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Sono ormai più di cento i giorni di conflitto tra Russia e Ucraina. Mentre Europa e Stati Uniti si preoccupano di un possibile armageddon nucleare, c’è un’altra allerta che da mesi continua a passare sottotraccia: la possibilità negata di reperire principi attivi per la composizione di farmaci, provenienti per la maggior parte da Ucraina e Russia.

Emergenza sanitaria, dentro e fuori i confini della guerra

Che ogni guerra porti il suo costo, è ben chiaro: in vite umane, prima di tutto, in danni permanenti alle città, sfigurate dai centri alle periferie, nel rallentamento dei servizi e nella scomparsa di beni essenziali, primi fra tutti, quelli relativi alla sfera sanitaria. Già verso la fine dello scorso marzo, Focus evidenziava come il conflitto stesse facendo salare interi cicli di vaccinazioni obbligatorie destinate bambini e sospendendo trattamenti di diagnosi e cura per malattie come l’HIV, la tubercolosi o l’epatite.

Dopotutto, è esattamente questo il gioco delle priorità, una piramide dei bisogni dal ricalcolo quotidiano: badare ora al cibo che manca, ora all’elettricità che salta, ora ai farmaci che scarseggiano, ora al cibo, ora all’elettricità, ora ai farmaci, e via via in un ripetersi incessante in cui non è a rendere migliore il domani che si pensa, ma a sopravvivere all’oggi. E come stupirsi allora, di percentuali in aumento su quelle malattie che sembravano sotto controllo? Come stupirsi del diffondersi nuovo di vecchie infezioni e morbi, dovuto principalmente a condizioni di indigenza o precarietà.

È la guerra, insomma. Che non si può far altro che immaginare, in questo cantuccio di mondo ancora apparentemente escluso dai combattimenti, ascoltando chi quella guerra la vive e la racconta. Immaginando che il tempo in Ucraina abbia la misura non più delle ore e dei giorni, ma dei bisogni soddisfatti, delle emergenze sedate, degli scampoli di normalità ritrovata.

E i contorni di questa “emergenza sanitaria” (che davvero tale sarebbe, e non avrebbe bisogno del virgolettato, se non si confondesse con le altre, nello sfondo di un conflitto che di per sé è emergenza, è sospensione di normalità) si estendono anche al di fuori dei confini tracciati dal conflitto, arrivando a coinvolgere, indirettamente, anche quegli stessi cantucci di mondo di cui sopra, per l’appunto apparentemente esclusi dal conflitto. In che modo? Privandoli – per volontà o per contingenza – di principi attivi per la composizione dei farmaci e di prodotti finiti, tanto per la cura di malattie croniche (tra cui quelle oncologiche) che per quelle rare.

Un rischio possibile che però al momento sembra essere sotto controllo. Già lo scorso marzo, infatti, Massimo Versace della Sun Pharma Italia e Osservatore del Sistema del Farmaco, in un’intervista al giornale Panorama della Sanità, si rivolgeva a quelli che allora erano i Ministri e parlamentari “addetti” al monitoraggio della situazione, auspicando soluzioni condivise, economicamente convenienti e, soprattutto, tempestive per evitare possibili degenerazioni.

Questo cosa vuol dire, che nei banchi delle farmacie potrebbero nei prossimi mesi mancare farmaci? No, probabilmente no. Ma è possibile che i principi attivi utilizzati fino allo scorso anno nella composizione di determinati medicinali potrebbero venire sostituiti, oppure potrebbero essere acquistati presso Paesi con disponibilità di tali materie prime diversi da quelli attuali, ad un prezzo differente.

Non soltanto farmaci, la guerra rallenta anche la Ricerca

Una condizione che, tra le altre cose, non riguarda solo e soltanto la disponibilità di farmaci, quanto anche le sperimentazioni e gli studi clinici attualmente in atto in Ucraina e Russia, da sempre considerati Paesi “convenienti” per questa tipologia di studio, per causa e merito di una burocrazia meno farraginosa di quella europea e costi decisamente più contenuti.

Secondo le pubblicazioni dell’organizzazione di ricerca clinica Global Clinical Trials, pubblicata da Repubblica, nella sola Ucraina sarebbero oltre 500 le sperimentazioni cliniche effettuate, con particolare riguardo al settore dell’oncologia, delle malattie del sistema nervoso centrale, delle malattie infettive, della gastroenterologia e delle malattie cardiovascolari.

Situazione analoga in Russia dove, secondo La Repubblica, sarebbero 508 gli studi clinici in corso o pianificati e circa 125 aziende statunitensi e 659 con sede in Europa attualmente posti forzatamente in pausa. Un enorme quantità di trials e prove cliniche che sanzioni e guerra, quindi, sembra abbia rallentano se non, in alcuni casi, addirittura bloccato, come quelli condotti dalla casa farmaceutica Pfizer che già nel marzo di quest’anno – dopo un tempo relativamente breve dallo scoppio della guerra – aveva dichiarato la propria volontà di trasferire tutti gli studi clinici in corso in Russia in sedi alternative.

Al di là dei numeri, ciò che rimane nella prosecuzione di questo conflitto è la grave perdita sia in termini di ricerca per le cure di domani che di disponibilità di quelle dell’oggi, rese inaccessibili per la mancata fornitura di materie prime. Conseguenze dell’invasione russa a danno dei territori ucraini che, a distanza di mesi, sembra non arrestarsi e che, se sembra riguardarci solo marginalmente sotto il profilo imprenditoriale, rischia di trasformarsi in una bomba sociale a lento rilascio con ripercussioni oltre che sanitarie anche economiche.

Se c’è una cosa che la storia recente ci ha insegnato, infatti, è che in presenza di risorse scarse e in regime di proprietà non comune, non è mai il più meritevole ad accaparrarsi quelle stesse risorse quanto piuttosto chi dispone dei mezzi (principalmente economici) per farlo. Questo significa che in una condizione di penuria di materie prime per la composizione di determinati farmaci, il prezzo di questi potrebbe salire, tanto per il produttore che per il consumatore, determinando una condizione di ineguaglianza anche nell’accesso a beni di prima necessità.

Questo senza dimenticare che, come già detto, non è soltanto la disponibilità di un medicinale ad esser messo in pericolo, quanto la possibilità di avanzare nella ricerca scientifica in ambiti di studio in cui si registrano tassi di mortalità molto alto e, di converso, rating della qualità della vita molto bassi. Vedremo il nuovo Governo a guida Fratelli d’Italia in quale modo intende agire, quali saranno le decisioni in merito e se riuscirà a non far diventare questa condizione d’allerta una vera e propria – nuova – emergenza sanitaria. Nella speranza che la concordia tra alleati dimostrata fino ad ora non sia indicatore generale della capacità governativa.

Edda Guerra

Classe 1993, sinestetica alla continua ricerca di Bellezza. Determinata e curiosa femminista, con una perversa adorazione per Oriana Fallaci e Ivan Zaytsev, credo fermamente negli esseri umani. Solitamente sono felice quando sono vicino al mare, quando ho ragione o quando mi parlano di politica, teatro e cinema.

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