La Casa di Jack, il testamento cinematografico di Lars Von Trier

La Casa di Jack (“The House that Jack built” in lingua originale) è l’ultima fatica del talentuoso e discusso cineasta danese Lars Von Trier. Come un moderno tafano di socratica memoria, il regista di Copenaghen ci ha abituato, durante l’arco della sua lunga e prolifica carriera, ad ogni forma di più scomoda (e disturbante) provocazione filosofica: la società nelle sue contraddizioni, la natura umana nelle sue penombre più oscure, i drammi insoluti dell’esistenza.

La presente opera di questa straordinaria e controversa mente del cinema contemporaneo poteva essere da meno rispetto alla straordinaria filmografia che l’ha preceduta? Nient’affatto, è anzi di più. Rappresenta il testamento (forse) definitivo di un autore, di un pensatore, di un intellettuale, che ha pochi eguali. Della sua arte.

Violenza, surrealismo e riflessione: Von Trier è tornato

Cosa ha caratterizzato ogni intrigante sortita sul grande schermo di Lars Von Trier? La sensazione di trovarsi dinnanzi ad un prodotto autoriale, lontano dagli standard di Hollywood, che susciterà aspri dibattiti tra detrattori ed estimatori, e quindi da aspettare con il fiato sospeso, in un misto di terrore e trepidazione. Finalmente ci risiamo: trascorsi cinque lunghi anni di attesa “La Casa di Jack” ha finalmente visto la luce, o sarebbe meglio dire il buio delle sale. Non proprio: la scarsa distribuzione da parte dei cinema italiani è un dato di fatto, dovuto alla censura che ha colpito il film in tutto il mondo a causa dei suoi contenuti estremamente violenti, i quali sono riusciti a suscitare sconcerto ed avversione.

Non è certo una novità. E tuttavia in quest’occasione un nuovo limite è stato superato: non è davvero possibile restare impassibili dinnanzi alla brutalità, al sadismo e alle efferatezze che avvengono su schermo ai danni di uomini, donne e bambini. Un’atmosfera disturbante permea di sé tutta l’opera e si incarna plasticamente negli occhi di Matt Dillon: l’attore protagonista, artefice di un’interpretazione davvero magistrale, sembra incarnare nelle sue fattezze un destino fisiognomico da vero e proprio serial killer. La prima vittima di Jack, interpretata da Uma Thurman, concorderebbe personalmente (se solo fosse ancora in grado di farlo…).
Un incedere narrativo volutamente frammentario, astratto ed eclettico, che mette al centro il protagonista, muove quello che potrebbe distrattamente apparire come un classico thriller dalle fosche tinte gore e surrealiste.

Naturalmente, non è tutto qui: il registro artistico e comunicativo di Von Trier, come sempre sceneggiatore e regista, si esprime infatti attraverso una dicotomia rodata e ben riconoscibile per chi ha avidamente consumato le sue precedenti pellicole: quella tra emozioni profondamente epidermiche e speculazione intellettuale e filosofica di altissimo livello. L’orrore della violenza ha valore cosmetico e di sublimazione estrema dei contenuti: superata la spessa e ruvida superficie pulp e splatter, ci si può addentrare in una metafora surreale, complessa ed elegante del vivere sociale, dell’arte e dell’esistenza stessa dell’uomo.

“La Casa di Jack” è anche casa nostra

L’articolazione di questa complessa metafora si articola partendo proprio dal titolo del film: “La Casa di Jack” appunto. Cosa c’è di più rassicurante delle mura domestiche, luogo all’interno del quale si custodiscono i propri affetti e si espone liberamente sé stessi? Riproponendo in chiave distorta ed orrorifica il locus amoenus per eccellenza, Von Trier avvia una monumentale opera di de-costruzione del mondo: proprio nello spazio intimo tra le mura della casa si cela la verità dell’io più oscuro e viscerale degli esseri umani.

La Casa di Jack, ossia il suo posto nel mondo, si compone e si sorregge sulle fondamenta delle spoglie delle sue vittime, collezionate da Mr Sophistication, nome d’arte che è espressione della sua natura più profonda del protagonista e pulsione alla quale egli si abbandona completamente. Compie epifanicamente un vero e proprio percorso di accettazione e sublimazione del sé, in un crescendo sempre più estremo di delirio e megalomania, narrato in prima persona a Virgilio (il compianto Bruno Ganz), guida spirituale degli Inferi e controparte morale e filosofica speculare a Jack.

