La fine (forzata) del razzismo verso i nativi americani nello sport
Fonte immagine: newsweek.com

La questione razziale tiene banco negli Stati Uniti d’America da oltre un mese, dalla morte di George Floyd avvenuta il 25 maggio, e ha scatenato proteste e rivolte che hanno inevitabilmente finito per coinvolgere anche il mondo dello sport, protagonista di iniziative positive contro uno dei principali problemi dell’attuale società americana. Ciò sta portando le franchigie a rivalutare i loro nomi e simboli, e il cruccio sta colpendo soprattutto le società di MLB e di NFL, rimaste per troppo tempo in silenzio sull’utilizzo di elementi propri della cultura dei nativi americani. Ma sarà veramente il modo giusto di affrontare il razzismo?

Parliamo in particolar modo dei Washington Redskins, il cui nome fa ovviamente riferimento ai nativi americani: i Pellerossa, appunto. La squadra della capitale è stata spesso nell’occhio del ciclone, sin dal primo “scontro” del 1972 con gli stessi nativi americani che si sentivano offesi dal nome e dall’inno della squadra (che fu l’unica cosa a cambiare all’epoca); nel 2013 anche l’ex presidente Barack Obama si era espresso a favore del cambio del nome, che a sua detta offendeva una fetta considerevole di persone, domandandosi se la tradizione fosse più importante degli uomini. Tuttavia, anche dopo la revoca dei diritti di utilizzo del trademark “Redskins” da parte della United States Patent and Trademark Office nel 2016, il passo indietro decisivo ha atteso ben 4 anni. Altro caso ambiguo è quello dei Kansas City Chiefs, al momento più famosi per il contratto di Patrick Mahomes che per queste controversie. Il loro nome ha origine nel 1963, quando la squadra si trasferì da Dallas al Missouri grazie all’allora sindaco Harold Roe Bartle, conosciuto con il soprannome “The Chief”: ciò escluderebbe ogni riferimento ai nativi americani e a razzismo. Tuttavia, molti simboli utilizzati dalla squadra, come il gesto dello “scalpo” o i copricapi da indiano riportano alla questione precedente, ovvero l’appropriazione da parte dei team di una cultura che non appartiene certamente al Football Americano.

Il tweet dei Redskins per annunciare il cambio nel loro nome

Ma nelle franchigie americane troviamo spesso simboli e nomi che non sono tipici della cultura americana: basti pensare ai Boston Celtics, il cui nome si riferisce alla minoranza irlandese che tutt’oggi abita in Massachusetts e che è parte integrante della popolazione, certamente non discriminata. Il nome Celtics risulta essere un tributo alla propria cultura, e non un riferimento offensivo come quello dei Redskins, proprio per la natura intrinseca nella parola. Il termine pellerossa negli USA si trova sullo stesso piano della famosa “N-word”, e nonostante un sondaggio del Washington Post abbia in parte smentito l’impatto che la parola redskin ha sui nativi americani, la questione rimane comunque spinosa.

Nel 2018 i Cleveland Indians hanno rimosso dalle proprio divise il logo di Chief Wahoo, un nativo stereotipato simbolo della squadra dagli anni ’40 e per il quale le polemiche erano iniziate già negli anni ’90. E come per i Redskins anche la franchigia dell’Ohio è pronta a cambiare nome nei prossimi giorni, per rimuovere il termine “indiani” che, oltre a essere tacciabile di razzismo, è anche impreciso, visto che identifica i nativi con gli abitanti delle “Indie” che Cristoforo Colombo credeva di aver scoperto. Anche gli Atlanta Braves si stanno muovendo per eliminare dal proprio logo il tomahawk e il gesto dello scalpo dal simbolismo dei tifosi, ma non prevedono di cambiare il loro nome, nonostante faccia esplicitamente riferimento ai guerrieri nativi americani.

La fine (forzata) del razzismo verso i nativi americani nello sport

Ma dove si trova il limite tra ciò che è giusto e l’eccesso? La guerra ai riferimenti stereotipati dei nativi americani è qualcosa che affonda le sue radici ben prima di Black Lives Matter e che proprio grazie alla popolarità del movimento negli ultimi tempi, ha potuto trovare nuova linfa per portare avanti la propria battaglia contro il razzismo, forse in maniera decisiva. Eppure i Washington Redskins hanno iniziato a riconsiderare la loro posizione solo dopo che Nike ha tolto dal commercio il merchandising della squadra e dopo che FedEx ha minacciato di rimuovere il loro nome dallo stadio che ospita la squadra, con una considerevole perdita economica, e dunque non è parsa esattamente una scelta autonoma, dettata da un senso di responsabilità civica. Esiste, d’altro canto, anche il caso dei Chicago Blackhawks – squadra di Hockey il cui nome si riferisce al capo guerriero Aquila Nera, vissuto tra il 1700 e il 1800 – che non hanno alcuna intenzione di cambiare nome, e che continueranno a utilizzarlo per tramandare l’eredità del capo guerriero e di tutti i nativi. Se ciò che abbiamo detto prima riguardo i Celtics è vero, non dubitiamo che ciò non possa valere anche per i Blackhawks.

La fine (forzata) del razzismo verso i nativi americani nello sport
La maglia dei Blackhawks

Insomma, per quanto le nobili intenzioni e la sensibilità delle franchigie possano contribuire alla lotta al razzismo, eliminare qualche stereotipo non aiuterà i nativi americani a sentirsi meno discriminati. I nomi dei Redskins e degli Indians vanno cambiati, perché intrinsecamente razzisti, così come le immagini stereotipate del Chief Wahoo e di alcune mascotte, ma i cambiamenti concreti e duraturi si ottengono anche in altri modi, ad esempio la determinazione e la coerenza dei Blackhawks nel portare avanti un messaggio di rispetto e integrazione e difenderlo fino in fondo. La rimozione di alcuni simboli può soddisfare, ma non serve a nulla se arriva quando in pericolo sono gli interessi economici e non la coscienza civile. Siamo dunque davvero a un punto di svolta oppure ci troviamo di fronte all’ennesima forzatura dettata dallo sterile – ed ipocrita – “politically correct” figlio del nostro tempo? Per il momento, il progresso ottenuto sembra davvero troppo poco e troppo fragile per somigliare alla fine del razzismo in America.

Andrea Esposito

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