Szon Patrol
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A quanto pare il concetto di “polizia morale” non è soltanto affare degli stati con leggi islamiche ma si sarebbe spinto fino in Europa, trovando terreno fertile in Polonia. Un allarmante trend social, quello delle “Szon Patrol”, è dilagato nel corso dell’estate in Polonia: pattuglie della moralità (che si sono autoproclamate) il cui obiettivo primario era quello di ammonire il comportamento di donne e ragazzə che vestivano, secondo loro, in maniera troppo provocatoria. Queste azioni ovviamente si sono ben presto trasformate in molestie attive e documentate, amplificate dal potere dei social media.

Il fenomeno social: dal trend alle molestie 

Nato come un semplice trend estivo sui social, il fenomeno delle Szon Patrol è ben presto diventato una molestia sistematica e strutturata che ha riguardato diversə ragazzə e adolescentə polacchə. La scelta del nome è già di per sé violenta: il termine Szon è un’abbreviazione in polacco di “prostituta”. Da qui la presunta necessità di queste “pattuglie anti-prostituzione”, formate da adolescenti e da uomini adulti, di ergersi a paladine del decoro pubblico. Questo autoproclamato ruolo ha conferito loro una finta autorità che hanno sfruttato mettendo in scena sempre lo stesso teatrino: si incontravano nei centri commerciali, nelle aree pubbliche molto frequentate o per le strade del centro e, con giubbotti catarifrangenti contrassegnati dalla scritta “Szon Patrol”, andavano a caccia di ragazzə vestitə (secondo loro) in modo troppo provocante. Un tacco troppo alto, una gonna troppo corta o una scollatura generosa erano la scusa ottima per molestare, violare la privacy e compiere atti di cyberbullismo: si avvicinavano, le filmavano con insistenza e senza consenso, e postavano video sui social, in particolare su TikTok, dove chiedevano agli utenti di commentare le immagini che vedevano.

Questo appello al pubblico, ovviamente, ha dato il via a un valzer di commenti violenti, sessisti, minacce e body shaming, che hanno generato un clima di discriminazione e odio online. L’effetto non è solo l’umiliazione momentanea, ma la potenziale rovina della reputazione digitale delle vittime, con conseguenze sulla loro vita sociale e psicologica.

Indignazione, denuncia e intervento istituzionale contro Szon Patrol

Un fenomeno di questa portata non è passato inosservato e ha fatto partire subito un’ondata di indignazione sia sui social che tra le istituzioni. 

Monika Horna-Cieslak, Difensore Civico per i Diritti dei Bambini (un’istituzione che si occupa del rispetto e della protezione dei diritti di bambini e adolescenti), in una lettera ufficiale rivolta al Ministro della Giustizia e al Ministro degli Affari Digitali, ha chiesto alle istituzioni di mantenere alta la guardia sull’argomento, sottolineando che l’odio – in particolare quello diretto contro i minori – è uno dei fenomeni più gravi e pericolosi nell’ambiente digitale. Nel suo appello ha anche evidenziato come comportamenti del genere, mirati alla stigmatizzazione e alla derisione pubblica, possano avere delle conseguenze psicologiche estremamente gravi e durature, sfociando in ansia, depressione e, nei casi peggiori, in atti di autolesionismo o ritiro sociale. 

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Anche la sfera mediatica si è unita al coro di protesta. Joanna Racewicz, giornalista e presentatrice tv polacca sensibile ai temi legati alla violenza di genere, in un post via social ha espresso la sua ferma condanna: dopo aver paragonato i partecipanti alla “Szon Patrol” a piccoli talebani nostrani, ha sottolineato che tale comportamento non è altro che una nuova, insidiosa versione dell’oppressione patriarcale sulle donne, che cerca di controllare il loro spazio e la loro espressione attraverso la minaccia e l’umiliazione.

La necessità di un’educazione affettiva

Lo scioccante trend “Szon Patrol” è un chiaro segnale: ergersi a paladini del decoro criticando l’abbigliamento femminile, specie in età adolescenziale, riflette non solo un’ignoranza rispetto alle libertà individuali, ma soprattutto la mancanza di un’educazione affettiva e sessuale di qualità in una Polonia che ha ancora molta strada da fare in materia di diritti civili. Una formazione che sia capace di insegnare il rispetto reciproco, il consenso e la non-violenza, al fine di fermare in partenza episodi misogini come questi.

Il corpo delle donne non è e non deve essere un territorio pubblico in cui ognunə si sente nella posizione di poter giudicare. La libertà di vestire, di muoversi e di esistere nello spazio pubblico senza paura di molestie e gogna digitale è un diritto inalienabile e fondamentale di tuttə. La battaglia per la piena espressione di sé contro ogni forma di controllo e odio è un impegno costante che richiede la partecipazione di tuttə, affinché ognunə possa sentirsi liberə e sicurə, online e offline.

Benedetta Gravina

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