Regno Unito Irlanda del Nord
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Il fatto che il mondo in cui viviamo stia cambiando è irrevocabile e alla base di ciò, almeno nella teoria del diritto e della politica, vi è l’autodeterminazione; un concetto tanto citato quanto volatile. In questo articolo verrà esposta la teoria dietro il recente ultra mediatico incontro tra i leader dei partiti indipendentisti di Scozia, Irlanda del Nord e Galles a Cardiff nella giornata di Lunedì 14 Settembre; cercando di rispondere a un’unica domanda: una effettiva separazione del Regno Unito come lo conosciamo oggi è legalmente possibile o quantomeno desiderabile? 

Diamo un contesto 

Tentare di ricostruire le mire indipendentiste delle tre aree sarebbe un’Odissea. Dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea nel 2016 queste mire sono tornate alla ribalta. Il contraccolpo accusato da Scozia, Galles e Irlanda del Nord non è stato leggero: infatti, per quanto riguarda le varie motivazioni che hanno portato il rinvigorimento delle tensioni interne al paese, troviamo il fatto che l’Irlanda del Nord – decisamente non nuova a tensioni con Londra – è divenuta la frontiera terrestre tra UE e Regno Unito, diventando bersaglio di vari accordi tra le parti. Per tentare di placare gli animi già tumultuosi è stato stabilito il cosiddetto “Windsor Framework”, che instaura un accordo per facilitare il commercio all’interno dell’isola d’Irlanda nel rispetto dell’Accordo del Venerdì Santo; questo accordo prevede dogane agevolate e la facilitazione di trasporto di beni di prima necessità tra le “due Irlande”. Un altro documento estremamente rilevante per il contesto attuale è il “Protocollo dell’Irlanda del Nord”, i cui principali punti sono: l’allineamento dell’Irlanda del Nord ad alcune determinate norme dell’UE per quanto riguarda le merci, per evitare che sull’isola ci siano controlli frontalieri; tali controlli vengono eseguiti nel momento in cui le merci entrano dall’Irlanda del Nord al resto del Regno Unito. I dazi doganali vengono messi sulle merci che entrano in Irlanda del Nord nel caso di pericolo di ingresso nel Mercato Unico Europeo. Tali accordi, specialmente il secondo, sono stati estremamente criticati dal Partito Unionista dell’Ulster in quanto dannosi per l’economia nord irlandese, a causa dei continui ritardi nella consegna di merci provocati dai controlli frontalieri. Per quanto riguarda la Scozia, i motivi di attrito con il governo centrale sono numerosi e vanno ben oltre la Brexit: già nel 2014 era stato indetto un referendum sull’indipendenza della regione, che però è risultato fallimentare; infatti il 55,3% dei cittadini ha espresso volontà contraria. Inoltre, durante il referendum del 2016, la maggior parte dei cittadini scozzesi ha votato contro la Brexit, andando a creare ulteriori tensioni con Londra al momento dell’uscita dall’UE. In Galles invece i sentimenti nazionalisti sono tornati alla ribalta il maggio scorso con le elezioni che hanno portato al potere il partito Plaid Cymru.  

Alla luce di quanto detto il momento è particolarmente fortunato per gli animi nazionalisti: per la prima volta tutte e tre le nazioni costitutive sono guidate da partiti indipendentisti: Michelle O’Neill in Irlanda del Nord espressione del partito Sinn Féin, John Swinney a capo dello Scottish Nationalist Party (SNP) in Scozia, e Rhun ap Iorwerth a capo di Playd Cymru in Galles.

Cosa significa invocare l’autodeterminazione

Dall’incontro tra i leader è emerso un messaggio molto importante diretto a Londra, poiché è stato chiaramente invocato il diritto all’autodeterminazione delle tre aree. Ma cosa si intende, legalmente parlando, quando si parla di diritto all’autodeterminazione? Secondo la Carta delle Nazioni Unite (Art.1/55/76) l’autodeterminazione dei popoli è un principio tale per cui ogni popolo ha il diritto di scegliere liberamente il proprio governo e di essere libero da dominazione straniera di qualunque tipo (colonialismo, occupazione straniera …), e riconosciuto internazionalmente come ius cogens, cioè come norma imperativa. Solitamente tale principio viene invocato dai popoli che per una ragione o l’altra si trovano in una situazione di sottomissione a un potere straniero; il fatto che tale principio sia stato invocato in questa circostanza fa chiaramente comprendere la posizione di tali partiti nei confronti del potere centrale di Londra. 

Regno Unito separato

Il Regno Unito presenta una formazione costituzionale differente da quella italiana che prende il nome di common law system, e la sua “peculiarità” è il fatto che non vi siano leggi scritte, salvo poche eccezioni come la Bill of Rights, la Magna Charta o i vari editti parlamentari. È il frutto del processo storico del paese, dei documenti scritti nel corso del tempo, di consuetudini e convenzioni. Tenendo questo a mente è importante sottolineare il fatto che non essendoci una legge che regoli l’eventuale secessione di una delle nazioni sovrane l’intera faccenda indipendentista è abbastanza una zona grigia, anche se visti gli sviluppi degli ultimi anni si è cercato di colmare il vuoto giuridico.

Un punto in tale direzione è avvenuto nel 2022 da un giudizio della Corte Suprema a seguito dell’intenzione del Parlamento Scozzese di indire un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia; venne stabilito che il Parlamento Scozzese non possiede il potere di legiferare su materie di indipendenza che, in quanto tali, sono considerate riservate (reserved matters) al Parlamento di Londra e al consenso di quest’ultimo, senza il quale non può procedere. Chiaramente tale giudizio ha creato un precedente vincolante anche per il Galles. 

L’Irlanda del Nord invece costituisce un’eccezione: secondo gli Accordi del Venerdì Santo alla fine della nota guerra civile tra unionisti e indipendentisti, venne stabilito il principio del consenso, il quale prevede che, finché la maggioranza dei cittadini lo avesse desiderato, l’Irlanda del Nord sarebbe rimasta nel Regno Unito; in caso contrario sarebbe stato possibile legalmente indire un referendum laddove il Segretario di Stato avesse ritenuto che la popolazione sarebbe stata favorevole al cambiamento. La differenza di prospettive è netta: l’Irlanda del nord possiede un percorso chiaramente stabilito dalla legge per poter perseguire l’indipendenza che è totalmente in mano ai cittadini, mentre invece le altre due nazioni sono dipendenti dal governo centrale; tale assetto contribuisce inevitabilmente all’aumentare delle tensioni interne. 

Il futuro delle tre nazioni sovrane sembrerebbe inevitabilmente legato ancora per un po’ al Regno Unito; nonostante ciò sarebbe particolarmente proficuo per Westminster capire la causa di un’insoddisfazione tale da firmare un accordo per l’autodeterminazione. Il rinvigorito desiderio di acquisire più autonomia pare essere il chiaro sintomo di una ben più profonda malattia, la quale ha a che fare con mancati, finanziamenti, disinteresse e forse in larga maggioranza con la Brexit. 

Anna Montalti

Anna Montalti
Mi chiamo Anna e sto perseguendo la magistrale "Global Criminal Law" presso l'Università di Groningen in Olanda. Ho un grande interesse per il diritto internazionale, specialmente legato ai meccanismi che garantiscono la salvaguardia dei diritti umani. Sono una persona estremamente curiosa, appassionata di storia e di scrittura il che penso crei un mix perfetto per tentare di capire meglio il mondo in cui viviamo!

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