Fonte: skyresort.it

Gunnar Gunnarsson nasce nel 1889 nell’est dell’Islanda, in una fattoria del piccolo comune di Fljósdalur, che oggi conta circa un’ottantina di abitanti. Molto pochi, ma comunque maggiori rispetto a quelli che dovevano essere in quegli anni, alla fine dell’Ottocento, quando chi poteva emigrava verso territori baciati dal progresso e meno ostili allo stanziamento umano. Sì, perché nascere lassù, ai piedi del più grande ammasso di ghiaccio d’Europa, il Vatnajökull, vuol dire imparare ben presto a fare i conti con una Natura maestosa, una madre severa che il rispetto non ha nemmeno bisogno di domandarlo.

Eppure quella di Gunnarsson è una di quelle famiglie che scelgono di non andarsene poiché non si limitano ad abitare un luogo, bensì lo respirano fino a diventare tutt’uno con ciò che gli appartiene. Non si va via, perché altrove potrà anche esserci più comodità, ma non ci si sentirà mai davvero a casa. Anche se il freddo picchia forte, e il buio talvolta sembra aver sconfitto definitivamente la luce solare. Le radici di quel tipo di famiglie non permettono grandi spostamenti: sono corte e robuste, tenacemente piantate nella terra che le ha viste formarsi. E così il giovane Gunnar cresce nel mezzo dei deserti gelidi d’Islanda, muovendosi fra una fattoria e l’altra insieme ai suoi genitori, coltivando faticosamente i terreni e allevando bestiame. Non ci sono scuole, ed eccetto qualche rudimentale corso di insegnamento improvvisato dalle comunità rurali intorno a Fljósdalur, Gunnar è costretto a istruirsi come può, da autodidatta. Ma nulla è impossibile per chi è dotato di così grande senso del sacrificio, e all’età di diciotto anni arriva l’occasione: finalmente può accedere a una scuola superiore. Solo che c’è bisogno di trasferirsi, perché la scuola è ad Askov, in Danimarca.

Gunnarsson
Il Vatnajokull, in Islanda, il ghiacciaio più grande d’Europa. Fonte: scoprislanda.com

Proprio nel solco del dolore causato dalla separazione dalla propria terra si inserirà tutta la letteratura di Gunnarsson, che fino al ritorno in patria trentadue anni più tardi, come per rispetto verso i suoi luoghi d’origine, sceglierà di scrivere in danese le sue opere anziché in lingua madre.
Nonostante la frattura spirituale che si generò nel giovane Gunnar, il distacco dall’Islanda gli consentì la maturazione letteraria che lo portò a diventare forse il più grande scrittore islandese di sempre. Di certo l’allontanamento da casa lo costrinse a confrontarsi con emozioni improvvisamente amplificate e con un un senso di nostalgia che da qui in poi reclamerà sempre grande spazio nei suoi scritti.

Gunnarsson
Gunnarsson nella sua terra d’origine. Fonte: insulaeuropea.eu


Scrivere in danese, oltre a non contaminare i suoi ricordi d’infanzia, permise a Gunnarsson anche di rendersi popolare in Danimarca, dove una fascia sempre più consistente di popolazione cercava vie di fuga (quantomeno intellettuali) da una realtà già fortemente urbanizzata e industrializzata. Le storie dello scrittore islandese, quasi sempre ambientate in spazi aperti e selvaggi, furono dunque un perfetto rimedio per chi desiderava tornare in contatto con gli elementi naturali e con un mondo sempre meno vissuto nella quotidianità moderna.

Dal 1912 in poi Gunnarsson non smise più di pubblicare racconti e romanzi, quasi tutti ambientati nella sua amata Islanda e quasi tutti caratterizzati da un rapporto simbiotico fra l’essere umano e la natura glaciale in cui esso si muove, segnato dagli eventi e dalla sua incessante ricerca di significati da attribuire alla vita. A far da sfondo sembra esserci sempre un velo di nostalgia per qualcosa di perduto, ma per il quale non si è mai abbandonata la speranza di un ritrovo. Un’isola di felicità che per Gunnarsson era senz’altro l’Islanda, ma che per chi legge può diventare qualunque altra realtà vissuta o immaginata.
Tutto ciò è perfettamente condensato nell’opera più celebre dell’autore scandinavo: Il pastore d’Islanda. Scritto rigorosamente in danese e pubblicato nel 1936, tre anni prima del grande ritorno in patria, questo racconto racchiude tutti i capisaldi della letteratura di Gunnarsson: il freddo, l’inverno, una Natura gelida che fa il suo corso. E poi l’uomo. Che lotta e si dà un gran da fare per tenere botta a bufere e tempeste di neve, totalmente indifferenti alla sua causa.
Mai come in questo racconto il destino umano è così indissolubilmente legato all’ambiente che lo circonda.