Il regista si serve del racconto di cinque incidenti scelti “casualmente” per demolire meticolosamente, una per una, costrutti e strutture sociali, la convivenza civile, la morale, la famiglia, l’amicizia, l’amore: nulla di tutto questo viene emblematicamente risparmiato dall’implacabile furia omicida di Jack che agisce mosso dai suoi impulsi, e in vece della volontà iconoclasta di Von Trier. La pellicola, adornata da raffinati riferimenti culturali che spaziano dalla classicità, all’architettura, alla metafisica, è attraversata da un fatalismo messianico proprio di chi esprime con lucidità la propria visione del mondo, da contrapporre a quella attualmente radicata.

Ph. Christian Geisnaes

La società, sorda e cieca, non fa quasi caso alle decine di cadaveri stipati nella cella frigorifera, anche quando il serial killer, che brama di essere catturato, si rivela sempre più palesemente, in quanto costruzione artificiale ed inautentica: la convivenza civile e l’altruismo sono un inganno. Ogni “mattoncino umano” che comporrà la casa si qualifica vistosamente per mancanza di acume ed accortezza, e diventa in qualche modo una vittima ideale: non può opporsi al titanismo del protagonista ed alla sua volontà costruttrice-distruttrice. Addirittura una misteriosa forza divina, che si concretizza ora nella pioggia che sciacqua via il sangue, ora nel caso puro e semplice, sembra proteggere e guidare la costruzione di quella che è “La Casa di Jack” in ogni modo possibile, almeno fino al tragico epilogo.

L’imponderabilità dell’espressione dell’io, inteso come spirito dionisiaco di nietzschiana memoria è assoluta e inarrestabile, è spietato e brutale, non conosce limiti: il suo dispiegamento è vera e propria arte. Mr Sophistication si reputa, ed è, un artista che costruisce sulla base di un materiale “particolare”: è un macabro coreografo e fotografo di corpi ai quali egli stesso ha sottratto la vita. Anche se la discesa verso gli Inferi (Catabasi) riporta a galla contraddizioni e dubbi irrisolti, culminati nel disperato tentativo di raggiungere la salvezza, non c’è scelta: sarà sempre il proprio io, con le sue conseguenze, a trionfare e a vedere costruita la “propria casa”, portasse anche all’abisso.

Una parabola universale: Può lasciare attoniti o inorriditi, ma Jack è «umano, troppo umano».

Un testamento cinematografico dedicato all’arte in tutte le sue forme

C’è ancora di più. La simbiosi viscerale tra autore e pellicola è tale che sarebbe impossibile non sottolineare una palese lettura autobiografica dell’opera. La Casa di Jack è la casa di Von Trier: il primo è l’alter ego cinematografico del secondo. Entrambi fanno arte, e portano all’estremo il loro contributo artistico: sia Von Trier che Jack sono insofferenti ad ogni regola che sia essa giuridica, morale, di buon senso: una prigione claustrofobica del libero spirito creativo. Addentrandosi nei meandri della mente di un assassino, il cineasta parla soprattutto di sé, della sua travagliata e peculiare storia artistico-cinematografica, da Dogma 95, a Dogville fino a Melancholia e Nynphomaniac: politico fino anti-politico, disturbante fino allo scandalo e riflessivo fino al delirio.

Egli soltanto, o quasi, poteva tessere un elogio dell’arte dai tratti così controversi. L’arte crea, distrugge, sovverte. L’arte, come il negativo fotografico, da cui Jack è affascinato, rivela ed esprime la natura umana nella sua pienezza, contorta tra le pieghe nascoste delle sue “devianze”. E l’arte, come l’io, deve essere perseguita a qualsiasi costo e senza compromessi di nessun genere. Per Von Trier, come per Jack, essa è un’ossessione violenta e implacabile, la hybris greca, che intreccia i destini del carnefice e delle sue vittime, del regista del suo pubblico.

“La Casa di Jack”, è la summa definitiva della poetica di questo fine e dissociato autore del cinema, e come un vero e proprio testamento ne comprime tutta la carica sovversiva ed ideologica, in una pellicola densa, travolgente, assoluta. Del resto lo confessa lui stesso: «Il film mi è sembrato davvero potente, mi è parso una specie di testamento».

Non si può che concordare, restando fiduciosi che possa non trattarsi di un addio alla macchina da presa: abbiamo dannatamente bisogno della sua arte.

Luigi Iannone

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Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e laureando in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica. Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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