Lucano e Salvini a confronto sul tema del processo

Mentre Salvini si nasconde dietro l’immunità, l’ex sindaco calabrese, Mimmo Lucano, non le manda a dire: «Salvini ha avuto paura di farsi processare».

Uno scontro, quello perpetrato da Salvini e Lucano, segnato dalle vicende giudiziarie che hanno investito il secondo. In breve, le accuse mosse a Lucano erano due e hanno rappresentato un casus belli mediatico: l’affidamento senza gara a due cooperative (l’Aquilone ed EcoRiace) per la raccolta dei rifiuti e il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il 2 aprile la Cassazione ha depositato la sentenza, facendo “decadere” il primo capo di accusa, mentre, per quanto concerne il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, permangono degli elementi di gravità indiziaria, secondo cui Lucano avrebbe favorito la permanenza della compagna in Italia. Ma la Cassazione esclude che l’imputato abbia favorito a Riace matrimoni irregolari o di comodo. Tuttavia, per Lucano non finisce qui: per affermare la sua totale innocenza bisognerà attendere un lungo processo.

Uno scontro che ha origine in tempi non sospetti, che si è poi intensificato negli ultimi giorni all’indomani della sentenza della Cassazione. Mesi fa, mentre Lucano lasciava in silenzio la sua Riace in seguito alla revoca dei domiciliari, arrivavano proposte di accoglienza da tutta Italia, dal sindaco De Magistris a Orlando. In contemporanea, però, c’era anche una Italia che esultava con Salvini, che all’epoca dichiarava: «Se poi un giudice dice che non può mettere piede nel proprio paese, evidentemente Lucano non è un eroe dei tempi moderni».

Lucano, in tutta la sua semplicità e umiltà, precisava di non voler fare del campanilismo, ritenendo di non essere un eroe, ma a differenza del Ministro di essere capace di non denigrare e soprattutto di conoscere la sua terra:

«Questo senso di lealtà è connaturato a noi calabresi, siamo ultimi ma anche orgogliosi di esserlo, come ha detto lui dicendo che siamo degli zero. Siamo abituati, la nostra è una terra che storicamente è sempre stata abituata a emergenze e precarietà, per questo sentiamo addosso certe sensazioni».

C’è sicuramente un fatto su cui bisognerebbe riflettere: Salvini ritiene che Lucano non sia un eroe, ci si domanda a questo punto se il Ministro in quanto tale lo sia e cosa egli intenda per eroe. Lucano, in molte delle sue dichiarazioni, ha sempre fatto intendere di ritenersi “ultimo”, come se fosse un appellativo del Sud, dei calabresi. Difatti, dinanzi alle dichiarazioni del ministro Salvini continuava a ripetere imperterrito:

«Io mi difendo nel processo, non dal processo. Io sono ultimo, una persona debole che non ha nessuno, mentre lui  che è così forte ha avuto paura di farsi processare. Con i 5 Stelle rappresenta il potere e si permette queste scelte».

Il sindaco Lucano saluta dalla sua casa di Riace un gruppo di manifestanti giunti per esprimergli solidarietà.

Ma perché Lucano ritiene di essere il debole e Salvini interprete del forte?

La risposta è semplice, basta ripercorre alcune vicende del ministro Salvini. Come è noto, nel passato recente Salvini è stato accusato di sequestro aggravato di persona per aver costretto la nave Diciotti della marina militare italiana a restare cinque giorni nel porto di Catania, senza lasciare che le 177 persone, tra cui bambini e donne incinte, potessero sbarcare; secondo i giudici vi erano tutte le condizioni per mandarlo a processo: il Tribunale dei ministri chiese, dunque, l’autorizzazione a procedere. Salvini in breve tempo tuonò: «Ergastolo? Sono pronto. Mio dovere difendere la Patria».

Il Ministro, in quanto uomo di giustizia, fece trapelare da subito che avrebbe affrontato il processo legittimando tutte le sue scelte in merito al caso Diciotti. Risaputo il paradossale lieto fine: Salvini, salvato dagli amici pentastellati, usufruisce dell’immunità prevista dalla Costituzione e ringrazia naturalmente coloro che hanno votato a favore. Probabilmente il Ministro, per ricorrere all’immunità, aveva ben chiaro il reato di cui si era macchiato e la possibilità di non uscirne impunito.

Sembra strano, ma i fatti ci propongono un debole come Lucano che affronta il suo processo e dall’altra parte un rappresentante dello Stato italiano, un uomo di giustizia come Salvini, che ricorre all’immunità, nascondendosi dietro di essa pur di evitare il processo e continuare imperterrito a non rispettare la legge italiana.

In effetti il discorso non gira attorno a due risposte asettiche “colpevole” o “non colpevole”. Ci si domanda da semplici cittadini il motivo per cui, essendo tutti uguali davanti alla legge, si dia la possibilità a rappresentanti dello Stato di poter evitare un processo. Bisognerebbe insegnare alla gioventù che dai processi non bisogna scappare: deviare un processo significa dare un messaggio sbagliato, anche di poca fiducia nel potere giudiziario.

Ma il ministro Salvini, da quando è al governo, si concede ogni cosa: dall’immunità rispetto al caso Diciotti alla violazione del silenzio elettorale sui vari social di cui dispone, dimostrandosi anche recidivo nel secondo caso. I 49 milioni, invece? Tutto tace. L’asse 5S-Lega funziona alla grande almeno in apparenza: tutti difendono tutti, qualcuno rinnega addirittura principi su cui poggiava il proprio programma elettorale, di questi 49 milioni nessuno parla e, rafforzando il sistema “due pesi e due misure”, tutti restano ancorati alla propria poltrona, mentre l’Italia precipita tra la rivalutazione dei valori e la banalità del male. Sic et simpliciter.

L’informazione come “tribuna politica”

Poi c’è l’italiano. L’italiano che si trova tra le parti: l’italiano partecipe della tribuna politica mediatica, dell’informazione. L’italiano che inizialmente fatica a scegliere da che parte stare, ma che indirizzato dalla televisione e dai canali di massa diventa succube di una cultura alienante. Dove ogni filmato è una cattedra e non c’è spazio per il dialogo, ma solo per un’informazione unilaterale, del potere, dove esiste un’unica regola del possibile: tutto ti è possibile perché nulla ti è concesso.

Una cultura, questa, occupata dalla televisione e dall’informazione di massa che di volta in volta sceglie un eroe: dove l’eroe un tempo era Berlusconi e agli italiani non importava se Berlusconi fosse indagato nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993, non importava se mettesse in ridicolo il Paese con barzellette e battute sessiste, gli italiani lo avevano scelto per i propri interessi, gli italiani hanno sempre scelto il Barabba di turno.

La storia si ripete ogni volta che il Barabba del secolo, dell’anno, viene scelto: così con Mussolini, Berlusconi, oggi con Salvini. Ma possiamo essere fiduciosi, un tempo c’era un Presidente della Repubblica come Sandro Pertini.

Bruna Di Dio

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