Particolare della Golconda di René Magritte, 1953

Nel suo ultimo libro, Contro l’Impegno (Rizzoli), il noto critico letterario Walter Siti denuncia quella che secondo lui è una nuova maniera di fare letteratura: infarcita di quel progressismo atto a preparare un prodotto – quello letterario – masticabile dai più senza che nessuno storca il naso, o si impressioni, o si scandalizzi. I pionieri di questa corrente, secondo Siti, sono Michela Murgia, Gianrico Carofiglio e Alessandro d’Avenia: «Perché gli autori del neo-impegno», dice il critico in un’intervista all’Huffington Post, «ritengono di avere il compito di diffondere le proprie idee a quante più persone possibile e, per riuscirci, devono semplificare il più possibile quello che scrivono, sacrificando sull’altare dell’efficacia lo stile, considerato inutile. L’obiettivo è fare del bene, ossia ottenere un effetto, che conta se sia buona o cattiva letteratura?» Ebbene, se proprio c’è un romanzo contemporaneo che sfugge al neoimpegno, quello è senz’altro Le ripetizioni di Giulio Mozzi (Marsilio, 368 p.), incluso, tra le altre cose, nella dozzina del Premio Strega. Prolifico autore della forma breve, Mozzi, ha all’attivo tre libri di racconti; del resto anche quest’ultima uscita è una raccolta di storie brevi, – alcune più lunghe delle altre – strutturate però intorno a un protagonista unico, chiamato con un nome tanto comune quanto ripetitivo: Mario.

I diversi capitoli presentano un titolo, accompagnato da una numerazione laddove la storia narrata si ripeta, (La storia delle fototessere, la storia di Viola, 4, la storia dei viaggi in treno); le narrazioni prendono forma davanti agli occhi del lettore non rispettando una temporalità lineare, ma seguendo l’ordine di come esse si plasmano nei ricordi di Mario, talvolta confusi e rimaneggiati. Le storie sono eternate in un continuo presente: il giorno che ciclicamente ricorre è quasi sempre il 17 giugno, data del compleanno dell’autore, senza che venga specificato l’anno corrente. Ma ai fini della narrazione pare essere irrilevante.
Risuona di proustiana memoria la prima storia, La storia del bosso, per l’appunto, in cui Mario – il giorno è il 17 giugno – si trova a Firenze, precisamente nel Giardino di Boboli. «Un’ondata di profumo lo prese in pieno» (p. 16), racconta in terza persona un non narratore, sicuramento non Mario, una voce quasi atona, vaga, che però pare essere lì, vicina Mario, ad ascoltarlo mentre racconta. «Un profumo forte e violento. Esalato dalla pioggia del mattino e dal sole di giugno. Mario lo riconobbe: il profumo del bosso». È a partire da questa pienezza sensoriale che Mario inizia a ricordare: sì, adesso ricorda dove era stato pervaso, per la prima volta, dall’estasiante profumo, precisamente ad Arquà, dimora degli ultimi anni di vita di Francesco Petrarca.
«Nel giardino di Boboli l’ondata di profumo di bosso lo prese in pieno. Mario si sentì quasi mancare» (p.19). Dopodiché Mario, improvvisamente, ricorda un altro luogo, proseguendo sulla scia tutta proustiana del ricordo-memoria: «Ricordò il giardino del Castello, a San Daniele del Friuli» (ivi).

Sopraffatto dal vortice inesorabile dei ricordi, Mario si reca in pellegrinaggio a San Daniele, a rivedere il giardino del castello, dove crede, tempo addietro, di esser stato inebriato dal profumo dei bossi. Epperò lì scopre che di bossi, in quel luogo e nei dintorni, non ce ne sono, anzi: non ci sono mai stati. Glielo conferma un vecchio giardiniere che conosce le piante del giardino come le sue tasche. «Mai visto un bosso, qui» gli dice (p.24); allora Mario telefona al fratello, quello maggiore che aveva comunemente ottima memoria: «Ma capisci, capisci cosa mi è successo?» gli racconta Mario, «Mi sono tornati dei ricordi, vecchi di trent’anni e passa, mi sono tornati dei ricordi veri, verissimi, e sono tornati usando come veicolo un ricordo falso» (ivi). Poco più avanti Mario ragiona tra sé sul come poi, in fondo, non sia importante la veridicità di un ricordo, ma piuttosto possedere dei ricordi, falsi o veri che siano. Avere delle storie da poter raccontare un giorno: un passato credibile, benché inventato, che esista e resista nella propria coscienza d’essere umano.

