Speaker Kevin McCarthy
Fonte immagine: Wikimedia Commons

Sono le 10 del mattino del 3 gennaio e a Washington DC sta per iniziare una giornata molto importante. Si sta per votare il nuovo speaker della House of Representatives e, subito dopo, giureranno gli eletti che formeranno il 118º Congresso degli Stati Uniti d’America. Sembra cosa facile, forse fin troppo. Nonostante qualche tensione, due anni prima le cose erano andate per il meglio: Nancy Pelosi fu eletta dopo il primo scrutinio. Ma ll nuovo speaker, Kevin McCarthy, sta per iniziare una maratona infernale e non sa di esserne l’assoluto protagonista.

Never Kevin 

In virtù della maggioranza ottenuta alle urne, al partito repubblicano spetta il ruolo di speaker della Camera. La scelta del GOP, nonostante vari candidati in lizza, è stata quasi un plebiscito: il nome è Kevin McCarthy. Californiano, al suo ottavo mandato alla Camera, è sempre stato ai vertici del partito e ha strenuamente sostenuto l’ex leader dei repubblicani Donald Trump. Successivamente all’attacco di Capitol Hill, McCarthy si è allontanato da Trump, nonostante ci sia ancora un gruppo radicale all’interno dei repubblicani che continua a sostenere le posizioni dell’ex presidente.

3 gennaio: questo speaker non s’ha da fare

Torniamo al 3 gennaio. La speaker pro-tempore, Diana DeGette, dopo aver accertato il quorum necessario (presenti 434 deputati), dà il via alle 14:16 alla prima votazione. Il numero da raggiungere è 218 preferenze; eppure, McCarthy ne ottiene solo 203. Ben 19 voti sono stati dispersi per altri candidati. Tra questi troviamo coloro che hanno formato simbolicamente il gruppo “Never Kevin”, i deputati repubblicani radicali che difficilmente cederanno a sostenere un “moderato”. La situazione è molto tesa, ma McCarthy sembra non accusare il colpo. 

Dopo un’ora circa, la situazione non cambia. È fumata nera anche nella seconda votazione.

Per chi pensa di dare la possibilità ai visitatori accorsi di assistere al giuramento le cose prendono una brutta piega: nemmeno la terza votazione elegge lo speaker, non ci sono ancora i voti. Dalla seconda votazione i voti dei dissidenti confluiscono su Jim Jordan, candidato repubblicano che ha apertamente sostenuto da subito McCarthy. Alcuni repubblicani sono preoccupati: ora non importa più chi, l’importante è chiudere la partita e non dare un segnale di disgregamento del partito. La seduta si riaggiorna al 4 gennaio.

La trattativa andata male

Nuovo giorno, nuova preghiera, nuova litania. La questione ha oramai già raggiunto una certa rilevanza (si iniziano a verificare nella storia eventi simili, ci si chiede cosa succederà visto che non esistono regolamenti per superare l’impasse creato), McCarthy spera di risolverla subito. Dopo le prime tre votazioni scende in campo anche Donald Trump, chiedendo espressamente che si superi il momento e si voti McCarthy. L’intervento dell’ex presidente per riportare l’ordine, che deve dare una misura di ciò che sta accadendo nel partito repubblicano, non ha l’effetto sperato e dopo la giornata del 4 gennaio non c’è ancora una maggioranza di 218 deputati che voti compatta McCarthy. Dopo, infatti, la sesta votazione non c’è ancora un eletto. Degno di nota il primo vertice tra i ribelli repubblicani e McCarthy: dopo aver trovato inizialmente un’intesa, il leader dei ribelli Matt Gaetz chiede di ricevere pubblicamente le scuse del candidato speaker per affermazioni false che avrebbe fatto sul suo conto, condizione a cui McCarthy non intende cedere. Un nulla di fatto. McCarthy chiede di non procedere a votare subito per il 7° scrutinio, cercando di risicare un po’ di tempo, ma i democratici non sono d’accordo. Alla fine, dopo una giornata intera, la seduta si riaggiorna il 5.

Una maratona vera per lo speaker McCarthy

I commenti dei democratici non si fanno attendere. Nancy Pelosi dichiara: “Una follia, fare sempre la stessa cosa senza alcun cambiamento”. Siamo al giorno dell’Epifania, che si conclude con un nulla di fatto. Un altro giorno in ostaggio dell’ala più radicale del partito repubblicano. Solo il 7 gennaio, dopo numerosissime trattative, Kevin McCarthy viene eletto speaker della camera, al quindicesimo scrutinio. Ma a che prezzo? Ha acconsentito a istituire un meccanismo che consentirebbe di sfiduciarlo in qualsiasi momento, oltre alla presenza dei radicali nel Rules Committee, un potente organo interno che gestisce i lavori della Camera. 

Certo era che lo speaker McCarthy non avrebbe potuto perdere quest’elezione: sarebbe significata la fine della sua carriera politica. Ma ora ci si chiede: riuscirà a esercitare liberamente il proprio ruolo o sarà sempre condizionato dalle bizze dei ribelli repubblicani? Che condizionamenti avrà sul GOP questa maratona per eleggere il proprio speaker? Lo scopriremo presto.

Marianna De Rosa

Nasco e cresco a Napoli. Studio Giurisprudenza alla Federico II. Appassionata di diritto, politica ed esteri. Spero di aiutare a rendere il politichese una lingua comune. Tre cose che non possono mancare nella mia vita: un buon libro, un bicchiere di vino e una partita di tennis.

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