Il monologo di Favino: è il momento delle parole al Festival di Sanremo

«Ho pensato di portare al Festival di Sanremo anche la parola. Sapete, come ho detto all’inizio, le canzoni sono fatte di musica e parole. E le parole sono importanti, non solo le parole cantate ma anche le parole dette e, proprio per questo, io ho voluto accanto Pierfrancesco Favino».

È così che Claudio Baglioni ha spiegato la presenza di Favino al Festival di Sanremo 2018. Il suo compito era di allietare il pubblico con «una cosa alta, larga e corta»: una parentesi di un certo spessore, che arrivasse però a tutto il pubblico e non particolarmente pesante. E proprio ieri, durante l’ultima serata, l’inattesa interpretazione: minuti di alta emozione, larga soddisfazione e di breve, per l’appunto, solo la durata. Pierfrancesco Favino nel momento culturale, quello delle parole, ha recitato un monologo tratto da “La notte poco prima della foresta”(1977), opera teatrale in un unico atto del drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès.

«Mi sono imbattuto in questo testo un giorno lontano, mi sono fermato ad ascoltarlo senza poter andar via e da quel momento vive con me ed io con lui. Mi appartiene, anche se ancora non so bene il perché. È uno straniero che parla in queste pagine. Non sono io, la sua vita non è la mia eppure mi perdo nelle sue parole e mi ci ritrovo come se lo fosse».Queste, le impressioni di Favino riguardo al testo, straziante nella sua ragion d’essere.

È un inno al diritto di essere umani di cui, noi occidentali, ci siamo eletti giudici e giustizieri. È un urlo alla pace, quando la pace dovrebbe stare sdraiata sull’erba e non conoscere grida. È la lotta di un uomo contro un altro uomo, quando l’umanità dovrebbe andare di pari passo e non farsi a pezzi. È dolore straziante, dietro parole che non sanno più come spiegarsi.

Dal monologo recitato:

Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno, amico mio, quando mi viene di dirti quello che ti devo dire, stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi.

Allora ti direi: qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto. Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano. Ti dobbiamo mandare via, ti dicono, vai là, tu vai là vai laggiù, leva il culo da là e tu ti fai la valigia, il lavoro sta da un’altra parte, sempre da un’altra parte che te lo devi andare a cercare, non c’è il tempo per sdraiarsi e per lasciarsi andare, non c’è il tempo per spiegarsi e dirsi ‘ti saluto’. […]

Quando ti prendono a calci in culo di nuovo, tu te ne vai di nuovo là dove te ne vai sei sempre più straniero, sempre meno a casa tua.

[…] quando ti giri a guardarti indietro, amico, è sempre il deserto. Fermiamoci una buona volta e diciamo “Andate a fanculo”

io non mi sposto più, voi mi dovete stare a sentire se ci sdraiamo una buona volta sull’erba e ci prendiamo tutto il tempo che tu racconti la tua storia, quelli venuti dal Nicaraguache ci diciamo che siamo tutti, più o meno stranieri ma che adesso basta, stiamo a sentire, tranquilli, tutto quello che ci dobbiamo dire allora sì che capisci che a loro non gliene frega un cazzo di noi.

[…] Io sono stato a sentire quelli del Nicaragua che mi hanno spiegato com’è da loro. Laggiù c’è un vecchio generale, che sta tutto il giorno e tutta la notte al bordo di una foresta, gli portano da mangiare perché non si deve spostare, che spara su tutto quello che si muove gli portano le munizioni quando non ce ne ha più.

Mi parlavano di un generale coi suoi soldati che circondano la foresta, tutto quello che si muove diventa un bersaglio tutto quello che compare al bordo della foresta

tutto quello che notano che non c’ha lo stesso colore degli alberi e che non si muove allo stesso modo […]. Io ho ascoltato tutto questo e mi sono detto: “Io non mi muovo più, se non c’è lavoro non lavoro, se il lavoro mi deve far diventare matto e mi devono prendere a calci in culo, io non lavoro più.

Io voglio sdraiarmi, una buona volta, voglio spiegarmi, voglio l’erba l’ombra degli alberi, voglio urlare, voglio poter urlare, anche se poi mi sparano addosso.

Tanto è quello che fanno. Se non sei d’accordo, se apri la bocca, ti devi nascondere in fondo alla foresta. Ma allora meglio così almeno ti avrò detto quello che ti devo dire.

Sono le parole di uomo senza volto e senza casa, di quello che si definirebbe uno straniero, con tutto ciò che quest’etichetta comporta: solitudine, paura, incomprensione. L’intento di Favino, a suo stesso dire, era che il pubblico dimenticasse l’attore e visualizzasse l’essere umano evocato: un uomo che sogna un mondo e la libertà di vivere, anche al bordo della foresta dove sparano senza sosta. Un uomo che sogna la vita senza la lotta alla sopravvivenza. Un desiderio lecito che, per noi fortunati, è un diritto intoccabile tanto da darlo per scontato.

Il Festival è terminato. Cala il sipario e, si spera, non il senso dell’umano.

Pamela Valerio

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