Mario è un professionista della sparizione: scappa dalla verità, – bisognerebbe intendersi su cosa sia la verità per Mario, ebbene: «La verità è male. Mi sposerò e vivrò una vita senza verità» (p.155) – addirittura dalla sua stessa anima, che tuttavia sembra inseguirlo, come testimonia una scena della Storia di Bianca, 3: «”Questa mattina alle otto ho vista la mia anima», appunta Mario su un bloc notes Pigna, mentre si trova da Bianca, donna con la quale forse ha una figlia, Agnese, «Ero ne bagno della casa di Bianca e mi stavo lavando i denti. Ho avuta la sensazione che ci fosse qualcuno dietro di me. Ho alzato gli occhi e mi è sembrato di vedere nello specchio un movimento grigioargenteo, lucente, che si ritirava dietro le mie spalle. Mi sono voltato di scatto, e non ho visto nessuno”» (p.211).A questo punto Mario immagina e crede che tra le scapole ci sia l’epicentro della sua anima: era lì che l’aveva sentita levarsi, quasi come in un moto d’evasione, dalle sue scapole dirigendosi verso il muro di spalle, pronta a svanire nel nulla. Allora lui si chiede se altresì l’anima, – la sua stessa anima – che pur aveva fatto parte della sua essenza, non si sia stancata del suo corpo, con cui aveva sì coabitato, ma che ormai era divenuto insostenibile per lei. Per Mario l’anima non muore insieme allo spegnimento delle funzioni vitali: può scegliere di alienarsi dal corpo che gli è stato assegnato arbitrariamente da un’entità superiore.

Poco più su abbiamo menzionato una Bianca, una delle figure femminili che intersecano con l’esistenza di Mario. Nella vita sentimentale di Mario ci sono state tre donne: una ragazza perdutamente amata in giovane età e tragicamente morta in un incidente, – Lucia – una, molto simile a lui, dolce e schizofrenica, – Bianca – e un’ultima donna, sua futura moglie, ovvero Viola, la quale intrattiene delle relazioni segrete e masochiste con il suo datore di lavoro e un gruppo di molestatori. Mario non ne sa nulla. Il punto è che Mario non ne vuole sapere nulla. Mentre è a casa di Viola, in sua assenza ritrova delle fotografie, alcune carte conservate in un cassetto che potrebbero farlo risalire alle verità nascoste di Viola, tuttavia sceglie di lasciar perdere perché, secondo Mario, in ogni relazione c’è un limite nella scoperta dell’uno e dell’altro, e varcata questa soglia significa solo altro dolore. Il reale collante tra le persone sono le cose non dette: «Decide che se esiste una Viola opposta da quella che lui conosce nella vita quotidiana (…): lui con questa Viola non vuole averci che fare. Ne accetta l’esistenza, così come accetta le proprie esistenze, che nasconde a Viola» (p.62).

E in effetti Mario vive, parallelamente all’esistenza con Viola, Bianca e forse sua figlia Agnese, – della quale si occupa senza scrupoli e con diligenza – un’altra vita. Mario è soggiogato sessualmente da un sadico gigolò, Santiago, più giovane di lui, biondo e senza pietà, che molesta Mario e lo rende complice di atti crudeli, – come l’uccisione di vari animali in una vasca da bagno – i quali sono descritti da Mozzi con una sostanziale sobrietà, lessicale e sintattica, adoperata allo stesso modo per gli altri capitoli. La descrizione delle preziose scene di conversazione con Bianca – i silenzi di Mario rendono perfettamente l’idea del come lui vive le relazioni – non sono dissimili dal mondo in cui l’autore tratteggia la cattiveria gratuita di Santiago (è bene ricordarlo: Le ripetizioni non rientra nella categoria del neoimpegno); questo perché a Mario è indifferente. Entrambe le situazioni sono vissute passivamente dal protagonista: come quando piove e ci accorgiamo di essere senza ombrello e accettiamo, seppure per un secondo, la pioggia scagliarsi su di noi, gustandone il sapore insipido e arrendendoci a lei.

Il finale del libro è sinceramente raccapricciante: l’ultimo capitolo è lungo poco meno di una pagina ed è la minuziosa e parca cronaca dello sgozzamento di una bambina in una vasca da bagno successiva a una seduta di sesso estremo con Santiago; è quest’ultimo che decapita la bambina con la neutrale complicità di Mario. A questo punto il lettore – come richiederebbe il buonsenso – esige quantomeno una spiegazione, per quanto qualsivoglia spiegazione non possa giustificare l’accaduto. Epperò il libro si conclude con due parole in corsivo, atone e quanto mai ripetitive quanto la vita di Mario: Adesso, basta.  Queste due parole potrebbero racchiudere l’intera sua esistenza, in aggiunta il fatto che siano spaccate in due da una virgola è significativo: quella virgola potrebbe essere Lucia, Bianca, Viola o Santiago…

Antonio Figliolino

Greenpeace

Antonio Figliolino, classe 2002, napoletano di nascita. Manifesta sin da piccolo una forte passione per la letteratura, nonché per gli studi umanistici. Inoltre, alla luce di un interesse radicato in famiglia, presenta un'attenzione particolare per i fatti politici. Divoratore di libri, i quali spaziano dalla letteratura sudamericana, italiana e portoghese.

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