Stefano Bottero demoni e routine tra Poesie di ieri e Bellezza
Copertina di "Poesie di ieri". Illustrazione di Silvia De Rosa, 2019

Di carta bagnata sono le fondamenta di Stefano Bottero. Poeta romano nato nel 1994, esordisce nel 2019 con “Poesie di ieri“, edito da Oèdipus e con prefazione di Biancamaria Frabotta. Colpisce la giovane età del poeta che si intreccia, in “Poesie di ieri”, con una lucidità sopra le righe. Le liriche sono divise in cinque sezioni disposte in ordine cronologico: le parole provengono dal lasso di tempo che corre tra il 2012 e il 2018, gli anni universitari di Stefano Bottero. Ogni volto, luogo reale e irreale, evento, per sempre nero su bianco nelle poesie, appartiene al passato: il titolo della raccolta allude proprio alla dimensione temporale chiusa che abbraccia quanto è scritto in quelle pagine. Su un binario parallelo corre la passione per la musica, che lo spinge a reinterpretare un brano del gruppo Marlene Kuntz, “Bellezza“.

La consapevolezza della finitudine e del vuoto nella poesia di Stefano Bottero

Quasi subito si sentono i “piccoli anni” di Stefano Bottero. Nella sezione “A ritmo del nulla“, che nel titolo ha inscritta l’urgenza del vuoto per il poeta, a opprimere anche il lettore è il peso delle cose. E, intorno, una landa sterminata fatta di niente. A incarnare l’insistente contraddizione tra il nulla e il suo contrario è sempre una città, o una donna – che poi, a volte, si sovrappongono. La poesia di Stefano Bottero segue le sinuosità del corpo femminile, assecondandone imperfezioni e abissi, e si perde nelle città, prima fra tutte Roma. Come scrive Biancamaria Frabotta nella prefazione, “c’è un generale sentore di Sbarbaro” tra le righe di “Poesie di ieri“. In effetti, non sono pochi i riferimenti a notturni densi di solitudine, passeggiate tra corpi e ricordi. Viene così consegnata a chi legge una poesia che affonda le radici nella corporeità e nel dolore che da questa discende. Stefano Bottero cita un autore che è parte delle sue letture fondamentali, ovvero John Cheever (a cui dedica, fra l’altro, una sezione, “To John Cheever“):

Se fossi riuscito a esprimermi sessualmente

avrei preso vita.

(tratto da “A ritmo del nulla”)

Perché scegliere proprio l’espressione sessuale del mondo? Si ha quasi la sensazione, leggendo “Poesie di ieri“, di assaporare e toccare con mano quelle parole che nel mentre scivolano via. Come tutti, il poeta deve convivere con l’assenza e con la finitezza. Il limite si avverte dentro immagini puntuali, visive: “il centro inesatto della strada“, “ai piedi della stanza | il cadavere di un’ape“. Il piccolo essere vivente, che forse occupa uno spazio inesatto, sta lì per ricordare che l’uomo è minuscolo e finito anche rispetto alla vita. Ricorrente è il sentirsi “nei pressi della vita“, soprattutto nell’oscurità della notte che si fa teatro dei più intensi ieri.

Demoni a sonagli e ricordi tumorali

Fra un “deserto al contrario” e un “Oceano di gomma” che “ti culla e non ti vuole lasciare” nasce il ricordo, immerso nell’ossessione del vuoto (forse questo il demone a sonagli di cui scrive Stefano Bottero). I titoli delle sezioni sono sempre illuminanti, in particolar modo quello della seconda: “Metastasi di un ricordo“. Anche la parola scritta diventa un ricordo: “Poesie di ieri” è costellato di riflessioni sulla scrittura, espressa in coppia con l’esistenza. Sembra quasi che basti anche un comunissimo pezzo di carta a testimoniare la vita. Lo esprime brevemente ma con chiarezza una poesia della sezione:

l’angoscia di non essere,

di non esistere

se non nel tragico astratto di questa carta

che macchia le dita.

(“Scritto sul biglietto per Milano”, tratto dalla sezione “Metastasi di un ricordo”)

Tutto “Poesie di ieri” manifesta uno scoperto interesse di Stefano Bottero per il mondo della musica. Si sentono echeggiare le note e le parole dei Marlene Kuntz, di Manuel Agnelli, de Le luci della centrale elettrica. Dei Marlene Kuntz, in particolare, l’autore realizza nel 2019 una cover insieme a Moci e a Guglielmo Nodari, lavorando sulla scia del connubio tra poesia e musica che contraddistingue il gruppo italiano fin dagli esordi. La scelta ricade su un brano significativo per Stefano Bottero: “Bellezza“, quarta traccia dell’album “Bianco sporco” uscito nel 2005. Il testo, cantato da Cristiano Godano, è a tutti gli effetti una poesia e il suo lascito in un certo modo è ben visibile in tutta la poesia di Bottero. Godano dichiara di cercare la bellezza ovunque: che sia presente anche nelle città piene di dolore di cui leggiamo in “Poesie di ieri“? O nei ricordi che a volte sembrano farsi più concreti della realtà?

Interpretazione di Bellezza, Marlene Kuntz, 2005. Testo di Cristiano Godano, musica di Godano, Bergia e Tesio. Prodotta e suonata con Moci. Mater di Guglielmo Nodari.

Probabilmente anche nell’attimo vissuto che è già uno “ieri” c’è un germe di bellezza. Nella versione di “Bellezza” che ci lascia Stefano Bottero, da cui traspare la frammentazione e la dolcezza insite nella sua poesia, l’originale verso “di demoni e lupi, noi forti ed abili” diventa “di demoni e routine, noi forti ed abili“. L’equivoco risale agli anni dell’adolescenza, ma viene felicemente ripreso anni dopo nell’interpretazione personale della canzone. L’invito a cercare la bellezza ovunque può illuminare anche demoni e routine. Stefano Bottero, riprendendo la poesia dei Marlene Kuntz, prova a invitare il lettore alla ricerca della bellezza, presente e viva nel chiaroscuro dell’esperienza umana.

Arianna Saggio

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