Il protagonista è Benedikt, un uomo di cinquantaquattro anni che da quando ne aveva ventisette, ogni anno, nel giorno di inizio dell’Avvento (il titolo originale del libro è infatti “Advent“), abbandona per un po’ le terre abitate e si mette in cammino sugli innevati altipiani islandesi, alla ricerca delle pecore smarrite durante il rientro dei pascoli autunnali. Un intento che commuove, ancor di più per il fatto che le pecore di cui Benedikt va in cerca non sono le sue, ma quelle dei pastori del circondario, ai quali vuole riportarle sane e salve, anche a costo di rischiare la vita. Ma non lo fa da solo. A compiere la missione sono in tre: lui, un montone (Roccia) e un cane (Leò). La santa trinità: così viene definita in paese questa strana compagnia tenuta insieme da un rapporto speciale, che Gunnarsson descrive in maniera esemplare già nelle prime pagine:

Gunnarsson
fonte: extremeisland.is

«Da anni i tre erano inseparabili quando c’era da fare quella gita, e ormai si conoscevano a fondo, con quella dimestichezza che forse è possibile solo tra specie animali molto diverse, e che nessuna ombra del proprio io e del proprio sangue, nessun desiderio o passione personale può confondere o oscurare.»

Leò è un cane dinamico, forte, allegro. Roccia tiene fede al suo nome: è mite e viaggia a un ritmo più blando, ma senza mai fermarsi. Trasmette saggezza. Benedikt invece è un uomo che cerca lontano dalla compagnia (umana) le risposte di cui ha bisogno. Il suo peregrinaggio sui monti d’Islanda è ormai un rito di cui non può fare a meno, poichè lo avvicina ogni anno di più alla dimensione a cui aspira, sempre meno terrena e sempre più spirituale. Ad animarlo c’è un’unica vera convinzione: che il vero senso dell’esistenza umana risieda nel mettersi al servizio degli altri esseri viventi, scegliendo la fatica piuttosto che la comodità, la strada in salita piuttosto che quella in discesa.

«E cavalcava il puledro di una bestia da soma, perchè non c’è creatura, viva o morta, così modesta da non poter servire, nessuna che il servizio non renda sacra. E solo il servizio. Anche il figlio di Dio. Solo il servizio.»

Gunnarsson
Fonte: mammaoca.com

Sorge spontaneo, a partire dal titolo e poi lungo tutto il racconto di Gunnarsson, l’accostamento della figura di Benedikt a quella di Gesù Cristo, capace di amore disinteressato, ostinato, totale. Insomma l’Amore vero. Quello che non teme difficoltà e inceppi vari, che pure ci sono: la neve copre tutto e la bufera non smette mai di infuriare, costringendo i tre amici a prolungare la permanenza fra i monti ben oltre il dovuto, tanto che chi legge finisce per sentirsi parte del peregrinare e comincia a percepire sulla propria pelle la morsa del gelo che punge e penetra nelle ossa. Eppure lassù Benedikt si sente vivo, perché si riscopre piccolo e, dopotutto, un animale come gli altri, finalmente spogliato dei capricci dell’ego, finalmente leggero.

«Nel mezzo di quel mondo raggelato che si dissolveva nelle tenebre, come se fosse anche lui parte della sera buia, c’è l’uomo Benedikt, mezzo servo e mezzo contadino, è lì con i suoi amici più fedeli, il montone Roccia e il cane Leò – e quel mondo è il suo. Lì vive ed è parte di tutto quello che può abbracciare con lo sguardo e con le mani, con i pensieri e con i presentimenti. Quel mondo è suo. È parte di questa vita.»

Un’eco infinita non smette mai di fare da sfondo alla narrazione: chi scopre che la felicità non si ottiene con qualcosa di terreno può darsi pace, poiché non sarà qualcosa di terreno a negargliela. Tutto può ghiacciare, ma non un cuore nobile. Basterà prendere piena consapevolezza di questo, e tutto acquisirà un nuovo sapore, quello della Grande Quiete.

Daniele Benussi

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