'o Sole Mio
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Cos’hanno in comune “’O Sole Mio” e il suo referente? L’appartenenza a tutti. Non serve, infatti, essere napoletani o musicisti, discreti cantanti o grandi tenori, per dar voce ad una delle canzoni più celebri della musica napoletana nel mondo. Dal 1898, la canzone risuona in ogni luogo per bocca di tutti, perché in nessun posto può sciogliersi il connubio tra il sole e la vita. La sua storia inizia da lontano, nel tempo e nello spazio, ma si avvicina costantemente a tutti per la sua capacità di esprimere l’universalità che abita il mondo: sole, musica e nostalgia.  

Il XIX secolo sta per concludersi, il mondo sta per affacciarsi sul ricco ‘9oo e commercianti, professionisti e artigiani napoletani girano il mondo.  Una città in particolare, probabilmente per un mare che prometteva ricchezza di commerci e di ricordi partenopei, ne trattiene alcuni: Odessa. La città che oggi risuona di bombe e allarmi, un tempo risuonava di accenti napoletani, già dal 1794, anno in cui Giuseppe de Ribas, uomo napoletano di origine spagnola, trova alla città il nome e la strada per il successo. Da qui inizia la storia della canzone napoletana più celebre al mondo: “’O Sole Mio”. Sul finire dell’800 i musicisti napoletani girano il mondo, dalla Russia all’America per offrire il proprio talento all’udito di nobili e regnanti. Tra gli artisti girovaghi vi è Eduardo di Capua, musicista di professione, che nell’aprile dell’anno 1898 si trovava nella città dell’Ucraina meridionale, allora appartenente al regno zarista, insieme al padre violinista Giacobbe in tournèe.

La genesi de “’O Sole Mio” ricorda quella di “Caruso” di Lucio Dalla. Una finestra sul mare stimola l’estro degli artisti, ma nel caso di Eduardo, lo spiraglio è sul Mar Nero durante un’alba illuminata da un pallido sole che risveglia la nostalgia per la lontana terra partenopea. I raggi illuminano i tasti di un pianoforte, un invito a trasformare in note le malinconiche sensazioni che la lontananza aveva fatto germogliare. Eduardo, però, non è solo. Con sé porta un testo che, seconda la leggenda, gli era stato affidato poco prima dall’amico Giovanni Capurro, poeta e giornalista. Accanto alla bellezza del mare se ne pone una umana, ha il nome di “Nina”. Si tratta di Anna Maria Arcoleo, moglie di un deputato napoletano e vincitrice del primo concorso di bellezza napoletano.

La presenza della donna nella dedica riportata sulla copertina originale del libretto della canzone in realtà è giustificata dalla speranza di vincere uno dei concorsi musicali più importante di quegli anni a Napoli: il festival di Piedigrotta. Ritornato a Napoli, infatti, Capurro si prepara per partecipare alla gara musicale, ma “O’Sole Mio” si classifica seconda e i suoi diritti vengono acquistati dall’editore Bideri, organizzatore dell’evento, per soli 25 lire. Al primo trionfa “Napule bello”, che si aggiudica il cospicuo premio di 500 lire, ma il successo si esaurisce in quel gruzzolo di soldi, mentre Capurro e Di Capua muoiono in povertà.

Si dice che «il secondo posto è il primo dei perdenti», ma “’O Sole Mio” fa grande eccezione e lo dimostra sin da subito. L’universalità del sole e della malinconia portano presto in giro per il mondo quella melodia che parla al cuore di tutti, mandando alla bocca il respiro per intonare quelle dolci parole. La fortuna del brano inizia soprattutto grazie all’invenzione del grammofono e grazie all’allora celebre tenore napoletano Enrico Caruso che la incise, secondo la leggenda buona la prima, il 5 febbraio 1916, portandola all’udito americano con la pubblicazione del 78 giri.

Da allora “’O Sole Mio” diventa il simbolo di italianità nel mondo e tante sono le occasioni, le voci e le lingue in cui ha abitato. Elvis Presley la cantò in lingua inglese col titolo di “It’s Now or Never”, divenendo ancora oggi il singolo più venduto della sua carriera e vendendo oltre 20 milioni di copie. Si racconta, inoltre, che durante le olimpiadi di Anversa del 1920, l’orchestra avesse perso gli sparti dell’inno nazionale italiano e per ovviare al problema il direttore della banda musicale scelse al suo posto di suonare “‘O sole mio”, che tutti i musicisti conoscevano a memoria. Ma non è solo nella musica che il brano si è assicurato il successo. Marcel Proust inserisce il brano nel suo capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto (À la recherche du temps perdu)”, facendola intonare a un gondoliere veneziano. Dalle carte del romanzo, “’O Sole Mio” spicca il volo, non uno qualunque, ma il primo. Nel 1961, infatti, Jurij Gagarin, il primo uomo a volare intorno all’orbita lunare, durante i suoi 108 minuti scelse di intonare il brano napoletano. Un’occasione speciale che ha permesso al brano di varcare ogni confine, materiale e linguistico. La canzone napoletana infatti ha conosciuto numerosissime traduzioni: « Beneath thy window, The night is calling, My sun, Sunshine and you, My hearth is thine: ecco alcuni esempi. Mein sonne è, invece, la variante tedesca. Senza contare la svedese Du ar min sol, la fiamminga I-is nu of nooit meer, l’olandese Jy bent myn zon!».

Chissà in quante circostanze di vita private ancora “’O Sole Mio”, l’unico sole che non asciuga le lacrime ma le fa nascere, ha illuminato gli umori. Forse un giorno la sua orbita finirà, indubbiamente, però, sarà quando anche il sole smetterà di brillare.

Alessio Arvonio

Classe 1993, laureato in lettere moderne e specializzato in filologia moderna alla Federico II di Napoli. Il mio corpo e la mia anima non vanno spesso d'accordo. A quest'ultima devo la necessità di scrivere, filosofare, guardare il cielo e sognare. In attesa di altre cose, vivo.

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