggono davvero, ergendosi quale esempio modernista più radicale di cosa fosse ormai possibile fare con il romanzo. Insomma, se correnti letterarie come il simbolismo e il decadentismo ne avevano già iniziato a erodere le basi, Ulysses le fa saltare completamente.

Ulysses Joyce
Illustrazione di Delphine Lebourgeois per il New Yorker

Un romanzo che già dal titolo si pone quale corrispettivo dell’Odissea e del suo protagonista diventandone invece una scandalosa parodia sulla falsariga del maestro Laurence Sterne, piena di riferimenti coltissimi ed eruditi e altri volgari, infantili e sessuali, a riflettere i contrasti tra sentimento e ragione tipici della poetica dell’autore.
Nell’Ulysses di Joyce non c’è più un protagonista/eroe astuto che affronta mostruosità, pericoli, guerre e divinità inferocite per tornare alla sua Itaca dopo dieci anni di peripezie, bensì un erotomane privo di grandi qualità che prova a sbarcare il lunario, con una patata in tasca per scaramanzia e senza chiavi di casa, che rimugina su sua moglie, sul padre suicida e su qualunque cosa gli passi per la testa, nell’attesa di tornare da Molly in una giornata che inizia alle otto di mattina e finisce alle due di notte. Ogni capitolo è scritto in uno stile diverso dal precedente, da quello con taglio giornalistico al musicale, fino al celebre flusso di coscienza privo di punteggiatura che chiude il romanzo con i pensieri in libertà di Molly Bloom. L’obiettivo di Joyce era ambiziosissimo e sterminato. Scriveva di voler

«Fornire un’immagine di Dublino così completa che se la città scomparisse improvvisamente dalla terra la si potrebbe ricostruire a partire dal mio libro» (lo riporta Federico Sabatini in “Scrivere pericolosamente”, Minimum Fax, 2011).

Oggi, a quasi cento anni dalla sua uscita, ogni 16 giugno si celebra il Bloomsday: appassionati di Ulysses si riuniscono a Dublino e ripercorrono il giro per la città del protagonista Leopold Bloom. Quella Dublino non esiste più ma Joyce ha raggiunto il suo obiettivo: ogni anno la si può ricostruire grazie a lui.

Ulysses Joyce
La copertina della nuova traduzione di Mario Biondi dell’Ulysses per La Nave di Teseo

La traduzione definitiva dell’Ulysses di Joyce?



La casa editrice La Nave di Teseo ha appena pubblicato una nuova traduzione dell’Ulysses a cura di Mario Biondi, in un recupero il più filologicamente corretto possibile di quella che è l’opera originale: l’edizione di riferimento è l’Oxford World Classics del 1922, che tiene conto anche dei recuperi di edizioni uscite in questi anni, quale ad esempio quella di Project Gutenberg, in un incrocio di testi necessario ed estremamente complesso, perché il romanzo fu scritto da Joyce in modo tale che ne risaltasse l’oscurità e l’anarchia dello stile, ma le prime edizioni furono anche piene di errori tipografici che alterarono il significato di alcuni passi, già di per sé polisemici e ambigui, rendendo di fatto impossibile un’edizione originale definitiva. La traduzione di Biondi, inoltre, arriva dopo altri quattro precedenti, tutti giustamente celebrati: dalla classica di Giulio de Angelis, a quelle più recenti di Bona Flecchia, Gianni Celati e Terrinoni/Bigazzi.
Sulla bontà della traduzione di Biondi non è possibile dire ancora molto, ma si dovrebbero fare un paio di cenni sul modo in cui si parla di traduzione definitiva, giacché nell’ambito letterario è il termine che più si presta a equivoci, specie quando si toccano i classici – e soprattutto un libro difficile quale Ulysses.

Se un’opera è aperta, secondo la celebre definizione di Umberto Eco, e si affronta l’opera con l’intenzione di darne un taglio definitivo, ciò vuol dire che il critico o traduttore si sta lanciando al galoppo armato di tutto punto nell’impresa di abbattere il drago/opera, dandogli una lettura che sia esplicativa di tutto, o una traduzione ricalcata perfettamente sull’originale, capace di spazzare il campo da ogni possibile futura traduzione. Ma uccidere il drago significherebbe uccidere un’opera. Nessuno è così folle da pensare ciò sia possibile, men che meno con una struttura complessa e sfuggente quale l’Ulysses: neanche i don Chisciotte della letteratura oserebbero scagliarsi contro questa chimera. Un classico, se è davvero tale, non si farà ingabbiare da facili interpretazioni di comodo, perché «è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire», come scriveva Calvino. Il classico è un chiacchierone che parla e continua a parlare. La sua voce rimbomba attraverso i secoli: che si tratti di Tucidide, Lucrezio, Shakespeare, Joyce o Virginia Woolf.

Ulysses Joyce
Una tipica pagina di appunti di Joyce

C’è poi un problema molto più pragmatico riguardo il concetto stesso di traduzione: possiamo averne di più o meno adatte, certo; i traduttori sono esseri umani con un bagaglio di esperienze variabili: in fondo il loro mestiere è quello di interpretare prima di tutto un’opera da un contesto culturale diverso, trasportandolo nel modo più chiaro possibile nel nostro sistema di riferimenti culturali e linguistici. È un mestiere che implica tanta gavetta, molta sensibilità, intelligenza, oltre a un misto di rigore e flessibilità. E qui casca il senso di “definitivo”, sbriciolandosi in mille pezzi, perché la lingua è un organismo vivente; come tale si evolve o si estingue, ma non sta mai ferma. Si modifica. Cambia. E cambia in continuazione.


È il motivo per cui le traduzioni di Guido De Angelis, di Gianni Celati e di Biondi dell’Ulysses uscite in questi anni sono così differenti tra di loro: tre italiani, che parlano la stessa lingua (l’italiano) e traducono da una stessa lingua (l’inglese) usata da Joyce al massimo delle sue possibilità, ma che allo stesso tempo attuano una traduzione all’interno del loro stesso idioma. Che è appunto l’italiano: una lingua che non è più la stessa di cinque anni fa, figurarsi dieci, venti o cinquanta. Possono esistere traduzioni più o meno adatte: non esisteranno mai traduzioni definitive. Sono concetti sviscerati bene dal critico George Steiner nel suo saggio capitale Dopo Babele (Garzanti), in cui scrive tra l’altro che «la storia è un atto linguistico» e che «ciascuna lettura, ciascuna traduzione è differente e prende origine da un diverso angolo visuale». Non solo: «ogni generazione ritraduce i classici per un bisogno vitale di immediatezza e risonanza precisa».

Se abbiamo bisogno di nuove traduzioni dell’Ulysses di Joyce è perché vogliamo capirlo meglio, vogliamo capirlo ancora, ascoltarlo, immergerci nelle sue onde sonore e naufragare in una Dublino fantasma che non è solo Dublino ma anche Itaca.
In fondo stiamo ritornando a casa: questo vuol dire (ri)leggere i classici.

Nicola Laurenza

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